Euroleggende: Dino Meneghin – 1986 e 1987 le ultime due vittorie di 12 finali in 18 anni

Euroleggende: Dino Meneghin – 1986 e 1987 le ultime due vittorie di 12 finali in 18 anni

Nel 1986 e 1987 Meneghin vince le ultime due finali di una carriera inarrivabile.

di Massimo Tosatto

Chi leggesse il tabellino di Dino Meneghin nella sua ultima finale continentale, nel 1987 a Ginevra, penserebbe che il suo contributo fosse stato impalpabile. 5 punti e un rimbalzo in venti minuti contro un Maccabi, in teoria, fisicamente straripante. Eppure, in quella partita, Dino riuscì a dominare, anche a 36 anni, contro un mostro come Kevin Magee.

Quella di Ginevra fu la prima Final Four. In semifinale, Maccabi e Tracer vinsero, ironicamente, con lo stesso punteggio, contro Partizan Belgrado e Aris di Salonicco: 87-82. Era un basket a metà strada tra quello degli anni ’70, ancora dilettantistico di nome, e quello di oggi, proiettato verso il professionismo. Dino era lì dal 1969, a dominare sotto canestro contro chiunque.

Difficile spiegare Dino, a quelli di oggi. Nessuno possiede il sacro fuoco del basket come Dino Meneghin, un fuoco personale, unico, perché Dino avrebbe lottato così in qualsiasi sport. Se avesse giocato a pallanuoto, sarebbe stato il più grande centroboa di sempre. A pallavolo, il più grande centrale di sempre. E in nessuno sport sarebbe partito battuto.

Dino ha giocato a basket, ed è stato il giocatore italiano più forte di sempre. Forse non il più grande, epiteto da lasciare a qualcuno di più carino, capace di palleggiare, tirare, passare, fare cose eleganti. Dino è stato il più forte. Una forza mentale, spirituale, fatta di valori, di desiderio di vincere, di stare sempre lì dove infuria la battaglia. E una forza leggera, fuori dal campo, di un uomo che sorrideva, scherzava, non aveva bisogno di esibire una serietà di chi vuole dire al mondo che è un campione.

E quell’ultima sua finale di Coppa dei Campioni era la settima, ricordiamo, vincente, ma la dodicesima in tutto. Dodici finali di Coppa dei Campioni. E in ognuna di queste è stato un protagonista, una forza che ha piegato il metallo pur di vincere. E forse non è un caso che giocò quella finale contro il Maccabi, la squadra i cui tifosi lo odiavano e lo amavano più di tutti gli altri.

Era un’Olimpia strana, quella dell’86-87. Aveva rinunciato a un giovane e dinamico Kenny Barlow per Ricky Brown, un centro destinato a stazionare sotto canestro, creando così un muro formato da Meneghin-Brown-McAdoo. Ironicamente, Barlow giocò la finale contro Milano nelle file del Maccabi, rischiando di far pagare alla sua ex-squadra l’azzardo di un diverso assetto.

Milano era già una squadra vecchia nel 1987. D’Antoni, Meneghin, McAdoo avevano più di 35 anni e molte battaglie nel passato. Per loro fortuna, si erano incontrati tardi in carriera, e avevano ancora molto basket da esplorare, per questo riuscirono a giocare ancora altri due anni ai massimi livelli.

Maccabi e Milano giocarono una partita lenta, in cui le difese ebbero il sopravvento. Dino si prese il compito di far impazzire Kevin Magee, un lungo visto anche in Italia, ala forte tecnica e molto veloce. Il confronto sembrava impari, ma Dino, come sempre, seppe tenere. Anzi, portò il povero Magee al quinto fallo usando tutta la sua esperienza.

I canestri li fece su rimbalzi offensivi presi di cattiveria ed esperienza. Il resto della partita, illuminò l’attacco con i suoi passaggi illuminanti e diresse la difesa. Il Maccabi, per il secondo anno consecutivo, dovette arrendersi.

L’anno prima, il finale di partita era stato ancora marchiato da Meneghin. A terra al quarantesimo per crampi, si rimise in piedi e si avviò a una palla a due che sembrava segnata contro il lungo del Maccabi. L’arbitro sollevò la palla e Dino saltò in controtempo disturbando l’avversario. Toccò il pallone, che arrivò a McAdoo, che servì Dino ancora in movimento su una gamba sola verso il canestro. Dino non riuscì a segnare, ma tornò indietro come una furia zoppicando.

In quell’azione c’è tutto Dino Meneghin, la sua volontà ferrea di lottare per vincere, fino all’ultimo. Non potevi batterlo, dovevi schiacciarlo, dovevi fare in modo che non potesse più rialzarsi.

Dino ha fatto il nostro basket. È stato la pietra angolare delle sue squadre e della nazionale. Anche in quelle partite, le ultime finali europee, ha dominato nel suo modo. Non era più il giocatore elegante e veloce del decennio precedente, ma era sempre uno spirito vincente, che seppe cambiare il suo gioco quando il fisico cambiò per essere sempre decisivo.

È stato anche il giocatore più odiato, ma odiato per ammirazione. L’odio che riservi al più grande e di cui i grandi godono, perché li carica più entrare in un palazzetto adirato con loro che in un posto silenzioso ed educato. Bologna, Cantù, Madrid, Belgrado, Tel Aviv, erano palazzetti in cui entrava tranquillamente, perché sapeva che quella sua tranquillità trasmetteva tensione ai tifosi avversari, che più lo sentivano calmo, più cercavano di provocarlo.

Ma lui non si scomponeva, si faceva ricaricare da quell’odio, che sottendeva un amore e un rispetto che gli stessi tifosi avrebbero capito molto dopo, quando avrebbe smesso di giocare.

Perché occorre ammettere che un altro come Dino non c’è mai stato.

 

 

Prima puntata EuroLeggende: Dejan Bodiroga – 2002 e 2003. Doppio MVP delle Final Four con Panathinaikos e Barcelona.

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