Eurolega: CSKA e Fener, le trame del basket europeo in un romanzo cestistico

Eurolega: CSKA e Fener, le trame del basket europeo in un romanzo cestistico

Obradovic e Itoudis in una finale edipica che avrebbe fatto la gioia di Freud, mentre Teodosic si è scosso di dosso la dea della jella.

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Forse per la prima volta nella storia, una squadra ha accolto un vantaggio di 20 punti alla fine del primo tempo come un sinistro segno del destino. Un brivido ha attraversato le schiene dei tifosi russi e l’Eurovisione (se esiste ancora), deve aver trasmesso l’idea di un presagio che si materializzava sotto le volte del palazzone di Berlino.

Il 2012 aleggia sul CSKA, inutile negarlo. E aleggia ancora di più su Teodosic. Quel rientro nel quarto quarto sorridendo (mentre Spanoulis lo inquadrava come il cacciatore con un pettirosso impettito) e il suo conseguente sciogliersi con la squadra, sono una mannaia sul collo dei russi. Se non avessero perso quella partita nessuno ci penserebbe, ma hanno perso e questa maledizione, unita all’eliminazione al Forum col Maccabi di due anni fa e una serie di altre partite lasciate sul terreno, hanno creato intorno a Teodosic un’aura di perdente, qualcosa di cui nessuno parla, come un difetto fisico di cui tutti tacciono l’evidenza quando il poveretto entra in stanza.

BERLIN, GERMANY - MAY 15: Milos Teodosic, #4 of CSKA Moscow during the Turkish Airlines Euroleague Basketball Final Four Berlin 2016 Championship game between Fenerbahce Istanbul v CSKA Moscow in Mercedes Benz Arena on May 15, 2016 in Berlin, Germany. (Photo by Luca Sgamellotti/EB via Getty Images)
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Nessuno discute la grandezza di Teodosic, quel suo essere l’erede della grande tradizione slava, e di esserlo anche nell’atteggiamento, nell’idea che quando sei in vantaggio puoi giochicchiare, come facevano i grandi slavi degli anni ’70 e ’80, quando erano talmente superiori che potevano imporre la loro forza anche giocando con la sinistra legata dietro le spalle. Ma per farlo devi vincere. Se vuoi essere il nuovo Drazen Petrovic e irridere le folle, devi farlo dall’altezza di 60 punti col tiro da tre decisivo in tasca.

Invece Milos ha un suo modo di accogliere queste partite. Nell’ultimo quarto comincia a ciondolare, come se il risultato fosse già acquisito, e considera con fastidio il fatto che l’avversario si palesi e lo costringa a lottare. Per farlo lottare devi scuoterlo da questa sua atavica assenza, almeno provare a tenerlo in partita per sperare che la sua immensa classe, anche contro la sua volontà, tiri fuori qualcosa di unico che faccia vincere la squadra.

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Dall’altra parte, Obradovic ha mostrato ogni gradazione: dal rosa, al rosso, al viola. Ha cercato di smuovere i suoi giocatori, come si fa in questi casi, ruotando chiunque sperando di trovare in fondo alla panchina chi potesse portarlo in alto. Forse si è fatto prendere la mano: Datome fuori gli ultimi cinque minuti del secondo quarto sono una domanda senza risposta, posto che aveva il tiro più affidabile e stava attirando doppi e tripli difensori dai cui capannelli faceva uscire passaggi illuminanti.

Il Fenerbahce non pensava a quei 20 punti con molto sollievo. Obradovic non deve saperne molto di mitologia e di eterni ritorni, quindi vedeva quello svantaggio con rabbia furente e deve averla tirata fuori tutta nell’intervallo.

Ma sull’altra panca, Itoudis sapeva già tutto. Non si è per dieci anni il vice del più grande allenatore europeo senza imparare qualcosa. I loro battibecchi nei time-out sono leggendari. Obradovic gli gridava in faccia e lui gli rispondeva. Grazie a Zeljko, Itoudis è diventato uomo, ha imparato a conoscere il basket e a parlare con i campioni, ha capito le tattiche, come si affronta una stagione e ogni singola partita. La stagione del CSKA nel 2015-2016 è una partitura alla Obradovic, con una squadra selvaggia in difesa e un attacco che unisce talento e sistema, arricchita da un Nando DeColo che all’improvviso è diventato il giocatore di cui forse Popovich ha subìto l’assenza nella serie contro OKC, anche se non lo ammetterà mai.

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DeColo era l’unico che potesse guidare il CSKA fuori da questa fanghiglia. Gli giova non sapere, non avere piena coscienza del passato. Con la sua novità ha potuto guidare la squadra nei momenti decisivi e con un backdoor da manuale ispirare il passaggio con cui Teodosic ha guardato in faccia il suo destino e ha potuto finalmente dirgli che quel tempo è passato, che ora è Milos il padrone del suo tempo.

