ESCLUSIVA BASKETINSIDE – I Signori della Serie A2: Klaudio Ndoja, un gladiatore a Mantova, per quella promessa a Martelossi…

ESCLUSIVA BASKETINSIDE – I Signori della Serie A2: Klaudio Ndoja, un gladiatore a Mantova, per quella promessa a Martelossi…

Commenta per primo!

Continua l’appuntamento esclusivo di Basketinside dedicato all’approfondimento sui campioni della prossima A2. Focus quest’oggi sul campione albanese di casa Dinamica Generale Mantova, l’ex, tra le altre, di Brindisi, Cremona e Verona, Klaudio Ndoja. L’ala virgiliana si racconta, parlando del suo arrivo in Italia, delle sue esperienze cestistiche nelle piazze di tutta la Penisola, degli alti e dei bassi della sua carriera e del suo recente viaggio negli USA…e tanti altri aneddoti che ci permettono di conoscere più da vicino il “Gladiatore” biancorosso.

Prima di tutto, da quando hanno cominciato a chiamarti “Il Gladiatore”?

Dal mio periodo a Ferrara, credo sia nato dai tifosi sui social network.

Quando sei arrivato in Italia? Avresti potuto scegliere se giocare per la Nazionale italiana?

Sono arrivato nel 1998, non avrei potuto scegliere di giocare con la Nazionale Italiana perché avevo già giocato con l’Albania, con cui ho fatto la trafila delle giovanili fino al 2003 e qualche anno con la Maggiore, con la quale ho giocato l’ultima partita nel 2012. Poi per vari motivi extracestistici, che purtroppo rendono la pallacanestro in Albania cento anni luce lontano da quella italiana e, più in generale, dall’Europa, non sono stato più chiamato.

Cerchiamo di riepilogare la tua carriera. Dall’Albania all’Italia, ad esibirti nei parquet di Serie A e A2…

Sulla mia carriera in Albania c’è poco da dire, visto che ci sono stato fino a 13 anni. Comunque è lì che ho cominciato a giocare a 9 anni per puro caso, vista la passione per il basket di mio padre. Montammo un canestro improvvisato nel giardino di casa e da lì iniziò un po’ tutto. Un anno dopo entrai in una scuola di basket della società di Skutari, il Vllaznia. Poi tra vari colpi di stato e guerre civili, giocai solo un anno prima di venire in Italia. Ho cominciato frequentando un oratorio a Palazzolo Milanese, perché non conoscevo nessuno, neanche sapevo come funzionassero i settori giovanili in Italia. Era vicino a dove abitavo io all’epoca, vidi dei ragazzi giocare a basket e andai lì da Don Marco, chiedendo se potessi giocare. Feci 8 mesi lì, videro che ero bravino e mi suggerirono di andare in una società più importante come Varese, Milano o Desio e per comodità andai in quest’ultima. Dopo due anni di Cadetti andai a Casalpusterlengo dove rimasi per tre anni e mezzo. Dopo Casalp sono stato a Sant’Antimo, Borgomanero, Capo d’Orlando che era già in Serie A nel 2007/08 nell’ultimo anno di coach Perdichizzi, Scafati e Jesi, tutto dal 2006 al 2010. In seguito mi sono trasferito a Ferrara dove ho incontrato per la prima volta “Il Martello”, poi Brindisi e Cremona, prima di andare a Verona.

Tante squadre e tante esperienze, ma quali sono state quelle maggiormente positive?

Le esperienze più importanti sono state a Ferrara, dove coach Martelossi mi ha dato l’opportunità di esprimere tutto il mio potenziale, e l’anno seguente a Brindisi da capitano, dove ho concretizzato tutta la maggiore consapevolezza e fiducia nei miei mezzi che avevo maturato a Ferrara. Quella di Brindisi era una squadra fortissima, di grande talento. Avevamo in roster giocatori come Gibson e Borovnjak, che sono adesso ad un livello altissimo in Europa. E’ stato un anno che mi ha insegnato principalmente a vincere e a migliorare come persona.

Perché Mantova?

