Napoli verso Capo d’Orlando: il dovere di provarci contro la squadra del momento

Napoli verso Capo d’Orlando: il dovere di provarci contro la squadra del momento

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Sia dentro che fuori dal campo, non è un momento facile per l’Azzurro. E anche se le sfumature da offrire sarebbero tante – da una società con uno sponsor di peso, vogliosa di fare investimenti sul serio dopo anni, ad una squadra dalle enormi potenzialità – i numeri purtroppo remano contro. DENTRO IL CAMPO: I PERCHE’ DI UN 3-5:  3 vinte – 5 perse, una posizione di classifica che al momento defila Napoli dalle posizioni alte, il carro guidato da coach Cavina non è ancora uscito dal pantano di un avvio di stagione fin troppo tormentato, e alcune scelte sul campo hanno vanificato grandi occasioni sfumate spesso negli ultimi minuti, se non negli ultimi secondi: non solo per chiudere alcune sfide senza troppi patemi (vedi Casale), ma anche per stare sul pezzo fino alla fine, con squadre tutte rognose ma battibili, e portando a casa punti che Napoli avrebbe potuto fare suoi con un pizzico di lucidità in più, aspirando quella polvere che una parata come Imola aveva soltanto nascosto, sotto il tappeto del +30. Veroli, Biella, Trapani, Trento, quindi Torino: sfide diverse, storie diverse, protagonisti diversi, problemi diversi e chiavi diverse, ma un solo filo logico: quello del ritmo, della difesa e del gioco di squadra, legato alla continuità. Di sicuro momenti come i quarti centrali di Casale, i primi 30′ a Trento o la prima metà di ripresa contro Torino sono stati momenti lisergici, una vera droga cestistica, il prodotto di una squadra che crea compiacimento, orgoglio, e in sé ha il seme della grande di categoria. Niente cali, velocità di gioco, quella concentrazione difensiva specie “a zona” che compromette meno del previsto la tenuta a rimbalzo, allontana i lunghi più forti e porta a forzature avversarie lontano da canestro: tutti ingredienti che del resto sono naturali, per una squadra con il DNA tecnico di Napoli. Dall’altra parte però paghi il fatto che questi sono soltanto momenti di dieci, 15, massimo 20 minuti, e non partite intere. E allora vedi un’altra Expert: un attacco che specie a difesa schierata, paga vuoti di idee corali, di soluzioni di squadra che tolgano le castagne dal fuoco se non si ingrana l’alto-basso, oppure i mis-match giusti innescati dal pick n’roll. Non mancano poi in difesa i giusti cambi sullo stesso pick n’roll e nel tagliafuori difensivo, fino alle poche transizioni nate dai recuperi, alcune di queste gestite con zero freno a mano. Si sta migliorando molto sulla selezione dei tiri da 3, sulle percentuali (stellari ad un certo punto contro la Manital, impeccabili nel primo tempo contro l’Aquila), come anche sui falli subiti per avere punti più facili dalla lunetta, ma non basta: per dare una scossa, con questo stato di cose, servirà tutta la verve offensiva del trio Black-Weaver e Brkic, che sa esaltarsi nell’uno contro uno, attaccando l’area e il canestro con le intuizioni di gioco; serviranno i break di un Sylvere Bryan che si spera al rientro più lucido e aggressivo, con le sue schiacciate sotto-ferro; servirà la faccia tosta di Marco Ceron, finalmente ritrovato, così come la solidità difensiva di Valentini e Montano…e infine i capitani Allegretti e Malaventura, se ben ispirati da scarichi aperti o buone uscite dai blocchi. Questo è il meglio del repertorio partenopeo, questo c’è da mettere sul tavolo, ora che si fa sul serio, ora che c’è da pungolare un Comune fin troppo insensibile al progetto messo sul piatto da Maurizio Balbi. Perché oltre le grane sportive infatti tiene ancora banco la questione PalaBarbuto: una squallida telenovela che da fine maggio tiene sulla graticola 24h il n.1 dell’Azzurro, prende in giro  tifosi e addetti ai lavori, e ci porta al paradosso per cui la massima propositività riceve picche dalle istituzioni. FUORI DAL CAMPO : BALBI PROPONE, MA IL COMUNE DISPONE? – Balbi, andando al sodo del suo sfogo in sala stampa dopo Napoli-Torino, non batte cassa: non chiede soldi, non fa questue e non vuole corsie preferenziali, ma non vuole neanche impelagarsi in un gioco al massacro che rischierebbe di essergli fatale. Pretende piuttosto una trafila che faccia il suo corso, una procedura che già c’è ma che prima o poi si decida a partire, nel rispetto dei tempi. Lamenta insomma un problema di regole, il patron, un problema che il vertice comunale primo o poi dovrà porsi, senza tirare troppo la corda. Il primo ingorgo, lo sappiamo, fa da sfondo agli ultimi mesi, e si crea per i lavori di ammodernamento del PalaBarbuto mai partiti: annunciati in pompa magna in Sala Giunta lo scorso giugno, all’indomani dell’acquisizione del titolo ex Ferrara e Biancoblù, presto  “si scoprirà” che oltre una certa soglia di costo sarebbe stata necessaria una gara d’appalto. C’erano ovviamente dei tempi tecnici per bandirla e tenerla, ma in quasi sei mesi avremmo potuto parlare di un iter già avviato. Tracce di questo percorso? Ufficialità? Non ne sono mai arrivate. E arriviamo a oggi, con un altro intoppo, ben più grave, che crea i suoi danni da inizio campionato, complica l’ordinaria amministrazione e mette sul piatto la possibilità stessa di giocare a Fuorigrotta: si tratta dei ritardi legati ai permessi d’agibilità, tutti rigorosamente “ad horas” (cioè per la singola partita), e parziali, capaci cioè di coprire solo un certo livello di capienza. E’ l’ultima puntata di questa soap che tutto ci dà meno che sane emozioni, e che giorno dopo giorno ci regala chicche orrende di un problema amministrativo, burocratico, dovuto anche a pigrizie di fondo e inerzie troppo spesso spacciate per controlli. Un problema che tra l’altro vede due parti potenzialmente vicine, bisognose l’una dell’altra, ma nella realtà clamorosamente distanti. Da una parte infatti chi offre il massimo della disponibilità, e non chiede deroghe alle regole esistenti a patto che funzionino, partano, e facciano davvero scoprire le carte su altri presunti salvatori della patria, interessati alla tensostruttura di viale dei Giochi del Mediterraneo; dall’altra un impianto nato dieci anni fa per esisterne tre o quattro, e che così come è disciplinato da chi le leggi le fa è ingestibile, sia dal punto di vista delle responsabilità connesse all’utilizzo, sia considerando quella “par condicio” che con tutti i pregi dell’essere democratica, ha il “solo” difetto di dover dare sfogo ad una città che ha perso tanti impianti sul territorio in questi anni, e deve legare situazioni anche molto diverse, dall’amatoriale puro a allo sport che vuole farsi azienda e impresa, come in questo caso.  Da domenica si parla anche dell’ennesimo incontro decisivo, l’ennesimo chiarimento, l’ennesima dichiarazione di volontà di Palazzo San Giacomo per risolvere la questione, con un compromesso di agibilità che entro fine mese dia respiro alla società. Ma poi? Segnali concreti per un impegno regolamentare ci sono?  E’ giusto sponda Comune accontentarsi di una politica fatta di compromessi al ribasso, per una Giunta che prometteva rivoluzioni? Quanto la “burocrazia” è disposta a fare? IL BISOGNO DI UN COLPACCIO, DI FARE RISULTATO – Sono domande legittime, perché l’impressione è proprio quella di una sintonia che nei fatti tradisce puntualmente le intenzioni, e di una storia che ormai da 15 anni lasciaun’ amara lezione, una lezione che attraversa tutte le ultime, disastrose gestioni, andando a ritroso. Fino a Mario Maione, patron della S.S. Basket Napoli, autentico “miracolato”, che solo dopo due anni high-profile (promozione in A1 + play-off da matricola) ottenne il rientro in città con quella struttura, e solo dopo altre due annate a tutta, con tanto di Coppa Italia, semifinale scudetto e approdo in Eurolega, riuscì a concedersi (a proprie spese) un impianto reloaded da gestire in convenzione, dotato di standard minimi dal punto di vista internazionale. Casoria? Pozzuoli? Sant’Antimo? Si andrà davvero altrove? La disponibilità del primo dei tre è stata ufficializzata poche ore fa, e si tratterebbe di un’alternativa concreta. Detto questo però, ci accorgiamo anche di quanto i risultati sportivi siano il mezzo di pressione più forte per indirizzare il vento del back-office comunale. Risultati che però al momento non arrivano. ALL’ORIZZONTE? UN “TRIANGOLO DELLE BERMUDA”Imprese in vista? Una missione impossibile, quella che attende gli azzurri questa domenica a Capo ‘Orlando, quindi di nuovo in casa con Verona, infine a Brescia, nella polveriera del San Filippo?  