ESCLUSIVA: Napoli, Andrea Traini a tutto campo: “Ho Pesaro nel cuore, ma molto presto darò tutto per la Givova”

ESCLUSIVA: Napoli, Andrea Traini a tutto campo: “Ho Pesaro nel cuore, ma molto presto darò tutto per la Givova”

di Davide Uccella

Con Napoli-Torino rinviata a novembre, e un doppio impegno casalingo che nel giro di pochi giorni potrà già dirci qualcosa sulla Givova targata Calvani, ecco il momento giusto per riflettere, riordinare le idee, ma parlare anche di quello che in questo avvio di stagione è stato il grande assente, l’ombra ingombrante, inutile nasconderselo. Napoli – Ferentino, diciamocelo, sarebbe dovuto essere il primo atto della risalita di Andrea Traini: il primo momento per levare la china, far alzare il suo ciuffetto a suon di penetrazioni, mostrare gli attributi, per ricordare a tutti che è lui, assieme ad Ale Amici e Marc Trasolini, è uno degli ultimi grandi prospetti di una terra che nel basket ha fatto e fa ancora storia. Del resto, se pensi a Traini, ci vuole un lampo per proiettarsi nelle Marche: Porto San Giorgio, Recanati, Pesaro… terrà di velocità, innanzitutto. E come Valentino Rossi sfreccia da anni sulle piste, ed è bello che entrato nella leggenda della MotoGp e dintorni, così Andrea vorrebbe spaccare tutto, e avere la chance di sgasare e gasare sui parquet di mezza Italia. Già la voglia: anche per questo, una volta riportato Valerio Spinelli in azzurro, i dubbi sulla sua scelta sono stati pochissimi. Il classe ’79 ci sarebbe stato, e con un minutaggio discreto, ma pur sempre chirurgico, di qualità. Sarebbe servita la staffetta con un play più giovane, italiano, ma non giovanissimo e acerbo. Insomma un giocatore che avesse margini ma pronto per la fossa dei leoni della cadetteria, ma soprattutto un elemento che potesse rafforzare quell’idea di progetto a medio termine che Calvani vuole portare avanti, nell’ottica di un futuro basato sul rinnovare, e non sul rivoluzionare. Così, dopo un primo flirt con Lollo D’Ercole, già alfiere del “Baffo” nella super Roma di due anni fa, ecco il biondino con la faccia di bronzo che entra e tira senza pensarci un attimo, il ragazzo cresciuto tra Loreto, il campetto estivo dei salesiani a Porto Recanati e Porto San Giorgio, prima di entrare nel cuore e nelle grazie del vivaio Vuelle. Già compagno dell’ormai ex Marco Ceron nella Recanati di due stagioni fa, quella Recanati capace proprio con il suo innesto in corsa di eliminare l’Orlandina e centrare le semifinali playoff contro Trieste (10,5 pts + 3,5 rimbalzi e 3,8 assist con il 40% da 3 e l’84% dalla lunetta), il 22enne, point guard per definizione ma con buonissime doti di vision e passing, è stato anche punto di forza in cabina di regia della Nazionale Under 20 tra il 2011 e il 2013 (argento in Spagna e 10° posto in Slovenia): tutte credenziali che dopo le 25 presenze  tra 2010 e il 2011 (tra cui spiccano un 6 punti in 10? contro Caserta al debutto assoluto e un 7 in 14? contro la Virtus – 6 minuti di media e 2,4 punti nel complesso). Insomma un bel ruolino, capace di dargli un pass per il ritorno alla casa madre, con cui poi raggiungerà le semifinali scudetto. E dire che doveva semplicemente essere aggregato alla prima squadra di Dalmonte, e non ci s’aspettava niente da lui. Peccato però che quell’estate segni anche l’inizio di un conto con la sfortuna ancora aperto. Un conto incredibile, immeritato, assurdo. E se da una parte quello che rientrava alla Vuelle dopo il prestito sembrava un Traini diverso, più consapevole, sempre guascone ma pronto ad accettare la sfida di coach Giampiero Ticchi, dall’altra parte il colpo di spugna sul passato, insomma il voler credere in un allenatore che lo aiuti a plasmare il suo talento, trova un muro troppo alto nel suo crociato anteriore destro. L’avvio di stagione è a dir poco eccellente (8 punti di media nelle prime 5 gare, 13 e 11 nelle prime due contro Roma e Biella), e sconvolge i piani tecnici dello staff (che lascerà andare Marigney, cannoniere della Legadue l’anno prima a Scafati). Poi però la foto più buia, che fa ancora male a guardarla: 28 ottobre 2012, Traini esce dal campo abbracciato al dottor Benelli e al fisioterapista Tamburini. E’ una mazzata devastante, che gli costa la bellezza di cinque mesi di stop. A volte però per crescere bisogna anche superare delle difficoltà, stringere i denti. E dopo un’operazione con riabilitazione annessa e connessa, prima e dopo l’intervento, il ragazzo ci ha messo impegno, costanza e tigna. Quella tigna che gli ha permesso di  tornare dopo appena cinque mesi, giusto in tempo per il rush finale, mostrando una reazione che non ha lasciato indifferente un certo Ario Costa, caro a tutti noi, tanto da metterlo al centro del nuovo progetto VL, messo su con pochi euro. Niente play americano e regia affidata all’accoppiata Pecile-Traini: tutto stupendo, ma a fine agosto un’altra tegola. Un movimento falso in allenamento, la caduta, basta un secondo per rivedere un film lungo un anno: quello dell’operazione, della riabilitazione e di tutta la fatica fatta. Stavolta è il menisco questa a dire di no: proprio come meno di un mese fa, con la nuova maglia di Napoli, contro quella Ferentino che Andrea avrebbe voluto lasciasse Fuorigrotta a mani vuote. Invece il talento marchigiano ha potuto soltanto guardare l’esordio dei suoi compagni, reduce dall’ennesimo intervento. La società, per supplire al problema, ha ingaggiato in extremis di un cavallo di ritorno come Nunzio Sabbatino,  già visto a Napoli nella stagione della DNA, ex promessa della Mens Sana, che proverà a rilanciarsi in maglia azzurra dopo una stagione discreta in DNA Silver a Reggio Calabria… ma può bastare? Nessuno nega che è sempre utile guardarsi attorno, ma il primo a dire di no è (e deve essere) Andrea Traini. Lui, che nato per bruciare le tappe, a tutti i livelli, lui che è sempre stato esplosività allo stato puro, è oggi costretto ad essere uno dei giocatori più pazienti del basket italiano. Ma lo dicevamo: a volte per crescere bisogna anche un po’ star male. E se non c’è due senza tre, se Napoli l’aspetterà come è certo, l’impressione che davanti a noi ci sia un giocatore molto più maturo diventa certezza, una volta che con “Caccu” puoi scambiare quattro chiacchiere su tutto, e a cuore aperto. A proposito, Andrea. Forse in tanti te lo avranno chiesto, ma la curiosità è troppo forte: il tuo soprannome come nasce, insomma a chi dobbiamo pagare i diritti d’autore per tutte le volte che lo usiamo? “Guarda, ti rispondo subito: il “creativo” si chiama Diego Torresi, e spero ci legga, così passerà alla storia (ride, ndr). Quanto al soprannome, è nato nel 2007: ero in foresteria, a Pesaro, e Diego – che abitava con me – un giorno mi chiamò caccola, già proprio quella che puoi immaginare (ride, ndr). Ovviamente chiarisco: non perché mi scaccolassi, ci mancherebbe, ma perché secondo lui ero piccolissimo, quindi da lì “cacculi”, che abbreviato alla fine diventa “caccu” “ Rimaniamo ancora su di te. Qualche anno fa, era fine 2010, hai dichiarato che il tuo amore per il basket è nato anche perché “mia madre è apprensiva e mi portava in un luogo chiuso per fare sport”. Dobbiamo dire grazie a lei? “Si, assolutamente. Diciamo che a mia madre devo molto, e mi ha sempre supportato. Pensa che tutto è iniziato nel ’97, quando ha cominciato a portarmi ad allenamento con uno dei miei due fratelli, Matteo, che è del 1990, e da quel momento non ho più smesso di giocare. A 12 anni poi avanti e indietro tutti i giorni ad Ancona: due anni incredibili, e ti assicuro che non è stato facile, visto che rimaneva a vedermi per evitare di fare più viaggi. Dai 14 anni invece 3-4 volte a settimana a Pesaro: lo confesso, pur di farmi migliorare e pur soprattutto di vedermi felice ha fatto grandi sacrifici. La ringrazio tanto, e spero di ricambiare il suo impegno e il suo affetto”. A proposito di fratelli, Andrea…Ho letto delle tue estati a Porto Recanati, sempre insieme a Matteo: ora che siete più lontani, quanto ti manca e cosa ha significato il fatto di vivere con lui tante esperienze, dentro e fuori dal campo? “Innanzitutto ho due fratelli, e non voglio assolutamente dimenticare Lorenzo, che è del 1987 e a cui voglio un gran bene. Con Matteo però non voglio negare che ci sia anche un discorso di vicinanza di età. Siamo molto legati, sia da piccoli quando giocavamo insieme sia ora, che usciamo e stiamo parecchio insieme quindi. Insomma come tutti i fratelli viviamo di alti e bassi, e sicuramente tra gli alti c’erano quelle estati. Tutto questo mi manca, lui mi manca, anche se due settimane fa è stato a Napoli da me cinque giorni, e spero che quando ritornerò sarò di nuovo in campo!” Ti faccio un’altra domanda che non ci porta a Pesaro. Nel 2011 non hai spazio, ma il talento ha bisogno di spazio e minuti. Li hai trovati a Recanati, e alla grande. Cosa ricordi di quella La Fortezza? Come ti sei trovato in giallo-blù? “Sono stato davvero benissimo, poi essendo praticamente a casa, è stato tutto più facile. Ringrazio la società, il mitico presidente Pierini dell’opportunità che mi hanno dato e anche il coach Coen. Il gruppo era favoloso, tutti i ragazzi mi hanno accolto e fatto sentire uno di loro da subito…sicuramente è stata la mia esperienza migliore, soprattutto quando contro Capo d’Orlando ribaltammo la prima partita in casa dal -18, arrivando al supplementare e vincendo alla fine anche la serie. Credo sia stata una grande soddisfazione di squadra”. Passiamo ora alla pagina più bella ma anche più intensa della tua vita. Pesaro per te vuol dire tanto, probabilmente tutto: sei stato quasi nove anni lì. Come riuscivi a conciliare scuola e allenamenti, soprattutto all’inizio, da studente in ragioneria? “Si, Pesaro è stata tutta la mia adolescenza, qui sono cresciuto tutti i sensi. Venendo invece alla tua domanda, credo che la maggior parte dei ragazzi della mia età che fanno sport e vanno a scuola avessero la stessa, e cioè piena di sacrifici. Sai, a 15 anni magari quelli della mia età al pomeriggio uscivano e andavano in giro con gli amici, ma io come altri studiavamo e poi subito allenamento, quindi credo che il modo migliore per conciliare il tutto sia il fatto di capire che solo l’impegno è la base per raggiungere i propri obiettivi, che sia la scuola o il basket o qualsiasi altra cosa”. Nove anni però vogliono dire anche tanti campioni, tanti giovani con cui potersi allenare, e avere anche l’onore di farlo. Chi ricordi con più affetto o più ammirazione, e con chi pensi di non esserti conosciuto abbastanza, con un pizzico di rimpianto? “Ho avuto una grande fortuna a giocare con gente come Collins, Diaz, Hickman, e poi James White, il vostro ex Jumaine Jones, Daniel Hackett…non nominarli tutti sarebbe offensivo, e tutti professionisti esemplari, da cui ho cercato di prendere il meglio. Nelle giovanili invece mi sono legato molto a due ragazzi, Ciribeni e Tortù. Sono di Porto San Giorgio, vicinissimi a casa mia visto che io abito a Porto Recanati, con loro c’è sempre stato un grandissimo affiatamento, e infatti da due anni andiamo sempre in vacanza insieme. Comunque diciamo che i giocatori più grandi li conosco poco: quando ho iniziato la Serie A ero piccolino, molto timido, e in un contesto nuovo è difficile rapportarsi con persone più grandi. In realtà non posso dire di conoscerle benissimo fuori dal campo, semmai è questo il rimpianto”. Rimaniamo ancora su Pesaro: solitamente in esperienze così lunghe può capitare che con qualche allenatore vada meglio, con altri peggio. E’ successo anche con te? Se sì, perché? “Sai, secondo me ci sono alti e bassi con tutti. Se poi bisogna trovare il meglio del meglio, io ti dico Giacomo Baioni, Under 19 anno 2010-2011. Sinceramente non so spiegarti il perché, ma sicuramente mi piaceva il suo modo di giocare e di intendere pallacanestro, e poi faceva la differenza dal punto di vista umano. Ringrazio poi Piero Coen, perché fin dall’ inizio non mi ha promesso niente, ed è stato sempre sincero e coerente con me. Quanto agli altri, non è che io voglia liquidare il discorso, ma sono uno che ragiona sempre con il bicchiere mezzo pieno, e cerco di prendere il meglio da tutti. Solo così si cresce”.  Ultimissima sul mondo bianco-rosso. Società non sono soltanto roster e coach, ma tutto quell’ universo fatto di staff e tifosi. Se io ti dico Roby Venerandi a cosa pensi? C’è qualcun altro di cui ti piacerebbe parlarci, e magari salutare? “Beh, Roby è una persona speciale e gli voglio un gran bene! Se poi penso a tutto il resto, dovrei salutare un milione di persone: in 9 anni ti leghi a tantissimi amici, ma voglio ricordare con piacere il preparatore atletico Eliano Crudelini, poi Matteo Panichi – con cui sto facendo la riabilitazione in questo periodo per il menisco -, oltre a Umberto Badioli – vice allenatore quest’anno della prima squadra -, con cui mi sento spessissimo, e un salutone anche ad Andrea Turchetto, tutor nella foresteria e poi anche vice allenatore, sia nelle giovanili sia in Serie A. Infine un abbraccio a tutti i tifosi pesaresi, che mi hanno sempre supportato e voluto bene, e davvero a tutti, parenti e amici: sono l’anima di una città che mi ha sempre dato affetto, e soprattutto verità, sincerità nei miei confronti”.   Diciamo che Venerandi ci porta anche al capitolo infortuni. E devo domandartelo: cosa ricordi di quel 28 ottobre contro Sassari? “Se penso a quel giorno, mi viene in mente un buco nero dal quale dopo due anni,  pian pianino, sto ancora cercando di uscire. Ora vedo la fine del tunnel, sono sicuro che andrà tutto bene, ma quello è stato un momento davvero brutto. Era poi il primo anno in cui stavo avendo tanti minuti e tanta fiducia in Serie A, con Ticchi si era creato un ottimo rapporto, eppure preferisco sempre guardare quello che di positivo mi ha dato questo infortunio: sembra da pazzi parlare cosi, ma oggi sono ancora giovane e ho tanta maturità da vendere “. Quella stagione, me lo anticipavi, partì davvero bene: saresti potuto arrivare in Nazionale a fine corsa? “Stavolta ti  rispondo con tre parole: non lo so. Consapevole ovviamente del fatto che la Nazionale è un privilegio e sarebbe un onore farne parte!”. Sai perché ti ho fatto questa domanda? Non posso fare a meno di ricordare una diretta su La7, era a Biella mi pare, e al commento un certo Gianmarco Pozzecco ti sommerse di complimenti. Disse per l’esattezza: “Si vede da questo che è un ragazzo intelligente! Mi stupisce la sicurezza con cui si avventura dentro l’area in penetrazione, senza paura, sapendo già dove andrà a mettere la palla”. Alla fine del match fosti votato anche MVP del match. Ecco: ti sei più sentito con il “Poz”? Cosa ne pensi del suo estro in panchina? Mi pare che sia il tuo idolo… “Mi ricordo tutt’ora quelle parole, e le risento ogni volta che posso, perché quando certe cose vengono dette dal proprio idolo ti riempiono doppiamente di gioia. Quanto al suo estro in panchina, non credo sia una sorpresa: era cosi in campo, era ovvio che lo fosse anche in quel ruolo, altrimenti non sarebbe il Poz (ride, ndr). Sinceramente è un po’ che non lo sento, anche se ricordo con piacere la chiamata che mi fece dopo il secondo intervento. Ora come ora non posso che fargli un grande in bocca al lupo per la nuova stagione nella sua Varese, anche se credo che già a Capo d’Orlando ha dimostrato di essere un bravissimo allenatore,  oltre che ad essere un motivatore come pochi”. Non voglio affondare il coltello nella piaga. Piuttosto ho notato una curiosità: usi tantissimo i social network, soprattutto Facebook. Prima di andare a Recanati, poi la scorsa estate, subito dopo la caduta in allenamento e una volta conosciuti i risultati dell’artroscopia: sei molto attivo. Ti piacciono a prescindere o ti piacciono perché così mantieni un contatto più diretto con famiglia, amici e tifosi? “Guarda, su questo