Sinceramente “Il Martello” ha avuto un ruolo molto importante nella mia scelta di venire qui a Mantova. Avevo l’opportunità di andare a Caserta, che era quasi sicura del ripescaggio in Serie A, e di ricoprire un ruolo importante, a delle cifre economiche piuttosto alte. Tuttavia nella mia carriera e nelle mie esperienze ho sempre cercato il “lato extracestistico”, quello di essere circondato da persone che mi facciano sentire importante e divertire e so che questo lo posso trovare a Mantova. Con Martello ho un rapporto fuori dal campo splendido, ho grande rispetto per lui e gli avevo promesso che prima o poi l’avrei raggiunto per vincere qualcosa insieme, e quella di Mantova mi sembrava l’occasione giusta.

Parlando di A2, quella di quest’anno con tanti club prestigiosi come Siena, Fortitudo, Treviso, Roma, Verona, Biella e tante altre, rischia di essere quasi migliore della Serie A?

Non penso proprio, perché comunque, per quanto sia un’A2 composta da squadre con una storia importante, la qualità del campionato negli ultimi anni si è più avvicinata più a quella dell’ex B1 che alla Serie A. Il livello medio si è un po’ abbassato, ma vedo tanta competitività, con Treviso che ha confermato gran parte del roster e che punterà a far bene, Verona che per me è la squadra più forte sulla carta e nel girone Ovest ci sono tantissime squadre buone e temibili.

Passiamo alla parte più personale dell’intervista. Mi sembra di aver capito quale sia stato l’allenatore migliore che hai avuto…invece per quanto riguarda il compagno di squadra?

 Come allenatore ti confermo ovviamente Martelossi, come giocatore ti dico senza dubbio Danilo Gallinari con cui ho giocato nel mio periodo a Casalpusterlengo.

L’emozione più grande della carriera e la batosta più grande?

La delusione più forte credo sia stata quella dell’anno scorso a Verona, dove dopo aver dominato in regular season siamo stati eliminati al primo turno da Agrigento. Eravamo la squadra nettamente più forte, potevamo perderli solo noi i playoff, e infatti…Invece l’emozione più grande è stata a Brindisi, nell’anno che ho vissuto da capitano e in cui abbiamo vinto la Legadue e la Coppa Italia di categoria. La festa dopo la vittoria del campionato rimarrà nei miei ricordi per molto tempo.

A proposito di delusioni Verona, sembravate una corazzata imbattibile e favorita alla promozione in Serie A e invece siete usciti ai quarti di finale. Cosa pensi che sia andato storto?

Modestamente parlando, dopo aver vinto una regular season con Verona, un campionato e una Coppa Italia con Brindisi e la Scaligera, penso di aver capito cosa serve per vincere un campionato. Ciò che è più importante capire, come in tutti i campionati, è che regular season e playoff sono due cose completamente diverse. Forse credevamo, sbagliandoci, di essere i più forti. Abbiamo sbagliato l’approccio nelle partite, il modo in cui ci allenavamo perché pensavamo di essere imbattibili dopo il 26-4 della stagione. Ai playoff devi essere pronto alla guerra, noi siamo stati travolti dall’energia di Agrigento e non eravamo pronti a rispondere e a giocare alla loro stessa intensità. Credo poco al fatto che fosse una questione di forma fisica, le ritengo solo frasi di circostanza. Semplicemente non eravamo pronti a giocare a quel livello, mentre loro sì. Pensavamo ancora di essere in stagione regolare dove massacravamo tutti quanti, e invece ai playoff si parlava di un altro sport completamente.

Onestamente, chi pensi meritasse la Serie A, Agrigento o Torino?

Torino assolutamente, non poteva perdere, era una squadra di talento pazzesco. A differenza nostra (di Verona, ndr), hanno giocato in modo clamorosamente diverso i playoff rispetto alla stagione. Hanno fatto il nostro percorso inverso, capendo che ai playoff si gioca a ritmi più alti. Mi è stato detto che comunque la scorsa stagione, tra regular season e Coppa Italia conquistata, è stata positiva, ma la realtà dei fatti è che non ho vinto niente. L’obiettivo principale in A2 è vincere il campionato, specialmente per la squadra che viene definita la favorita. La Coppa Italia di per sé non ti porta da nessuna parte. Se non vinci il campionato e sei il favorito, la stagione può essere considerata un fallimento.

