Il campionato europeo a squadre, ovvero tales of a superleague

Un vero campionato Europeo per squadre è il solo antidoto alla decadenza del gioco europeo.

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In un modo inatteso perfino per gli americani, la finale olimpica di Rio ha messo sul piatto tutta la differenza che ancora esiste tra la NBA e il resto del globo. Gli Stati Uniti hanno sotterrato la Serbia sotto un diluvio di punti, in cui solo gli ultimi cinque minuti al piccolo trotto hanno permesso di tenere il divario intorno ai trenta.

Se il girone eliminatorio ha proposto un paio di partite oggettivamente difficili (Australia e Serbia su tutte), negli scontri a eliminazione diretta gli USA hanno travolto l’Argentina, con i loro senatori al passo d’addio, e la Serbia, giocando fino alla fine invece, la semifinale con una Spagna che è stato il solito ostico boccone difficile da mandare giù.

Dopo aver definitivamente messo nel dimenticatoio le squadre universitarie, ormai dal lontano 1988, e aver convinto i pro che le competizioni ambito FIBA si devono giocare, almeno dal 2004 a Atene, non c’è stato letteralmente nulla da fare per le squadre europee, che al massimo sono riuscite ad impegnare per uno o due quarti gli americani nei gironi eliminatori, per poi essere sotterrati, con l’eccezione spagnola, nelle partite decisive.

Gli americani giocano con una intensità e una forza incredibile le partite chiave, mettendo in mostra una velocità e una mentalità che le altre squadre non riescono a pareggiare. L’antico adagio per cui nella NBA non si difende stranamente evapora, mentre i “nostri” attaccanti vengono schiacciati da marcature asfissianti e la difesa, sempre “nostra”, non riesce a stare dietro alla circolazione di palla americana.

Anche l’idea che gli NBA abbiano fondamentali inferiori agli europei sbatte contro il muro della consapevolezza, dato che la visione di gioco del più egoista dei pro è superiore a quella del nostro miglior playmaker.

Allora, questo divario, non si potrà mai riempire? Cosa può fare l’Europa per diminuire la distanza tra noi e loro?

A ben vedere c’è qualcosa che si può fare, ma richiede un grosso sforzo da parte di tutti gli stakeholders del processo cestistico e, se non ci fossero discorsi egoistici e piccoli orticelli di potere da coltivare, sarebbe già avviato da diverso tempo.

La mentalità dei giocatori americani discende dal continuo confronto tra i giocatori migliori. Anche la squadra NBA più scarsa ha individualità che in Eurolega sarebbero imbattibili, e questo avviene perché la peggiore squadra NBA è in grado di offrire contratti che la maggior parte delle squadre europee non è in grado di proporre.

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In Europa, il sistema con le doppie competizioni, Eurolega da un lato e campionati dall’altro, porta a squadre imbattibili a livello locale (Real, Barcellona, Olympiakos, EA7…), che giocano un basket a parte e vincono in automatico   la competizione nazionale. A parte i tentativi di squadre più piccole di intromettersi, destinati comunque a fallire nel lungo periodo perché non in grado di reggere economicamente, con palazzetti inadeguati e stipendi troppo alti (vedi Reggio Emilia ma molti altri casi in Italia), questi squadroni dominano ininterrottamente i loro campionati e si ritrovano regolarmente a competere per l’Eurolega.

Che senso ha tutto questo? Perché dobbiamo sprecare il miglior talento europeo, spezzettato in campionatini troppo piccoli per la loro capacità, mentre l’Eurolega è vista come un riempitivo? E perché i migliori giocatori europei devono giocare con competitor ovviamente meno forti di loro, “sporcando” la loro mentalità con partite troppo lente, che li abituano a un livello di competizione troppo basso?

È come se il numero di giri a cui va un “motore” cestistico americano sia nettamente maggiore di quello europeo e questo dipende dalla mentalità con cui un giocatore scende in campo. È inutile negarlo: solo mettendo i giocatori migliori uno contro l’altro continuamente, potremo avere quella crescita ulteriore del gioco, che in qualche anno ci permetterà di competere a livello di  nazionale con gli Americani.

