Federazioni vs Eurolega, Europa vs America

Federazioni vs Eurolega, Europa vs America

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La differenza di prospettiva tra il basket di Eurolega e quello delle federazioni non potrebbe essere più stridente. Ogni volta che Jordi Bertomeu striglia una federazione perché non ha comunicato piani o prospettive, subito quella s’inalbera con tono vagamente ricattatorio a ricordare che: “L’Eurolega non è un’organizzazione FIBA”, “L’Eurolega ha perso una coppa” e via discorrendo. Da questo atteggiamento non è immune la federazione italiana, quando Bertomeu si lamenta che “In Italia non c’è ancora un piano chiaro” e “La situazione dei palazzetti è insostenibile”. Ma da dove nasce questo contrasto così forte? L’Eurolega riunisce le leghe maggiori dei principali campionati europei. È una struttura privata, non pubblica, e ha come scopo quello di rendere il basket un business redditizio che possa stare in piedi da solo. Le federazioni, e la FIBA, sono organizzazioni miste, spesso di origine pubblica e affiliate ai comitati olimpici nazionali, che si occupano di squadre nazionali e attività dilettantistica. Nei diversi paesi le federazioni gestiscono anche i campionati e cercano di coordinare le attività delle squadre di club con quelle nazionali, che rappresentano il nucleo della loro attività. “Basket europeo” è un’espressione che dobbiamo usare con una certa circospezione. In senso politico, economico e sportivo i paesi europei continuano a essere gelosi della loro indipendenza e dei loro confini. Quello che chiamiamo “basket europeo” è un insieme abbastanza confuso di federazioni, squadre, approcci di tipo diverso, che difficilmente si possono riunire in una sola modalità di azione. Tuttavia, l’Eurolega è riuscita ad affermarsi come un ambito di gioco di livello molto alto, che ha saputo creare uno spettacolo importante, spesso a livello di quello NBA. Ha creato anche un suo brand che nel tempo è diventato appetibile ed è un concorrente di quello, ormai stabilito da tempo, della NBA. I due elementi (la frammentazione dei campionati e l’unicità dell’Eurolega) dovevano prima o poi scontrarsi. È chiaro che l’Eurolega, per chi la gioca, non può essere una lega dopolavorista di cui occuparsi nei momenti lasciati liberi da nazionali e campionati. È anche chiaro che la quantità di soldi generata dall’Eurolega non può essere paragonata a quella, molto più bassa, generata dai singoli campionati.
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C’è inoltre, dall’altra parte dell’oceano, un convitato di pietra che già è la lega più famosa del mondo, e in più non aspetta altro che di capire se ha senso o no espandersi in altri continenti. Le partite giocate a Londra o in altre grandi città europee servono a capire quanto importante è il brand NBA e quali potenzialità di ricavi aggiuntivi ci sono per una lega che ha la struttura, la forza e i soldi per espandersi ovunque. Da questo punto di vista, la storia della NBA ci viene in aiuto. Quando nacque, nel ’46, l’allora BAA aveva un grosso vantaggio sulle altre leghe del tempo (ABL e NBL): le grandi città e le grandi arene. Il Madison Squadre Garden, il Boston Garden e le altre arene si riunirono a sponsorizzare squadre professioniste che per lunghi anni non fecero utili. La NBL aveva squadre molto importanti a Sheboygan, Fort Wayne, Rochester, alcune delle quali entrarono nella NBA, mentre altre dovettero chiudere i battenti perché in posti troppo piccoli per riuscire a restare in piedi economicamente. La nascita e la morte di leghe professioniste negli Stati Uniti è un processo durato a lungo, in cui la capacità di creare utili è la linea guida per la sopravvivenza di una squadra. Oltre a questo, un fattore di successo importante è stato coinvolgere gli interi Stati Uniti il più possibile, svincolandosi dai limiti di leghe regionali, con dei play-off su base territoriale, che fa in modo che ci siano sempre città di aree lontane a giocarsi il titolo. In questo momento, in Europa, le federazioni nazionali restano in piedi perché sono organizzazioni pubbliche, ma è chiaro che il futuro del basket è in una grande organizzazione continentale che riunisca le grandi città e sia uno sbocco per i nostri giocatori migliori come lo è la NBA. Il richiamo periodico di Bertomeu discende da una visione e un calcolo del futuro del basket che l’Italia, come al solito, trascura, pensando che le realtà che abbiamo adesso possano restare in piedi di fronte a un futuro che ci sfiderà a creare strutture importanti, che abbiano ricavi per milioni di euro e possano trattenere quel talento che ora va oltre oceano, e forse, addirittura, competere per attirarne da quell’altra parte dell’oceano che ora vede biglietti di sola andata per i migliori. È chiaro che Petrucci sbotti e con lui le squadre italiane, che possono permettersi capienze da 3500 posti. Nel confronto europeo, la Francia è dietro di noi come capienza media, e la lega tedesca ha palazzetti più piccoli. Ma la Spagna è in media dotata di palazzetti da 8-9000 posti e le migliori tedesche sono ben oltre i 10.000.
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Queste però non sono risposte che può dare Petrucci, che fa il suo lavoro e lotta per mantenere una certa importanza, sono discorsi che il basket italiano deve fare con sé stesso. Un paese che ha Reggio Emilia come squadra guida del movimento, cestisticamente può esserne contento, ma deve avere la certezza che quella squadra vale i Sheboygan All-Stars, non i Boston Celtics, cioè è una squadra strutturata per un campionato regionale e non è in grado di generare i flussi di utili necessari a tenere i grandi campioni. Certo, c’è il titolo sportivo, spauracchio della mentalità italica, con anacronismi come il titolo legale del titolo di studio e via dicendo. Sicuramente, in un ambito dilettantistico, nessuno è contro il titolo sportivo, ma noi dobbiamo avere ben chiaro che non c’è titolo sportivo che valga se non si riesce a costruire una squadra, e con squadra intendiamo un’organizzazione che sia in grado di reggersi in piedi economicamente ed essere un punto di arrivo per i talenti migliori, con stipendi adeguati, in modo da non farli andare via. Alla luce di questo, la domanda di Bertomeu è legittima, ma non è Petrucci che deve rispondere, bensì il basket italiano, per capire se vuole diventare adulto o no. Certo, questo richiede scelte, cosa che non siamo bravi a fare, e la coscienza che Varese, Cantù, Milano e Cremona insieme non ci possono stare, così come palazzetti sotto i 10.000 posti. Così come non avrebbero dovuto esserci dubbi su chi salvare tra Montegranaro, che non pagava (almeno in modo regolare) gli stipendi e Pesaro, che aveva scelto di stare nei limiti corretti, con un palazzetto e la passione del pubblico, ma per questo aveva dovuto fare una squadra più debole e rischiava la retrocessione. Come sempre l’Europa ci chiede qualcosa, non siamo noi a chiedere, o almeno non le cose importanti, preferendo salvaguardare il nostro orticello invece di organizzare un piano serio e scegliere. Certo i tifosi non saranno contenti e ognuno reclamerà la propria importanza, ma per sopravvivere in un campionato europeo di club bisogna avere dimensione e pubblico e quelli, in Italia, ce li hanno Milano e Roma, forse Torino; se non si ragiona che possono occorrere una decina di milioni di € di costi vivi per la squadra, più altri di marketing, ecc., non si va lontano e si presta il fianco a chi volesse impadronirsi del basket europeo senza averne mai fatto parte. Oppure, potremmo sempre assumere David Stern e capire come si diventa grandi…
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