Nel Fener, Sloukas e Antic sono due di quell’Olympiakos del 2012 e si è visto. Hanno sezionato il CSKA nell’ultimo quarto con penetrazioni, passaggi e tiri. Sloukas è penetrato su un’azione in cui panchine, palazzetto e telecamere avevano già marcato Bogdanovic sul tiro da tre, dimostrandosi un giocatore con attributi perfino superiori alle sue caratteristiche tecniche.

Bobby Dixon, o meglio Ali Mohammed, è stato il giocatore decisivo della rimonta. Obradovic sperava che si accendesse, lo ha messo e tolto tutta la partita desiderando che all’improvviso succedesse qualcosa, e qualcosa è avvenuto nell’ultimo quarto, quando Bobby, o Ali, ha infilzato il CSKA con penetrazioni e tiri, e difeso su Teodosic faccia a faccia ricordando a chi c’era quando, nel 1986, Muggsy Bogues si mise faccia a petto di Rinus Valters, il mitico play dell’URSS, e non lo fece respirare per 40 minuti.  Ci fosse riuscito nel secondo quarto, la partita sarebbe stata molto diversa.

La gara era segnata, in qualche modo. A posteriori lo possiamo dire, ma solo quando è finita del tutto e si è scelta una direzione. Nel Fener i liberi di Vesely sono stati un problema, Udoh fino al terzo quarto impalpabile, Kalinic con un paio di azioni incomprensibili in attacco e Bogdanovic largamente assente.

Il CSKA è stato salvato da Khryapa, Vorontsevich, Kurbanov, i suoi russi purosangue. E non deve esser dispiaciuto ad Aleksander Gomelsky, il leggendario allenatore dei titoli fino al 1971, orchestratore delle nazionali sovietiche fino alla dissoluzione dell’impero. Come se qualcosa di atavico si fosse smosso in loro, hanno preso in mano la partita da un punto di vista fisico e mentale. Khryapa ha catturato il rimbalzo offensivo che è il gioco della partita. Lui che ci arrivava con un infortunio, con una fascia alla mano sinistra, ha messo insieme le sue ossa e si è fiondato a canestro tirando giù un pallone d’oro e infilando il tap-in dell’83 pari che ha portato la partita al supplementare.

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Obradovic protesterà per le decisioni arbitrali. Il piede fischiato a Sloukas quando forse si poteva fischiare fallo a Higgins. Lo fa sempre, è un vincente, ma la rabbia per la sconfitta non riesce a trattenerla. Nemmeno per l’ingiustizia subita. Ancora si parla di quel che disse nell’orecchio a Ettore Messina dopo la finale del 2009, in cui la rimonta del CSKA non fu abbastanza per la vittoria. Jasikevicius, nella sua autobiografia, dice che alcune chiamate della terna non lo convinsero e lo disse nel suo modo senza barriere.

A essere onesti, la partita col Lokomotiv è stata decisa su un tocco di un lungo del Kuban rimasta abbastanza misteriosa, e su un canestro largamente fuori tempo massimo che un arbitro troppo sicuro di sé non ha sentito il bisogno di verificare al video. Quindi Zeljko non ha molto da rinfacciare. Anche se, abbracciando Itoudis, non ha fatto mancare la sua protesta vibrante. Ma Itoudis lo sa che Obradovic è così, si sarà sentito dire di molto peggio nei suoi anni da assistente, e non se ne cura molto.

Comunque, la finale più edipica della storia ha avuto l’esito che doveva avere. La Pizia lo disse a Laio che il figlio, Edipo, lo avrebbe ucciso e avrebbe preso il suo posto, e questo è successo. Non solo: Itoudis è il primo a battere Obradovic in una finale, dopo otto vittorie. Obradovic doveva studiarla meglio, la mitologia, e sapere che il figlio (e nessuno è più figlio di un allenatore più di quanto itoudis lo sia di Obradovic) prende il posto del padre.

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Ma non puoi tenerlo, un figlio, deve fare la sua strada, e forse la sua rabbia, di Zeljko, sarà limitata dal pensiero che questo è un suo prodotto, lo è in pieno. Da buon greco Itoudis ha anche più confidenza con il fato, e ha avuto la pazienza di non farsi illudere dal vantaggio, né di farsi abbattere dalla rimonta.  Ha guidato Teodosic a riscrivere la sua carriera quando sembrava ormai buttata nel cesso, e tirato fuori dall’anima russa quell’indole da orso che li fa resistere in letargo in un lungo inverno e avere confidenza nel tempo, che nella sua dimensione immensa premia alla fine chi ha più volontà.

Per il Fener festa rimandata all’anno prossimo, con una squadra più adulta e di maggior esperienza, che abbia quell’ultimissimo metro necessario per raggiungere la vetta da cui il tap-in di Khryapa li ha gettati giù, quando ormai pensavano di essere arrivati.

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