E non basta dire che gli Stati Uniti sono come un continente che si scontra con delle regioni, e che un all star europeo sarebbe a livello di una nazionale a stelle e strisce. Quello che vediamo è che, in massima parte, i giocatori europei che provengono dalla NBA migliorano, si abituano a giocare costantemente a un livello molto alto e questa è la chiave della loro crescita.

L’Eurolega ha già proposto una super lega europea  che dovrebbe raggruppare le migliori squadre europee sganciandole dalle competizioni nazionali, ma ha trovato una forte opposizione dalla FIBA che ha la necessità di mantenere contatti con i campionati nazionali e ha trascinato il movimento cestistico europeo in una querelle che fa male a tutti.

Intuitivamente, un meccanismo come quello attuale che “promuove” dal campionato all’Eurolega le squadre sarebbe ottimale e rispettoso del “diritto sportivo”. Ma, come insegna  il campionato italiano, il difetto di questo meccanismo risiede nella minaccia di rendere vani gli investimenti a lungo termine, tagliando le gambe della crescita proprio nel momento in cui ce n’è maggior bisogno. È anche un meccanismo che tradizionalmente premia chi risparmia su strutture e organizzazione per creare squadre effimere che si dissolvono in poco tempo.

I campionati nazionali hanno colpito il muro finale, quello oltre cui non possono più far crescere giocatori, che solo dal confronto al livello più alto possono ottenere quel miglioramento che incrementa lo spettacolo, gli spettatori, il valore dei contratti e la capacità di attrarre nuovo talento.

Purtroppo, l’idea europea dei campionati nazionali, pur radicata storicamente, ci sta ancorando a un tipo di basket che non ha possibilità di progresso. C’è la consapevolezza di questo in Europa, ma è come il segreto di pulcinella che nessuno vuole dire, perché urterebbe le piccole oasi di potere politico che le federazioni vogliono mantenere, in un’ibridazione pubblico/ privato che, dopo essere stato per anni un esempio di come strutture statali potessero aiutare la crescita del movimento, in realtà lo sta limitando fortemente.

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Per il male del nostro basket, se la FIBA non lascerà succedere un’Eurolega come base fondamentale del movimento, questo accadrà da solo. David Stern è a capo dell’organizzazione marcata NBA che si occupa dell’espansione internazionale. Le prime partite a Londra e in altre città hanno permesso di capire come una struttura simile sia troppo forte per il nostro basket. Un buon Business Plan proposto a investitori internazionali e alle maggiori squadre europee (si è già parlato di Real e Barca), con investimenti miliardari, spazzerebbe via qualsiasi buona volontà della FIBA di opporsi come ha potuto fare con l’Eurolega.

A quel punto, un campionato europeo per squadre targato NBA non sarebbe più un miraggio, e francamente la minaccia di escludere gli USA dalle competizioni nazionali, non potrebbe che sollevare qualche sopracciglio o indurre a una velata ironia. A quel punto, anche un tentativo tardivo dell’Eurolega sarebbe inutile e tutti i buoni propositi del basket europeo andrebbero a monte, persi  in una mondializzazione del modello americano impossibile da fermare.

Già prima delle olimpiadi dovevamo spiegare ai ragazzi perché si giocasse con queste regole e non con quelle NBA, dato che la capacità universale del basket americano non è solo economica, ma tecnica, culturale, mitopoietica, una fabbrica in grado di creare campioni a ogni nuovo giro di generazioni.

Non dobbiamo considerare queste cose come fantabasket, la mondializzazione ci ha dimostrato che l’impossibile diventa possibile e la continua toccata e fuga dell’NBA in Europa è solo la dimostrazione che gli occhi del più grande player mondiale del gioco sono ben aperti e pronti a cogliere le occasioni che noi sottovalutiamo.

Forse  è già tardi, e l’egoismo FIBA ci condannerà a essere una periferia dell’impero cestistico, senza nessuna capacità di innovare e crescere, schiacciati da una forza monetaria, culturale e commerciale che non siamo in grado di fronteggiare.

E questa è una cosa che Petrucci & Company forse non si perdoneranno mai.

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