Sabrina Natale e la sua “passione”

Sabrina Natale ed il suo amore per la pallacanestro sancito da con una lettera.

In questo periodo olimpico chi non si è commosso nel vedere gli atleti di sport minori piangere per il risultato raggiunto, che talvolta non ha neppure portato alla medaglia. Nelle loro lacrime c’è tutto il lavoro, il sudore, la grinta, la caparbietà con la quale ci si è allenati duramente, il più delle volte, soltanto per passione. Non si tratta di Olimpiadi, e neppure di estenuanti allenamenti e basta, purtroppo, ma anche la città di Caserta ha la sua paladina che rispecchia, e forse ancora di più, questi stessi valori nel prodigarsi a svolgere quello che è il suo amato sport: la pallacanestro. Stiamo parlando di Sabrina Natale, quindicenne in forza alla piccola società del Family Basket Caserta, affetta purtroppo da Fibrosi Cistica, ma non per questo ha smesso di lottare per recuperare un rimbalzo oppure tuffarsi a terra per non far uscire il pallone.

Questa la sua lettera in cui sottolinea tutto l’amore per il basket: «Ciao, volevo scriverti e farti conoscere la mia storia. La storia di una ragazza con la Fibrosi Cistica. Sai cos’è? Beh non credo, di solito la gente non la conosce, a volte la ignora. È una malattia genetica rara, ereditaria, cronica, evolutiva causata da un difetto di una proteina detta CFTR, non ci funziona come dovrebbe, il nostro muco diventa denso, un parco giochi per i germi, questi ristagnano e ci portano continue infezioni polmonari e non solo. Anche l’apparato digerente ne risente di questo muco viscido. Quindi gli organi coinvolti sono i polmoni, il pancreas e il fegato. Ogni giorno devo lottare contro questi organi che non vogliono funzionare come dovrebbero, ogni giorno sono obbligata a fare tre fisioterapie respiratorie per aiutare la rimozione di queste secrezioni dai polmoni, devo assumere degli enzimi pancreatici sotto forma di pillole poi ci sono gli aerosol e le vitamine, ci sono le iniezioni di insulina da fare al mattino, perché questa malattia porta anche una lieve forma di diabete e tante altre medicine. Però la cosa spaventosamente bella è che in un certo senso sono fortunata, posso praticare lo sport che amo, quello sport che per me è “poesia in movimento, veloce e possente, ma percettibie da tutti gli animi, quello sport che è praticamente divertimento puro ma spossante e devastante che t’obbliga a lottare bruciandoti dentro”. Un po’ come la mia patologia. Sembra strano, buttare tutta una vita appresso a un pallone quando ci sono sempre mille cose a cui pensare. Eppure è così. La pallacanestro è la mia terapia, chi gioca o chi ha giocato può comprendermi, la pallacanestro è na’ droga. Sì ma una bella droga, una droga anomala, non nociva, che silenziosamente ti accompagna e ti rimane fedele per tutta la vita. Ma la cosa spettacolare di questo gioco è che noi, noi giocatori alcune partite non le giochiamo per vincerle, le giochiamo perché non possiamo farne a meno. Perché è la nostra natura. Perché vogliamo dimostrare qualcosa a noi stessi. Perché vogliamo far capire al mondo che non abbiamo paura, e mai ne avremo. Perché non possiamo accettare la sconfitta senza lottare fino allo stremo delle nostre forze. Perché siamo campioni, e anche se il resto del mondo non la pensa così, lo siamo dentro. E l’onore di un campione non è vincere, è combattere con l’anima, a qualsiasi prezzo. Qualunque sia il sacrificio richiesto. O forse perché, dentro di noi, non siamo in grado di rinunciare alla speranza, anche quando sembra non essercene più. Perché noi siamo guerrieri, altrimenti non ameremmo questo sport».

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