Basketball Champions League Final Four, i block notes della kermesse di Anversa

Basketball Champions League Final Four, i block notes della kermesse di Anversa

Un commento finale sui temi principali della BCL Final Four di Anversa.

di Gabriele Leslie Giudice

djordjevic

SASHA DJORDJEVIC: puntare a 12 per ottenere 10, dirà una volta messe le mani sulla coppa. Si ha la sensazione di aver colto in questa affermazione una fetta importante della disciplina mentale dell’ex playmaker serbo. In termini di trasmissione del proprio pensiero, di sicurezze e di solidità infuse, le 72 ore nella terra delle Fiandre di Djordjevic assumono razionalmente la dimensione di un capolavoro. La Virtus dei troppi alti e bassi si trasforma nella macchina perfetta che porta a casa la Champions League. I dati supportano la tesi: neanche un secondo in svantaggio in entrambe le partite, 111 punti subiti in 80′ – una media di 55.5, contro gli 80.6 concessi in campionato e i 76.2 in BCL – 10 triple su 60 tentativi concesse alle avversarie (il 16.7%) sono una solida testimonianza dell’attività difensiva della Virtus, ma anche un dato estremizzato dalle forzature nei quarti finali di entrambre le squadre nel tentativo di recuperare il risultato. In questo senso i dati a fine secondo quarto sono, forse, più chiarificatori: Bamberg è arrivata all’intervallo tirando con il 10\35 dal campo, con 7\22 da 2 e 3\13 da 3, mentre Tenerife viaggiava con 8\32, 7\16 e 1\16. Nei primi 20′, tirando le somme, la Virtus ha concesso alle avversarie il 26% dal campo, il 37% da 2 e il 14% da 3. C’è poi la strategia, la direzione, l’orientamento che la Virtus ha impresso alle sue Final Four, il dove andare e con chi andare. Mentalità ma anche imposizione. Nel leggere le partite e portarle dove voleva, Djordjevic ha vinto nettamente il duello con Perego e Vidorreta. Come nel trovare a tutti i giocatori il giusto ruolo e tirarne fuori il massimo nei momenti in cui serviva qualcosa da loro: gli impatti dalla panchina di Aradori e Chalmers, in questo senso, i migliori esempi. Non ultima la capacità di sopperire e non far notare il gap di centimetri che la Virtus scontava sia contro Bamberg che soprattutto contro Tenerife. Il coach serbo conferma, inoltre, la tendenza a sentirsi particolarmente a suo agio nelle manifestazioni brevi: alla coppa di Grecia vinta con il Panathinaikos e quella di Germania con il Bayern Monaco, si aggiunge la Champions League con la Virtus Bologna, terzo trofeo della sua bacheca da allenatore. Un centrometrista della panchina.

KEVIN PUNTER: è stato lui l’arma per sconvolgere la partita, il pilota che doveva portare il veicolo Virtus da 0 a 100km\h nel minor tempo possibile. I primi minuti del primo quarto e i primi minuti del terzo quarto sono il suo ufficio e, sommando i minuti giocati e i punti segnati tra semifinale e finale – solo nei quarti in esame – parliamo di 28 punti in 26′. Molto bene contro Bamberg, perfetto in finale contro Tenerife, in cui impatta con 3 triple che costringono Vidorreta a buttare subito all’aria il piano partita, arrotondate all’inizio del terzo quarto con altre 2 triple, la prima con fallo, che spingono la Virtus a +20. Attaccante di razza, istintivo quanto rapidissimo nel leggere e ricavarsi lo spazio per il tiro, qualità che Djordjevic è riuscito a tirare fuori e sfruttare a suo favore nel migliore dei modi, anche grazie alle due giornate positive consecutive del numero zero e ad un impianto difensivo fisico e aggressivo. La sua voglia ha fatto il resto, il fuoco dentro continua ad ardere e queste Final Four, dalle quali se ne va con il premio di MVP in tasca, hanno innalzato di parecchio il suo status e il suo appeal.

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IBEROSTAR TENERIFE: squadra tosta, pratica, lunga, pragmatica. Si sapeva alla vigilia, l’ha vissuto sulla sua pelle l’Hapoel Gerusalemme, per budget e talento materiale da podio, costretta all’eliminazione ai quarti di finale dai soldati di Vidorreta. Due califfi sotto canestro come Abromaitis e Iverson, esterni con tanta garra e tiro da fuori, la ricerca della circolazione come chiave per trovare il tiro migliore. Tra le 4 delle Final Four Tenerife era la squadra che si presentava con più assist generati (19.8 a partita) e con più tiri da 3 tentati (27.5), ma anche quella che guadagnava più rimbalzi offensivi (11.8), e dulcis in fundo la squadra con la miglior percentuale al tiro da 2 di tutta la stagione di BCL (56.2%). In semifinale i gialloneri, pur giocando una partita tutto sommato normale, faticano solo 10′, perchè Anversa a livello fisico mette subito dentro tutto quello che ha cercando l’impresa, ma basta il tempo a San Miguel di impostare di nuovo il gps per riconquistare ritmo e finale. Nell’ultimo atto gira tutto storto per i primi 20′, tra il fallito contenimento di Punter, la verve M’Baye che costringe Abromaitis agli straordinari in difesa, le troppe palle perse (11 all’intervallo) e la mano tutto tranne che rovente dei vari Brussino, Gillet e Beiran, che 48 ore prima avevano fatto a pezzi Anversa. Viene fuori il cuore da campione di Abromaitis – 12 punti nell’ultimo quarto della finale – Tenerife tocca il -6 ma viene ricacciata definitivamente dal giro sul perno a centro area di Chalmers. Il secondo successo nella Champions League sfuma ma da Anversa l’Iberostar esce con la testa alta.