Su Facebook negli scorsi giorni hai tenuto una sorta di foto diario per documentare il tuo viaggio in USA. Per chi non avesse visto i post, raccontaci un po’ la tua avventura Oltreoceano.

Andare in America era il mio sogno sin da bambino, è stato un viaggio davvero fantastico. Sono cresciuto, come diversi bambini, col mito dell’America ed è bellissima la sensazione di fare qualcosa che pensavi fosse irrealizzabile, perché quando diventa realtà ti sembra di aver toccato il cielo. Mi sono trovato benissimo nel mio viaggio, New York è stata spettacolare, a Las Vegas, che sinceramente non mi è piaciuta moltissimo, ho giocato a poker in uno dei numerosi casinò (d’altronde non so quando mi ricapiterà!), poi Los Angeles che ho apprezzato molto, ma la Grande Mela per me rimane la migliore. Ho realizzato il mio sogno di andare a Venice Beach, nei luoghi del film “White Men Can’t Jump” con cui sono cresciuto, e quelli di And 1 Mixtape. Inoltre, ho vistato tanti playground e in quello a Manhattan ho anche incontrato “Half Man Half Amazing”  Anthony Heyward, una leggenda, che ormai avrà 50 anni ma continua a giocare… Pazzesco.

E se gli USA non fossero stati solo un viaggio di piacere, ma anche una destinazione di lavoro, per quale franchigia NBA avresti voluto giocare?

Sono cresciuto col mito dei Lakers, quindi mi sarebbe piaciuto giocare da loro, anche adesso che non stanno andando benissimo…Troppo facile tifare per i vincenti! A proposito di Los Angeles, sono andato a vedere lo Staples Center e ho anche assistito ad una partita di WNBA. Un altro palazzetto importante che ho visitato è stato il Madison Square Garden, dove ti facevano entrare negli spogliatoi e nelle suite, e ti mostravano la storia del palazzetto.

Cosa apprezzi maggiormente dell’Italia e dell’Albania? (Cibo albanese?)

Dell’Italia apprezzo il fatto che mi ha cambiato la vita in meglio. Senza l’Italia non so dove sarei, non potrò mai smettere di essere riconoscente verso le persone che mi hanno aiutato. Ci sono state alcune situazioni difficili, un po’ di razzismo verso di me, ma ci sono state anche tante persone che mi sono state vicine. Gli italiani sono persone “ingegnose”, cercano vari modi per fare le cose, e si godono la bella vita. Dell’Albania mi piacciono più i lati caratteriali, che sono simili a quelli del Sud Italia, che mi rispecchia di più, in quanto mi sembra “forte” e orgogliosa. Per il modo di vedere la vita credo di essere molto più italiano, ma rimarrò sempre legato all’Albania, nonostante sia cresciuto in un momento difficile con un colpo di stato e una guerra civile. Però se devo pensare ad un futuro, magari con la mia famiglia, di sicuro non me lo immagino lì, perché non garantisce grandi prospettive, nonostante sia migliorata negli ultimi anni.

Ultima domanda, a quali altri sport ti interessi e cosa fai nel tempo libero? Ma soprattutto, cosa saresti diventato se non avessi scelto la carriera cestistica?

Mi piace molto il calcio, sono tifoso del Milan e lo scorso anno a Verona sono andato a seguire un paio di partite. Nonostante in questo periodo la squadra non sia al top, non è facile cambiarmi idea, e rimango un tifoso rossonero. Mi sarebbe piaciuto diventare portiere se non avessi giocato a basket. Nel tempo libero sto con la mia ragazza o con la mia famiglia, non ho particolari hobby. Fuori dal campo sono una persona tranquilla, senza troppe distrazioni. Uso Internet, i social network e mi piace stare in contatto con la gente. Ho scritto anche un libro insieme ad un ragazzo di Milano che verrà presentato a breve in cui parlo della mia vita, che si chiama “La morte è certa, la vita no. Storia di Klaudio Ndoja” e che tratta non solo del basket, ma anche del tema attuale e controverso dell’immigrazione. Spero che possa servire ad ispirare tanti ragazzi, perché se davvero uno si pone un obiettivo, e io ne sono la dimostrazione vivente, anche in un paese come l’Italia in cui si dice che non c’è futuro, alla fine può realizzarlo.

 

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy