Eurobasket Roma, parola a Michael Deloach

Eurobasket Roma, parola a Michael Deloach

L’americano della Roma Gas&Power racconta tanti capitoli della sua storia, che da Raleigh, nel North Carolina, l’ha condotto fino a Roma

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La bomba della vittoria contro Casale Monferrato, la maglia mostrata con orgoglio verso il pubblico e l’abbraccio finale dei più piccoli a cui si è abbandonato spontaneamente, sono ancora tutti nei nostri occhi, nella speranza di vivere tanti altri di questi momenti nella nostra stagione. Ma l’avventura di Michael Deloach, primo straniero nella storia dell’Eurobasket, merita di essere raccontata fuori dal rettangolo di gioco allo stesso modo di come le sue gesta stanno infiammando i tifosi della Roma Gas & Power sul parquet: “Sono entusiasta di essere il primo americano nella storia del club – disse al momento dell’annuncio ufficiale – e ringrazio la società per un contratto di due anni che non viene offerto quasi mai“.

Michael Brandon Deloach nasce a Raleigh, poco più di cinquantamila abitanti nel North Carolina, nel Gennaio del 1986,  ha due fratelli e diventa subito per tutti “Moe”, perchè sta sempre con Maurice, il maggiore dei due e, contrariamente a quanto ci si possa aspettare vista la provenienza, ha come idolo Kobe Bryant e non MJ: “Lui è la perfezione e Kobe è il giocatore che è andato più vicino a somigliargli, sono stato molto triste alla sua ultima partita, ma continuo a tifare Lakers anche dopo di lui“. Ma, come accade a quasi tutti i suoi coetanei nati in quella zona – “probabilmente una delle cinque peggiori della Carolina – deve subito fare i conti con una realtà molto difficile. “E’ un posto di 60mila abitanti e con pochissime alternative e cose da fare, quindi è facile già da giovanissimi, anche a 11 anni, entrare nelle prime gang e finire sulla strada della delinquenza.”

Rapine, pistole e anche qualche omicidio sono all’ordine del giorno, ma “Moe” non si abbatte e sceglie di invertire la rotta, sperando che qualcuno lo seguisse. Va al college, “l’esperienza più importante della mia vita, perchè ti forma e ti dà anche altro cui pensare oltre allo sport”,prende una laurea in Business – “se ami lo sport, devi studiare, e poi era una promessa che avevo fatto alla mia famiglia” – e anche se la carriera da professionista lo porterà presto in Europa, diventa un esempio per tutti i ragazzini della zona. “Nessuno da qui è riuscito ad arrivare in NBA, quindi io sono quello che ci è andato”più vicino” inteso come livello di carriera più alto e sono un pò un riferimento per tutti. Le mamme sanno che anche io potevo essere nella loro stessa situazione, ma mentre loro hanno poche occasioni di uscire e vedere cosa ci sia fuori da quel contesto, io ho potuto farlo, anche attraverso lo sport, e ho capito come cambiare vita. Quindi mi chiedono di parlare e dare i consigli ai loro figli e io cerco di tenerli impegnati in vari modi: lo sport è il migliore di questi”. E poi, fuori dal campo, “you must pray and believe in God“.

Tornei estivi e camp, basket e baseball, ma anche altre discipline ed iniziative, occupano gran parte della sua giornata e quando è da questa parte dell’Oceano quel telefono che vediamo molto spesso nelle sue mani è soprattutto un modo per mantenere i contatti con la famiglia e gli amici: “La gente crede principalmente che io sia una buona persona ed un buon giocatore, perchè è ciò che appare all’esterno attraverso internet, ma io utilizzo i social anche per descrivere ciò che fa parte della mia vita quotidiana e far comprendere che è anche una vita di sacrifici, come quando mi alzavo alle sei tutte le mattine per andare a correre“.

I live su facebook in giro per Roma e una fanpage con più di 3mila followers pronti a “condividerne” ogni pensiero, sono lo spaccato di una vita dove a volte virtuale e reale sembrano fondersi in una miscela perfetta, terremoto e traffico romano a parte.

