Qui Roseto, a tu per tu con Kyle Weaver: “Io, come zampa di giaguaro. Alla ricerca di un nuovo inizio”

Qui Roseto, a tu per tu con Kyle Weaver: “Io, come zampa di giaguaro. Alla ricerca di un nuovo inizio”

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Se lo “Squalo Tessitore” gioca bene la metà di quanto è gentile e cordiale, il Roseto ha svoltato.

È arrivato venerdì pomeriggio a Roseto e ieri l’ho incontrato per la prima intervista, grazie alla puntuale organizzazione del team manager e addetto stampa degli Sharks, Alex Petrilli.

Parliamo di Kyle Weaver (parola inglese che in italiano significa “tessitore”), ala statunitense di 198 cm classe 1986 da Beloit, Wisconsin, un passato anche in NBA giocando in squadra con Kevin Durant, poi l’Europa con il titolo belga vinto nel 2011 con i belgi dello Spirou Charleroi insieme all’ex rosetano (2004/2005) Christophe Beghin, e l’Eurolega con l’Alba Berlino. Infine l’Italia in A2 Gold con Napoli nel 2013/2014 (allenato prima dall’ex Roseto, Demis Cavina, e poi dall’ex Teramo, Massimo Bianchi) e la scorsa stagione fra Israele (Bnei HaSharon) e Porto Rico (Caciques de Humacao).

Ieri, prima di pranzo, l’ho intercettato all’entrata dell’Hotel Liberty. E il moro col pizzetto che sembra un pennello, messo a sostegno di un sorriso a tratti inestinguibile, nonostante avesse chiaramente voglia di pranzare, ha ceduto alla panciuta violenza del mio invito a sedersi per qualche domanda.

Gli ho detto, sommariamente e a mo’ di antipasto, che prima di lui – oltre a qualche meteora – a Roseto abbiamo già avuto un giocatore che ha giocato davvero in NBA: Mahmoud Abdul-Rauf, che Weaver si ricorda con il nome di Chris Jackson. Poi gli ho raccontato di un coach nato a Newark, New Jersey, che dopo aver messo Roseto sulla cartina, portandola in A1, ha scelto di viverci: Phil Melillo.

Poi – e ancora non avevo cominciato l’intervista! – gli ho detto che Massimo Bianchi la scorsa stagione ha avuto un problema cardiaco mentre allenava Matera (recidivo dopo il problema datato 2008/2009 a Imola, se ben ricordo) e il sorriso di Kyle è sparito, tornando quando gli ho detto che il coach ha praticamente coordinato i suoi soccorsi, essendoci già passato, e che oggi sta bene e fa il vice allenatore a Reggio Calabria.

Poi abbiamo fatto l’intervista. Eccola.

Kyle, quindi ti ricordi in NBA Chris Jackson…
«Sì, me lo ricordo bene. Veloce, rapido, cannoniere. Mi sono davvero divertito a vedere le sue partite: un grande giocatore».

E i tuoi, di ricordi, in NBA? Sei pur sempre uno che ha giocato in quintetto con Kevin Durant. Che mi dici del tuo amico?
«“Oh man”… (pausa di riflessione, sorriso, mani unite a mo’ di preghiera laica, n.d.a.)… mi ricordo di quanto fossimo amici fuori dal campo e, contemporaneamente, di quanto ci odiassimo in campo. E cioè di quanto ci siamo allenati duramente, perché lì bisognava avere una determinazione feroce e fare sul serio. Tutti volevano essere forti, migliorare…».

Mi sembra la “chimica” migliore per una squadra…
«Sì, lo credo anch’io… sai, eravamo giovani! Nella prima stagione (2008/2009, n.d.a.), abbiamo perso molte partite, ma abbiamo sempre giocato duro. Poi, nella stagione successiva, la classe di Kevin (miglior marcatore NBA e il coach della squadra, Scott Brooks, premiato coach dell’anno, n.d.a.) ci portò ai playoff (contro i Los Angeles Lakers, Kyle ha anche giocato una partita segnando 2 punti, in quella serie, n.d.a.). Siamo sempre restati uniti, passando da essere una squadra perdente a una che va ai playoff».

E la tua soddisfazione più bella in NBA… finora?
«Sai, non sono soddisfatto al punto da avere qualcosa per cui valga la pena voltarsi indietro e dire: ehi, ne sono orgoglioso! Penso che avrei potuto fare di più e che posso fare di meglio ancora oggi, per questo essere qui a Roseto credo che sia una grande cosa, per costruire qualcosa di importante con questa squadra, vincendo gare».

Insomma: alla NBA ci pensi ancora…
«Vorrei che ci rincontrassimo tra dieci anni, e avere qualche bel ricordo della NBA da raccontare, dicendoti: ehi, ti ricordi di quella volta a Roseto in cui mi chiedesti della NBA?».

(Sorrisi reciproci, n.d.a.) Kyle, io sono solo un fottuto giornalista (risatone di Weaver, n.d.a.), quindi la domanda te la devo fare senza giri di parole, chiedendoti una risposta sincera: ti importa davvero qualcosa di giocare nel secondo campionato italiano, con il Roseto? Uno guarda al tuo passato, alla NBA, e non può non chiedertelo… ti importa davvero?
«Capisco benissimo e ti rispondo senza problemi. La mia passata stagione, in Israele, non è stata delle migliori. Il coach è stato tagliato e la squadra aveva molti problemi. Tutto questo mi ha colpito facendomi decidere di andare in un posto in cui fossi davvero desiderato come giocatore. Qui volevano davvero me. Un giocatore professionista può girare il mondo e andare dove lo pagano meglio, semplicemente per giocare. Ma qui volevano me e insieme costruire un progetto e quindi sono qui, e non è un problema se è la Serie A2. Sono qui per dare tutto il meglio che posso e far sì che la squadra sia vincente».

Il tuo cercare un nuovo inizio mi fa tornare in mente Zampa di Giaguaro, il protagonista del film Apocalypto di Mel Gibson…
«Sì, mi piace il paragone!».

Nato “swingman” (guardia-ala piccola), adesso sei ala piccola e ala grande. Coach Trullo, però, a Roseto pare ti abbia chiamato per essere il “4” titolare. Sei pronto a dare e prendere mazzate sotto canestro, nonostante non sia il tuo ruolo naturale?
«Sì, non penso che sia un problema. Il coach sa che nasco guardia, ma sa anche che per me non ci saranno né problemi in difesa se devo marcare gente più grossa né in attacco, dove cercherò di creare “mismatch” a me favorevoli. Insomma: non importa il ruolo, l’importante è che la squadra giochi bene insieme e vinca».

Anche se mi rendo conto di precorrere i tempi, hai già un piano per il tuo futuro, dopo la stagione a Roseto? NBA, Eurolega, Serie A in Italia?
«Sicuramente mi piacerebbe tornare in alto. Eurolega, Italia o NBA, visto che vengo da una summer league e penso di poterci ancora stare. Ma per questa stagione penso al Roseto, perché il mio futuro dipenderà da come giocherò qui».

Raccolgo l’assist e passiamo quindi a parlare di Roseto. L’obiettivo dichiarato ad inizio stagione è la salvezza, ma adesso che hanno completato la squadra con il tuo ingaggio il presidente – quello che ti firma gli assegni – ha detto che la squadra è forte e che vuole i playoff. Che ne pensi?
«Mi piace. Mi piace quella mentalità. Sono venuto qui per fare la differenza ed è giusto che tutti insieme proviamo a vincere quante più gare possibile».

Ieri, Bryon Allen – il tuo nuovo compagno di squadra – ha segnato 36 punti in amichevole contro la squadra di A2 del Rieti. La scorsa stagione, in Polonia, girava a 20 di media ed è arrivato 6° fra i cannonieri della prima lega. Ti fa piacere sapere che questa squadra ha già un cannoniere, visto quel che si dice di te e cioè che sei un giocatore che può segnare, ma soprattutto un polivalente giocatore di sistema?
«Se possiamo segnare tutti e due 30 punti è meglio (risatone, n.d.a.). Tornado alla tua domanda, io ho un po’ più di esperienza di Bryon, che è al suo secondo anno da professionista, e sono qui per portarla alla squadra. Perché ti può capitare di segnarne 36, ma anche di segnarne 6. Per questo tutti noi dobbiamo lavorare in palestra per arrivare a un livello di gioco che sia quanto più possibile uniforme e costante, ovviamente verso l’alto. In questo modo potremmo giocare e segnarne 36, 26, 16… 56! L’importante è che tutta la squadra cresca, avendo più soluzioni».

Detto di Roseto, ti porto i saluti di Demis Cavina e Massimo Bianchi, che ti hanno allenato a Napoli. Che ricordi hai di loro?
«Due persone buone e due bravi coach, pieni di entusiasmo. Ricordo salti e pacche quando giocavamo e la loro bella energia che davano alla squadra».

Torniamo a Roseto, parlando però della città. Sei qui da poche ore, quindi un giudizio non posso chiedertelo. Ma una prima impressione sì…
«È figa, mi piace. È piccola e tranquilla, somiglia a Beloit, la città dove vivo, anche se lì non abbiamo il mare».

Sai, qui a Roseto la cosa più importante, che ha reso la città famosa nel corso dei decenni, è il basket. Per i cittadini la pallacanestro è davvero una cosa importante. Quindi hai questa responsabilità, essendo il giocatore più conosciuto. Sei la star di Roseto…
«(Risata, n.d.a.) No, dai, non mi vedo come una star! Però è bello quel che dici. È bello che una città stia unita e protegga una cosa preziosa come la sua squadra di basket. Questo è importante anche per noi giocatori, perché ci può dare non dico pressione, ma il senso di quanto sia importante per la comunità quel che facciamo. I tifosi vorranno il massimo da noi e noi lo daremo, perché sappiamo che per loro, e quindi per la città, è importante».

Ultima domanda: hai degli hobby?
«Guarda, visto che sono tornato qui, il mio hobby sarà imparare l’italiano. Sono stato a Napoli a giocare, ma poi sono tornato in America e dimenticato le poche frasi che avevo imparato…».

La prima parola italiana che ti ricordi?
«No, ti prego! Solo brutte parole…».

Eh, ma è sempre così in tutte le lingue del mondo sai. Quindi, qual è?
«C…».

Ho capito, grazie, non c’è bisogno di continuare… è quella di 5 lettere che comincia per “c” e non è “cuore”. Quindi vuoi imparare la nostra lingua, è bello da parte tua…
«Sì, voglio imparare ad ordinare cibo in un ristorante, fare una piccola conversazione e cose del genere».

Grazie, Kyle, ti lascio al tuo pranzo e me ne torno a casa in bici…
«Ecco, bella. Mi serve una bicicletta per godermi Roseto!».

Mentre sto andando via arriva Sylvere Bryan, suo compagno di squadra a Napoli. C’è tempo per completare l’intervista con un’ultima foto.

In bocca al lupo a “Zampa di Giaguaro”, alla sorridente ricerca del suo nuovo inizio.

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