BROSE BAMBERG: due i momenti, totalmente antitetici, che possono descrivere le montagne russe tecniche ed emotive delle Final Four dei tedeschi, logici favoriti della vigilia. Il clamoroso alley – oop tra Zisis e Alexander [segue]

alexander

Nei primissimi minuti della semifinale, con il secondo che svetta con territorialità e superiorità tra Kravic, Punter e M’Baye è la prima polaroid di Bamberg: il volto intimidatorio del primo della classe, di chi in una giocata può raggiungere vette di charme e di autorità condizionando la tua prestazione. Il lay up di Tate che a 5’14” dall’ultima sirena della finale 3°-4° posto che spinge a -20 gli uomini di Perego– persa contro Anversa – è l’altro scatto delle Final Four di Bamberg. In mezzo alle due istantanee un weekend parecchio controverso, in cui funziona poco o nulla. I due giovani Olinde e Kulboka – usato solo nella “finalina” – le note più positive, oltre al fresco MVP della stagione Tyrese Rice, l’unico a tenere testa a Bologna nella semifinale che ha aperto il torneo.

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ISMAEL BAKO: dell’agguerrita truppa di Moors, il boccoluto centro è uno dei prospetti più luminosi. Già primo quintetto all’Adidas Eurocamp 2017, aggiunge nella bacheca personale l’inserimento nel primo quintetto della BCL 2019. Nella complessa semifinale contro Tenerife è sicuramente il migliore dei suoi, in cui mette in mostra tutte le specialità della casa: spiccate abilità nel rimbalzo offensivo – 4 nella sola semifinale, 3.6 di media in stagione in BCL – atletismo, elevazione, braccia lunghissime, capacità di finalizzare da rollante e di stoppare. Il tutto dentro a un ottimo motore fisico – in difesa può veramente cambiare su chiunque – in cui stona in parte solo la mancanza di qualche chilo (94 kg su 208 cm). Con un Paris Lee tedioso per tutte le Final Four, l’uomo vetrina dei padroni casa è il numero 21, per tutta la competizione particolarmente a suo agio tra i ferri del Paleis:

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MARIO CHALMERS: esce dalla panchina dando quello che ha e che sa fare per aiutare la Virtus. Suo il canestro che di fatto spegne la rimonta di Tenerife a 1’31” dall’ultima sirena. Tiene alto il livello di intensità difensiva quando si accende la spia del galleggiante della benzina, ha un carisma enorme e offre anche sprazzi di showtime, compensando una regia a tratti non troppo scrupolosa con giocate decisive sempre nel cilindro. Le Final Four legittimano la mossa Mario Chalmers come vincente.

image54I3XMYPORGANIZZAZIONE: tante le sfide, tutte obiettivamente vinte, nell’organizzazione di queste Final Four. La scelta di Anversa come paese ospitante poneva sfide di coinvolgimento, in un movimento che sta crescendo molto ma meno tradizionalmente avvezzo a richiamare grandi masse rispetto agli altri movimenti coinvolti nella F4. Il tutto con 4 settimane scarse a disposizione. A livello organizzativo l’evento sfoggia un livello assoluto: l’arena SportPaleis – seconda arena visitata al mondo dopo il Madison Square Garden, secondo Billboard Magazine – è bellissima e sempre gremita, la logistica e i servizi offerti agli addetti ai lavori è curata nei minimi dettagli. Forte anche il contributo delle autorità locali, che facilitano i servizi, ad esempio offrendo il viaggio in metro fino al palazzetto dello sport ai possessori del biglietto delle partite. Notevole anche la cerimonia degli awards, svoltasi nell’hotel Hilton al centro della città. La competizione è in crescita e la sensazione è che il futuro della Champions League sia roseo, come quello delle squadre che decidono di parteciparvi e che hanno, considerando il montepremi, la possibilità di arrivare fino in fondo. Tenerife è un buon esempio: interpretare al meglio questa competizione può migliorare la vita sportiva di una società con buone ambizioni ma senza il budget di un top club.

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