Ma che non era cominciata di certo nello stesso modo, in Polonia: “L’esperienza peggiore della mia vita, poca organizzazione e tanti problemi economici. Sono stato per un mese con 50 dollari sul conto e piangevo ogni giorno perché sarei voluto tornare a casa. Se l’avessi fatto non so che cosa sarei ora, forse un allenatore o istruttore per ragazzi, ma andare a vivere in un paese lontano dal mio per la prima volta è stata non solo un sacrificio, ma anche un’esperienza che mi ha reso un uomo migliore“. Allora Moe resiste un paio di stagioni, nelle quali trova da avversario anche Tony Easley, perché la sua “MOEtivation“, scritta appositamente con le prime lettere in maiuscolo come il suo soprannome,  è superiore ad ogni avversità, e tiene fede a quello che è il suo credo: “Moetivation è il mio motto, cioè che serve per stimolare noi stessi e chi ci sta attorno, oltre che ciò che dico sempre ai miei ragazzi durante i camp“.

Ma poichè”siamo come un libro e la vita è fatta di capitoli“, il successivo, come premio alla perseveranza, si chiama Italia, per la prima volta quattro anni fa: “E’ il posto che più somiglia agli Stati Uniti e mi fa sentire a casa, posso andare in luoghi tipicamente americani e trovare il nostro cibo come all’Hard Rock, o visitare una serie di posti che avevo solo studiato sui libri e forse sapevo che un giorno, prima o poi, sarei finito a Roma. Giocherò magari fino a 35 anni e sono abbastanza certo di poter dire che lo farò in Italia fino alla fine“.

Perché anche se la prima tappa, Lucca, si chiude anticipatamente causa problemi finanziari della sua società, la sua leadership e la sua solidità ci mettono poco tempo ad emergere ed arriva la chiamata di Chieti, in tempo per qualificarsi ai playoff: “E’ sicuramente il momento più atteso ed emozionante della stagione, li ho giocati per la prima volta e furono bellissimi, perché è vero che i soldi sono importanti, mi servono anche ad aiutare la mia famiglia, ma ciò che conta di più è il piacere di giocare, essere soddisfatti di sè stessi e rendere felici le persone che ti vengono a vedere“.

Per questo, nonostante una carriera che, alla luce dei 30 anni, continua a crescere nel pieno della sua maturità – la scorsa stagione è stata personalmente la migliore, ma gli oltre 21 punti di media segnati finora sono un record – Moe guarda avanti e mette i risultati della squadra prima di ogni altra cosa:” Questa è una squadra diversa, dove posso avere più responsabilità offensive del solito, ma contano e mi interessano principalmente le vittorie“. Meglio se condite da qualche prodezza decisiva già nota nella sua esperienza italiana e che serva ad esaltare grandi e piccoli: “Il canestro di Reggio Calabria fu forse il più difficile, ma in ogni caso mi piace che i giovani stiano con noi, vengano a fare le foto, si divertano e sognino grazie a noi di diventare dei giocatori, così come succedeva a me quando avevo la loro età“.

Infatti, a dispetto di un carattere apparentemente taciturno, Moe ci mette poco tanto ad infiammarsi sul parquet, quanto a regalare perle di rara bellezza fuori, si è presentato così al PalAvenali la sera di Halloween durante una sfida Under 20),e  fin da subito è stato disponibile e aperto ad ogni tipo di contatto con grandi e piccoli, anche nelle inedite vesti di “venditore di abbonamenti”.

Senza mai dimenticare le sue origini, che pensa e porta anche in campo –  il numero 2 sulla maglia è l’inizio del prefisso 2-5-2 del distretto di Raleigh – come loro, pur lontani migliaia di chilometri, pensano a lui. E poichè non è mai possibile trascorrere il Natale insieme causa partite, poco importa che fosse Estate,  c’è chi ha ben pensato di risolvere il problema, anticipando la ricorrenza di qualche mese.

Nei suoi piani futri, pur non disdegnando un futuro in Italia anche una volta smesso di giocare, ci sono “una palestra polifunzionale per i ragazzi” e l’apertura di un ristorante.

Il menu?”, “Chicken Wings“, ovviamente, ma soprattutto un’altra chance ed un futuro migliore da provare a dare ai suoi amici, che Moe porterà a lavorare in entrambi i suoi progetti futuri. Idee chiare, quindi, come in campo.  Già pronti per una nuova prodezza che ci faccia esaltare tutti insieme.

Ufficio stampa Eurobasket Roma

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