ti devo dire che hai torto, perché Facebook l’ho rimesso questa estate ad agosto, dopo un anno che non lo avevo, e usavo solo Instagram e poco Twitter. L’ho fatto sinceramente perché nel 2014 non avere Facebook significa essere fuori dal mondo. Poi sai mi interessa vedere quello che fanno i miei amici magari, condividere qualcosa di simpatico e farci due risate (ride, ndr), soprattutto con i miei veri amici e la famiglia! Veniamo ora a Napoli. Ti dico Calvani, dammi tre aggettivi. “Sincero, preciso, lavoratore. Il coach è una persona che dice in faccia ciò che pensa, sia che ti debba far complimenti sia che ti debba mandare a quel paese. Lo fa ovviamente perché cura molto i particolari, dal video agli allenamenti, e lo fa perché è un professionista al 100%, che lavora e richiede che i suoi giocatori lavorino al 100%, sempre, su tutti gli aspetti del gioco”. …E se invece ti dico Napoli? “Accogliente, caotica e appetitosa. Le persone sono sempre alla mano, hanno un modo di rapportarsi caloroso, e questo compensa il fatto che io non sono abituato alla città: ti assicuro che trovarsi di colpo a Napoli, con il traffico e tutto non è un passaggio da poco. Un’altra gioia però è il cibo: io vado pazzo per le mozzarelle di bufala, e le mangio come un assatanato (ride, ndr)”. Andrea, ora avviciniamoci al campo. Quanto e come stai lavorando per il recupero? “In questo momento ti parlo da Villamarina, a pochi passi da Pesaro, e sono seguito da Matteo Panichi, oltre che da Gianluca Serafini per la fisioterapia. Mi sto allenando soprattutto per riprendere il tono muscolare, e questo ovviamente comporta che lavori con entrambe le gambe. Proprio ieri ho iniziato qualche accenno di corsa, e sta andando tutto bene… quindi incrociamo le dita e andiamo avanti con fiducia”. Ti sarai mangiato le mani vedendo Napoli sotto contro la FMC. Cosa è mancato alla squadra per vincere in voltata secondo te? “Io mi sto mangiando mani, piedi e tutto perché ho una voglia di giocare assurda, e voglio aiutare i miei compagni a fare una grande stagione, perché abbiamo le qualità per farlo. Sinceramente non ho potuto vedere la partita, se non seguirla sul play by play in diretta, e poi su YouTube. Comunque penso che sia mancata lucidità in attacco e aggressività in difesa, perché prendere 45 punti in casa dopo solo due quarti rende tutto più difficile. Comunque Valerio e De’Mon hanno guidato la rimonta, e con loro tutti i compagni sono stati bravissimi a non mollare mai e rientrare in partita. Poi è solo la prima giornata, ci rifaremo prestissimo” Qual è invece la forza di questa Givova? “Sicuramente avere un allenatore bravo, e poi un gruppo unito che ha voglia di allenarsi e migliorarsi giorno per giorno!” Hai solo 22 anni, ma ne hai passate tantissime sul piano umano. Tecnicamente invece come ti definisci? “Se penso a ciò che mi piace fare in campo, ti dico che vado in estasi quando posso correre, giocare il pick and roll, e magari fare un bel assist per mandare il compagno a canestro. Se invece parliamo di ciò che mi manca, questa è una domanda alla quale preferisco far rispondere gli altri! Ti posso dire che ho tanto da migliorare, e se a 22 anni pensassi che non ho margini sarei già finito”. Guardiamo al futuro, Andrea: come vedi il campionato, come vedi le altre, e quando pensi di tornare protagonista? “Sicuramente è un campionato molto equilibrato, dove tutte possono vincere ovunque: il verdetto della prima giornata è stato chiarissimo. Non bisogna sottovalutare nessuno, e pensare che certi impegni siano più facili di altri vuol dire perdere in partenza. Quanto a me, voglio dare innanzitutto dare un contributo alla squadra e star bene fisicamente, ritrovando continuità giocando, poi se sarò protagonista e tornerò protagonista lo vedremo nel tempo . L’importante è tornare il prima possibile, stare bene e aiutare i miei compagni!” Noi te lo auguriamo. E ce lo auguriamo.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy