Il mondo cestistico di Zelimir Obradovic

Il mondo cestistico di Zelimir Obradovic

“La cosa più importante che i genitori possono insegnare ai loro figli è come andare avanti senza di loro.”
Frank Clark

di Massimo Tosatto

Mai in una manifestazione era stato più evidente il dominio di un allenatore che ha imposto il suo stile di gioco a tutti gli altri. Mai, infatti, 4 allenatori di una Final Four possedevano un legame così forte con uno di loro.

Zelimir Obradovic ha stabilito, più che superato, tutti i record possibili in EuroLega. 26 anni dopo la sua prima finale, con un talentuoso Partizan guidato in campo da Sasha Djordjevic (ooops, un altro allenatore), è ancora alla Final Four, questa volta a Belgrado, la città delle sue radici.

È così vincente, Zelimir, che a sorprenderti sarebbe la sua assenza. Infatti, dopo quel ’92, riuscì a vincere ancora nel ’94, nel suo unico anno a Badalona, con una squadra all’ultima fermata possibile dopo mille delusioni tra cui quella del Partizan dello stesso Obradovic, che infatti assunse forse con l’idea di vaccinarsi da Zelimir.

Sì, perché solo Zelimir, per certi aspetti, può battere Zelimir, uno che abbia la sua stessa feroce determinazione, l’attenzione per il dettaglio, il carisma, e la capacità di scegliere e attrarre i giocatori.

Non per niente, nel ’95, il Real vinse con Sabonis in campo e ancora Zelimir ad allenare tutti tranne il lituano, che non ha mai avuto bisogno di allenatori in senso cestistico: lui il suo basket lo creava da sé. E in quel ’95 un playmakerino da Vitoria, paesi Baschi, atterrò nella capitale spagnola, un ragazzetto che aveva esordito a 14 anni e che bilanciava il suo 1,80 di altezza, con una grinta e un’astuzia che gli concessero 20 anni di basket professionistico.

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Pablo Laso non giocava molti minuti, ma era il tipo di giocatore che piace a Zeljko, uno di quelli che dice al suo coach: “Dimmi cosa devo fare per vincere e io lo faccio”. Piccolo, scattante, furbo, con le labbra piatte da contadino e occhi piccoli, come due opali scavate nel volto, non faceva pensare alla carriera che avrebbe fatto da allenatore.

E forse non ci crede neanche lui, che si dispera sulla linea laterale del campo, con quel fisico troppo affezionato al jamon serrano, ma immutata l’astuzia e la conoscenza cestistica.

L’incrocio con Laso durò appena due anni, prima che Zeljko andasse alla Benetton, dove vinse una Supercoppa italiana e una Saporta, ritrovando Tomas Jofresa, uno dei due fratelli simbolo del Badalona, e Zeljko Rebraca, che aveva lanciato nel Partizan.

Ma nel ’99 venne l’offerta del Panathinaikos. Un’offerta irrinunciabile, date le risorse che la squadra avrebbe dedicato allo sforzo per vincere.

La prima scelta che Zeljko fece riguardò il suo vice, e mai preferenza fu più azzeccata. Dimitris Itoudis è un macedone, con un volto che sembra uscito da una figura di un’anfora dei tempi di Filippo il Grande. I capelli nerissimi sembrano una criniera e gli donano quel volto da condottiero che aiuta. Dimitris ha uno sguardo orgoglioso, forte, uno dei pochi che può sopportare le sfuriate di Zeljko e rispondere con assoluta onestà.

Nei loro 13 anni insieme si sono visti una miriade di volte discutere animatamente sulla linea laterale, e mai come in questi casi ci si è chiesti come facessero a stare insieme. Ma il carattere di Zeljko esige un’onestà e un’apertura assoluta, e Dimitris questo lo aveva capito subito.

Il loro rapporto è stato solo in parte quello di un coach e assistente. Itoudis è cresciuto di fianco a Zeljko, che nel tempo gli ha lasciato spazio e possibilità di parlare anche nei time-out. Un processo di maturazione sfociato naturalmente nel lavoro di head coach al CSKA.

E in quegli anni un’altra mente fina si aggregò al Pana: Sarunas Jasikevicius, di ritorno dagli Stati Uniti, si fermò ad Atene sponda verde per formare con Diamantidis e Spanoulis uno dei gruppi di maggior fosforo della storia del basket, un trio degno del Nobel cestistico.

Insieme a Obradovic e Itoudis in panchina dominarono l’EuroLega del 2007 vincendo in finale con il CSKA. Nella sua autobiografia, “Vincere non basta”, Sarunas ha parole di grande stima per Obradovic.

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“La sua autorità è indiscutibile e quando parla lui tutti stanno zitti. Altrettanto vero, però, che incoraggia il dialogo e il confronto durante gli allenamenti e le riunioni. Tutto ciò che è onesto, per lui va bene. Non c’è posto per le stronzate con Zeljko.”

Nel 2012 Zeljko lasciò il Pana e si accasò al Fenerbahce, per iniziare una nuova dinastia. Itoudis, cresciuto, non lo seguì ed ebbe l’opportunità di allenare il CSKA.

Nel 2016, in finale, il maestro e l’allievo si incontrarono e mai come allora si dimostrò che per battere Obradovic ci vuole Obradovic: uno con la sua mentalità, la sua voglia, la sua conoscenza del basket. E chi più di Dimitris Itoudis conosce Zeljko da dentro?

Dopo la finale, Obradovic strinse la mano di Itoudis con rabbia. Camminava nervoso sul parquet, cosciente della sconfitta e di chi gliel’aveva inferta, a conferma che gli antichi dei non avevano tutti i torti a mangiarsi i figli per impedire che prendessero il proprio posto.

Ma Zelimir, come un buon padre, i suoi figli cestistici li ha lasciati andare in giro per il mondo e se li ritrova, adesso, tutti davanti alle Final Four di Belgrado, che per lui sono un gigantesco meet-up di tutta la sua vita. Dal Partizan della sua giovinezza, alla famiglia, gli amici. E gli allievi, almeno i più bravi.

Per quanto, poi, sia limitante dire che Saras e Pablo hanno avuto lui e basta come maestro. Ne hanno avuti tanti, ma di questi nessuno ha poi schierato tre allievi alle Final Four di EuroLega nello stesso momento.

Questo è il destino dei grandissimi come Zelimir Obradovic, di quelli che creano il proprio mondo cestistico e lo impongono agli altri, ma poi devono pagare la tassa di quello che loro stessi hanno fatto, trovandosi di fronte coloro che da lui hanno imparato.

E il duello contro sé stessi, o contro coloro che tu stesso hai generato, è il più difficile di tutti.

In bocca al lupo, Zelimir.

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