Certo non si tratta di comparse che puntano a salvarsi o stare a galla, non sono squadre che hanno lesinato sui grandi nomi e su grandi prospetti, sulla carta sono sopra: da Di Bella a Slay, da Carraretto a Smith, senza dimenticare questa Orlandina scatentata, che esce da cinque vittorie consecutive, e che accanto a santoni per la categoria come Basile, Nicevic e Soragna, oppure due americani di spessore come il cecchino ex Scafati Mays e Mr. Romania Dominique Archie (degno erede di Alex Young), si trova giovani cavalli di razza come Portannese, Cefarelli e Laquintana. Una fuori serie con cilindri orchestrati da un certo signor Pozzecco, più coach che trainer, insomma una grande che vuole cavalcare il trend dell’altissima classifica, una grande che intreccia molte sue tappe con quelle di Napoli, e che come Napoli non rivede la luce della massima serie da quell’amara estate del 2008. DUE STORIE PARALLELE, LUNGHE DIECI ANNI – Quei mesi infatti sono e restano un vero spartiacque, perchè pur essendoci tutta una serie di scontri diretti che ci riporta addirittura alla magica stagione 2001/2002, quella della promozione in A dopo 11 anni – è chiaro che qualcosa cambierà, ed è cambiato. Comunque non possiamo deludere gli amanti della storia, e non manchiamo a questo appuntamento dell’amarcord: primo head-to-head di scena al PalaBlu di Monteruscello, si tratterà di  vittoria paladina per 73-75, con 18+6 del grandissimo Hutson e 15 di un altro ex, Keith Carter, con 7/9 da 2; il secondo vide invece il successo esterno degli uomini di Bucchi per 98-82, con ben cinque giocatori in doppia cifra per entrambe le squadre, ma anche il 71% da 2 e 42% da 3 per Napoli, che aveva dalla sua i 24 di Williams, i 17 di Penberthy e i 14 di Jones. Per nuovi testa a testa dovremo attendere il 2005-2006: un’altra stagione da urlo per il basket napoletano, e un’Orlandina arrivata finalmente in Serie A, entrando così nella storia del basket siciliano. Eppure quella che per tutti è una matricola non ha intenzione di fare il cuscinetto: rivede in corsa pedine fondamentali tra i lunghi come, si salva all’ultima giornata, e grazie anche ottimi tasselli in quintetto, va ricordata anche per essere stata una delle poche compagini ad espugnare il PalaBarbuto, forse nel momento più volubile della vincente stagione Carpisa (101-107): non bastarono infatti i 38 di Greer (14/24 dal campo), e i 20+8 di Sesay per fermare gli ospiti, che brillarono con cinque uomini in doppia cifra e un irreale 54% dall’arco. Stagione successiva, cambiano le parabole: scende quella di Napoli che esce dall’Eurolega con lo schiaffo di Treviso, si consolida con un’altra salvezza stentata quella della realtà di patron Sindoni, divenuto nel frattempo sindaco di Capo d’Orlando. In stagione importanti ed equilibrati entrambi i confronti diretti: il primo al PalaFantozzi, e vinto dall’Upea per 66-63, sancì per Napoli la crisi post-Greer e l’incompatibilità di Tierre Brown con l’allora Eldo di Bucchi (5 vittorie in 10 incontri); il secondo, sudato e strappato per 79-77 (18+8 di Sesay e e doppia doppia di Rocca), vide un grande rientro ospite nell’ultimo quarto (propiziato soprattutto da Young) , e rientra in una cinquina che consentirà agli uomini di Bucchi di blindare il 5° posto in stagione regolare. Nel 2007-2008 storie totalmente diverse: i siciliani si assicurano giocatori che ancora oggi imperversano nel basket italiano (Wallace, Slay, Diener), e nasce l’amore fatale con Gianmarco Pozzecco (che porterà per mano la squadra fino alla clamorosa semifinale playoff, prima di ritirarsi), il tutto mentre Napoli vive un’autentica agonia, schiacciata da troppi acquisti fallimentari e un bilancio che comincia a fare acqua. Da Rivera a Raicevic, la più grande delusione sarà Jamel Thomas, che raggiungerà il suo high stagionale proprio nel ritorno da supplementare contro l’Orlandina – 33+12 e 12/17 dal campo. Solo con Chris Monroe, e poi Rocca, Jumaine Jones e Janis Blums ci sarà la salvezza, eppure presto  l’oste lega presenta il conto, a Napoli come all’Upea, lanciata verso l’Europa, così il 20 settembre 2008, il consiglio federale annuncia l’esclusione