Tezenis, a tutto Portannese: “Verona, che feeling”

Le dichiarazioni di Marco Portannese, nuova guardia della Tezenis Verona, rilasciate alla stampa nella tarda mattinata di giovedì 4 agosto nella sede della Scaligera Basket di via Cristofoli.

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Di seguito le dichiarazioni di Marco Portannese, nuova guardia della Tezenis Verona, rilasciate alla stampa nella tarda mattinata di giovedì 4 agosto nella sede della Scaligera Basket di via Cristofoli: «Se sono qui in parte è anche per la gente di Verona, che più volte mi ha espressamente chiesto di venire alla Tezenis dopo aver giocato da avversario effettivamente delle buone partite. Sono contento, perché Verona è una piazza importante, seria ed ambiziosa proprio come sono io. Ex compagni e allenatori mi hanno parlato bene della società, la Tezenis avrà da me sempre il massimo della dedizione. Sono un agonista, uno che ha voluto migliorarsi negli anni anche d’estate lavorando sodo. Tre anni fa sono stato a Houston, ospite di Donte Mathis, dove ho svolto un programma specifico fra pallacanestro ed arti marziali con preparatori fisici con cui ho lavorato molto bene. Mi auguro di tornarci la prossima estate. Lavorare d’estate è importantissimo. L’ho fatto anche con Sandro Bencardino, lo storico preparatore fisico della Mensa Sana Siena. Le arti marziali? Mi ha aiutato nella velocità con mani e piedi, è stato molto utile. Mi piace investire su me stesso, voglio arrivare ad ottenere il massimo dalle mie potenzialità. Non ci sono ancora arrivato, ma mi impegno tutti i giorni per avvicinarmi al top. Sta nascendo una squadra interessante, dinamica, che il direttore sportivo Della Fiori sta costruendo nel migliore dei modi».

DOPPIA DIMENSIONE. «Come giocatore sono cambiato, quando giocavo in B1 pensavo sempre ad attaccare l’uomo e solo a far canestro. Dopo la stagione a Capo d’Orlando ho capito che l’attacco non è tutto. Sono un agonista, non voglio mai perdere neanche un “uno contro uno”. Adesso trovo più soddisfazione nel far segnare il mio compagno che mettere due punti io. Mi piace anche andare forte a rimbalzo, mi piace sudare per gli altri. La differenza alla fine la fa il gruppo, la chimica di squadra. Fondamentale. Mi piace prendermi delle responsabilità, mi piace andarmele a cercare».

DA LIVORNO A MANDELA. «La mia storia vera con la pallacanestro è iniziata con Marco Sodini, al Don Bosco Livorno. Lì è iniziato tutto, ero in terza superiore quando mi trasferii da Agrigento. Avevo 16 anni. I primi mesi sono stati duri, da agosto a dicembre ricordo che mi sentivo molto solo. In foresteria c’era solo giocatori toscani che a fine settimana tornavano a casa. È stato allora che mi sono appassionato alla lettura, stavo sui libri anche sei o sette ore al giorno. Ultimamente mi sono dedicato alle biografie fra Nelson Mandela, Steve Jobs, Javier Zanetti. Mi hanno consigliato ora quella di Bolt, leggero anche quella. Libri di basket? Soprattutto quelli di Phil Jackson. Di Mandela mi ha colpito la sua voglia di arrivare, non si è fermato davanti a niente lottando da solo contro tutto un sistema. Anche di Jobs ho ammirato la caparbietà, in più era un visionario. Ho legato un’amicizia molto forte con Nika Metreveli, sono andato a trovarlo anche a Tbilisi. Quando eravamo alle giovanili di Siena lui, arrivato da poco, non veniva troppo coinvolto. Lo feci io. Stavamo ore ed ore a tirare alla fine di ogni allenamento. E il nostro rapporto si è cementato. Succede sempre quando fai dei sacrifici insieme. Sono dell’idea che il duro lavoro paga sempre».

IL RIFERIMENTO. «Chi vorrei essere fra i giocatori di basket? Gianluca Basile, per me è sempre stato un esempio dentro e fuori dal campo. Lui non parla, lui fa parlare i fatti. E una qualità del genere ce l’hanno sono i campioni veri come lui. Della Tezenis conosco Pini con cui ero nella Nazionale Sperimentale. Lui è uno di quelli che fa sempre quel che serve alla squadra, quel che spesso non vedi nelle statistiche. Il mio soprannome? “Potty”, nato ai tempi di Livorno. Me lo diede un ragazzo più grande, da allora mi è rimasto anche per l’assonanza col mio cognome».

IL PARQUET COME UNA SCACCHIERA. «Mi piace giocare a scacchi, vorrei trovare un circolo a Verona per potermi allenare e coltivare questa mia passione. Voglio andare anche a vedere un’opera all’Arena, il genere mi piace molto. La mia oasi di pace resta una campagna vicino ad Agrigento che abbiamo preso da poco e nella quale mi piace immergermi fra il silenzio e gli ulivi. Quando posso ci vado. Seduto su una sdraio a pensare soprattutto alla mia carriera sportiva. A cominciare dalla Tezenis».

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