Cento di queste stagioni: Drazen Dalipagic – l’arma segreta (ma non troppo) della grande Jugo

Cento di queste stagioni: Drazen Dalipagic – l’arma segreta (ma non troppo) della grande Jugo

Per “cento di queste stagioni”, auguri a Drazen Dalipagic, uno dei più grandi slavi della più grande generazione yugoslava di sempre (forse)

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Drazen Dalipagic è stato l’arma non convenzionale più mortifera della Yugoslavia cestistica. Nato nel 1951 a  Mostar, in Erzegovina, Drazen non giocò a basket in gioventù. Noto per la pallamano, il calcio, la pallavolo, quando, a 16 o 17, anni prese in mano per la prima volta un pallone da basket, cominciò subito a segnare.

Sembra strano, che Dalipagic non abbia avuto alcuna formazione cestistica in giovane età. Oggi che siamo abituati a far fare corsi di minibasket, a far giocare i bambini già a 8 o 10 anni, in partite che sono delle vere tonnare, in cui il fischio dell’arbitro serve solo a distinguere il braccio di uno dalla gamba dell’altro, l’idea che uno dei più grandi giocatori europei di sempre abbia accuratamente evitato qualsiasi forma di basket organizzato giovanile, sorprende.

Drazen, o Praja per i tifosi, ebbe la fortuna di vivere un’infanzia e un’adolescenza piena di sport. Il suo fisico si temprava e si coordinava in infinite partite di calcio, di pallamano, di pallanuoto, così che quando si avvicinò al basket le sue braccia e le sue gambe non dovettero imparare nulla, se non movimenti di base, fondamentali, a cui si abituò in fretta.

Dalipagic non è l’unico, ad aver evitato il basket giovanile. Kicanovic fino a 16 anni era un calciatore. Kukoc giocava a tennis tavolo. Divac fece anche pallanuoto. Il che non significa che il minibasket sia inutile, bensì che uno dei componenti sportivi della grande Jugo fu, spesso, l’eclettismo, praticare diversi sport, il che preparava il fisico per qualsiasi gioco si decidesse poi di fare. Alla fine dell’adolescenza, ci pensavano i massacranti allenamenti jugoslavi a inculcare i fondamentali. Ore e ore di tiri, palleggio, passaggio, difesa, movimento senza palla, costruivano su una base fisica rocciosa i giocatori che dominavano in Europa e nel mondo.

Drazen Dalipagic con il suo grande amico Dragan Kicanovic al Partizan, da Kosmagazin.com
Drazen Dalipagic con il suo grande amico Dragan Kicanovic al Partizan, da Kosmagazin.com

E questa attitudine all’allenamento rimaneva nel sangue. A metà anni ’80, a Tonino Zorzi che lo allenava a Venezia, e gli chiedeva come mai dopo l’allenamento si fermasse  a fare ancora centinaia di tiri (Dalipagic a 35 anni, aveva vinto tutto e giocava, da stella, in una squadra che lottava per non retrocedere), Praja rispose: “cosa credi coach, che noi sappiamo tirare così dalla nascita?”.

È strano pensare che quell’accozzaglia di talenti folli, che ai nostri occhi nascevano già con tutto intero il basket nelle loro tasche, in realtà fossero il prodotto di allenamenti durissimi. Delibasic, dopo il suo bicchiere di grappa a colazione (abitudine di famiglia diceva), Kicanovic dopo aver litigato con il mondo, Slavnic che si era battuto contro chiunque per dimostrargli di essere più forte, erano delle macchine da allenamento, costruite da teorici del gioco, come Zeravica, Nikolic, Novosel, che scovavano il talento, ma solo come corollario di una robustissima applicazione durante gli allenamenti.

Come i grandi attori che imparano a improvvisare dopo tantissime ore sul palcoscenico, fino a rendere lo sforzo di recitare “facile” per lo spettatore, i grandi giocatori fanno sembrare “facile” un movimento a cui si applicano per anni, “naturale” un’attitudine al gioco costruita in migliaia di prove e fallimenti, “talento innato” una feroce determinazione a essere il giocatore migliore possibile.

Per  un allenatore serbo i giocatori devono essere allenati a “sapersi comportare in ogni possibile situazione”. E l’impressione che si ricava a guardare la Jugo anni ’70, è proprio di un gruppo dotato di un DNA cestistico più avanzato degli altri. Ma parlare di DNA è più che altro una scusa, per dissimulare la vera differenza che consisteva nel creare un discorso cestistico indipendente, dalle correnti americane e russe, che si adattasse al materiale fisico e spirituale a disposizione, per costruire non un giocatore ideale, simile ad altri modelli, ma un tipo sportivo autonomo, indipendente, che faceva della responsabilità e dello spirito vincente l’elemento distintivo del suo stile di gioco.

Drazen con la maglia della nazionale da info-KOS.com
Drazen con la maglia della nazionale da info-KOS.com

Drazen fu uno di questi prodotti. Con l’assoluta convinzione che l’allenamento e l’analisi del gioco creino giocatori migliori, la sua generazione divenne il prodotto di un laboratorio cestistico sofisticato, ma non corrotto come quello della DDR nell’atletica. Di suo, Dalipagic mise un amore supremo per il canestro, inteso come la voglia forsennata di segnare in ogni modo, da ogni angolo del campo.

Con lui ala piccola, Delibasic e Kicanovic guardie, Cosic in centro, il quinto potrebbe anche solo giocare a briscola. Ma Jerkov, Knego, Simonovic, completano le squadre nazionali slave che vincono gli europei del 73-75-77, terzi nel 1979 e arrivano secondi nel 1981, vincono le olimpiadi del 1980, fanno secondi nel 1976 e terzi nel 1984, vincono i mondiali del ’78 con un durissimo overtime sull’URSS.

Non doveva essere uno spogliatoio facile. Il croato Cosic, i bosniaci Delibasic e Dalipagic, i serbi Slavnic e Kicanovic, per stare ai nomi più importanti, avevano caratteri duri, abituati a combattere molto e a perdere poco. Il patchwork slavo funzionava alla grande in campo, meno fuori, confermando la sua natura ibrida, di un animale non destinato a durare ma, nel suo momento di grazia, assolutamente meraviglioso da vedere.

Fuori dalla nazionale, Dalipagic fu l’uomo del Partizan, in cui segnò 42 punti di media nel 1981-82 e vinse due Korac. I campionati yugoslavi di allora, raccontati dalla voce di Sergio Tavcar su Telecapodistria, divennero il contraltare della NBA. Dall’altra parte della cortina di ferro succedeva qualcosa, che non capiremo davvero fino all’avvento di Petrovic. Si creava basket, si ragionava in modo indipendente, tenendosi sempre ben attaccati alla terra dei fondamentali e dell’allenamento che forma il giocatore.

Dopo la gloria, Drazen si divertì a giocare in squadre italiane della zona del Veneto.  Adorava Venezia, giocò a Verona e Udine, forse perché poteva godere del mare, e il ritmo era meno forsennato. Camminava per andare al Taliercio a inseccare i suoi 35 a ogni alzata, ma correva in ogni allenamento come se non ci fosse un domani, impegnato a infondere, nel suo stare in campo, la grinta che gli avevano insegnato da ragazzo.

Dalipagic ne compie 65 oggi. Cosic e Delibasic se ne sono andati da tempo. La Jugo si è dissolta, anche se la lega adriatica porta avanti quel nome facendo incontrare le squadre del vecchio campionato. Praja vive a Belgrado portandosi in giro quei baffoni alla “Nero” di “Underground” di Kusturica. Se non rimpiange il passato magari gli spiace per la giovinezza, ma se glie lo chiedete un tiro da otto metri sa ancora metterlo, e non è detto che sia l’unico.

Tanti auguri Praja…

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