delle società dal campionato. IN DNA: UNA SANA RIVALITA’ SI RIACCENDE – Da allora tanto, tutto è cambiato, soprattutto a Napoli, con una lunga lista di guaritori e medicastri. Capo d’Orlando invece fa di nuovo quadrato attorno al suo sindaco e Presidentissimo, si impegna in un nuovo filotto di promozioni, e riparte dalla DNC con entusiasmo. Un entusiasmo che anche all’ombra del Vesuvio sembra tornare a metà 2011 con il progetto Napoli Basketball, ed ecco allora che le strade si incrociano, ancora una volta, nel campionato di DNA.  69-61 al PalaFantozzi per Zanelli, Crow, De Min e Zanelli, nel confronto d’andata, altra partita tirata ci sarà a Fuorigrotta (62-56). Decisa con una tripla dal talento troppo evanescente di Nunzio Sabbatino, fu la nona vittoria consecutiva assoluta, la dodicesima stagionale in casa: era la Napoli che sembrava imbattibile, la Napoli che aveva fatto fuori le grandi corazzate come Torino e Omegna prima dell’Upea, la Napoli che però già vedeva scricchiolare il mito offensivo di Musso (ingabbiato da “Micio” Cardinali), un mito che crollerà del tutto con la Coppa Italia, il finale di regular season, e l’uscita shock ai play-off con Trento. Finita qui? Neanche per sogno. Un altro “vis a vis” tra le due arriva pochi mesi più tardi, quando la realtà di Calise rinuncia al ripescaggio in Legadue, un treno che Capo d’Orlando (complice anche il forfait di Torino), non si fa sfuggire. L’ULTIMA STAGIONE – Nasce così la storia degli ultimi mesi: altro fallimento con strascichi per Napoli, la passata stagione è stata senza dubbio positiva. Dall’arrivo di coach Pozzecco (stavolta in panchina, al posto di Massimo Bernardi, con l’idea di un rapporto che calcisticamente può considerarsi “alla Sir Alex Ferguson”), la società di Via Alfani è diventata un’autentica calamita di pubblico in giro per l’Italia, grazie anche alle magate da show-man di colui che “ama alla follia Capo d’Orlando”, ma torna anche ad emozionare i propri tifosi, e a cementare ancora più saldamente il legame che stringe la città allo sport con la palla a spicchi. Ecco allora che una volta tornata nel basket che conta, Capo d’Orlando cerca di proseguire come è abituata a fare, migliorandosi ancora e alzando l’asticella degli obiettivi stagionali, sull’onda dell’entusiasmo e della passione. ORLANDINA, DENTRO IL ROSTER La squadra, per chi di basket ne capisce un “pochinino” (come direbbero in Toscana), parla in gran parte da sola, e non servono grandi ricostruzioni. Pensiamo per esempio al pacchetto esterni, arricchito da due grandissimi campioni nostrani come capitan Matteo Soragna (collante in campo e fuori, zero tiri forzati, reduce da una stagione non fortunatissima a Biella) e il match-winner di Verona e Barcellona Gianluca Basile, (proveniente da Milano), mortifero con i suoi tiri ignoranti o in uscita dai blocchi, può incidere con esperienza anche in difesa e in fase di aiuto. Con il Poz gli ex Biella/Treviso (4,9 punti + 3 rimbalzi con il 52% dal campo) e Fortitudo/Barca (10,6 punti con il 51,9% da 3 , 4,4 rimbalzi e 3,2 assist), hanno condiviso l’ indimenticabile argento olimpico di Atene 2004, e soprattutto loro, sono una delle chiavi nel 5-0 aperto che oggi vede l’Orlandina in testa. I DUE VOLTI DELL’ORLANDINA BY POZ, 2.0 – Partenza col freno a mano tirato (tre sconfitte nelle prime tre), il break negativo costruito sull’asse Brescia-Biella-Casale nasce da percentuali dal campo troppo basse (specie da 2), pochi rimbalzi (anche per l’inserimento graduale di Archie), tante palle perse, frutto anche del largo impiego di giovani: logico quindi che i problemi principali fossero l’assenza di un leader esperto come Basile, ma soprattutto la situazione in regia. E per quel che infatti riguarda il ponte di comando, si è pagato e non poco il pacco Derek Wright, tagliato ai blocchi di partenza per problemi fisici. In questo senso hanno provato a dare il massimo gente come l’ormai ex prospetto Virtus Siena Marco Portannese (11,6 punti + 4,4 rimbalzi e 3 assist al 35% da 3), più guardia per natura, che abbiamo già ammirato con la maglia di Torino due anni fa, e al suo secondo approdo in categoria dopo l’esperienza lampo a Scafati – sia il playmakerino gioiellino classe ’95 Tommaso Laquintana, a volte fuori giri, perno della Nazionale Under 18 (10,3 punti + 5,3 rimbalzi + 3,2 assist e 14/19 dalla lunetta nelle prime tre), ma è innegabile che il primo a dare ordine, punti e qualità sia stato Keddric Mays: il giramondo già visto in Campania (e proveniente stavolta dalla Bosnia), ha dato finalmente a questa Upea senza playmaker puro un solido portatore di palla, un’autentica macchina da punti con un grande primo passo e tiri mai fuori misura (20,8 con il 71,8% da 2 e quasi il 38% dall’arco), un giocatore completo, da ben 3,4 rimbalzi, e capace con i suoi 3,2 assist di dare pieno smalto ad un reparto lunghi che nei mis-match potrebbe fare malissimo, e spazia da giocatori di grande esperienza a nuove leve pronte ad esplodere: dalla potenziale esplosione di Dario Cefarelli (’93 in prestito dalla Juve Caserta, fresco campione europeo U20, 7 punti in 26′ alla 3a contro Casale), a colonne come Sandro Nicevic e Dominique Archie, il tutto in una linea di forte continuità rappresentata da due mister utilità come Andrea Benevelli e Francesco Pellegrino. Entrambi alla terza stagione in biancazzurro, il primo dei due è stato anche MVP dell’A Dilettanti 2010-2011, con la maglia di Trento: giocatore completo a livello offensivo, ha sempre risposto presente quando coach Pozzecco gli ha spianato la via del parquet, ed è riuscito a farsi apprezzare con due grandi dai lunghi dominanti, alla prima giornata contro Brescia (18 punti, 5/7 da 2, 2/5 da 3), quindi nel colpo esterno di due settimane fa a Torino (12+7 rimbalzi con 6/13 da 2). Riflessione più approfondita la meritano invece i più esperti della batteria. In pole position Nicevic, anche se con davvero poco da dire: il veterano croato, pivot espertissimo (12,8 punti + 6,2 rimbalzi con il 56% da 2 e l’85 dalla lunetta), anche lui fuori forma nelle prime uscite, è stato un altro de fattori di crescita dei siciliani, con la crescita costante del suo minutaggio e delle sue responsabilità. Un vero e proprio play nascosto, dotato di una visione di gioco come pochi altri lunghi nella lega, aveva già attraversato l’Adriatico indossando la maglia di Treviso ai bei tempi, inoltre il suo ricchissimo palmarés parla di cinque campionati e due coppe di Croazia, un campionato spagnolo, una coppa di Francia. Per Archie invece parlavano la fama acquisita a Timisoara, nel campionato rumeno, e parlano oggi le grandi prestazioni dell’Orlandina 2.0 (16,5 punti + 8 rimbalzi, 50% da 2, 38% da 3): fisico esplosivo, mano educata e duttilità tattica che fa molto molto comodo a Pozzecco, è a tutti gli effetti uno dei nomi emergenti della Adecco Gold. Completa e dà solidità all’organico Leonardo Ciribeni (’92, prodotto del vivaio della Scavolini Pesaro, l’anno scorso uno dei migliori esterni della DNB, a Riva del Garda). CAPO D’ORLANDO: COME GIOCA, COSA FARE (?)La difesa a uomo tonica è il primo marchio di fabbrica dell’Upea: con quest’ arma, abbinata a qualche raddoppio, si evitano i mis-match sistematici e si allontana il gioco avversario con forzature dall’arco. Innata poi la capacità offensiva di macinare punti in velocità e in transizione: potrebbe essere un’idea quella di una press che confonda le idee all’esterno che porta palla, o di una zona che metta da subito il dito nel di una squadra che pur avendo gente come Mays, Portannese e Basile è molto incostante dal perimetro, in questo modo si eviterebbero anche quegli uno contro uno o quei pick n’roll che spesso hanno messo in gioco gli avversari (specie con gli esterni). C’è poi come sempre un rischio potenziale sotto canestro, con un maestro come Nicevic (che pure è stato in affano con gente come Cain e Fantoni), e un giocatore da lavoro sporco come Archie, che con squadre senza torri è stato impiegato da centro, in un quintetto basso.  Bisognerà quindi sfruttare l’elevato numero di palle perse, il fatto che non ci sia un super rimbalzista (soprattutto senza Nicevic, e potrebbe servire tanto un rientro di Sylvere), quindi l’opzione di attaccare nel cuore dell’area per cercare falli o pause: il ritmo proverà a condurlo Capo, da subito. Da grande che arriva al momento giusto, per misurare identità e ambizioni di questo gruppo, di questo grande progetto.

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