Caserta-Madrid 30 anni dopo, la finale più bella

Caserta-Madrid 30 anni dopo, la finale più bella

il 14 marzo 1989 Caserta e Madrid si fronteggiarono in quella che forse è la più bella finale europea che quella generazione abbia visto.

di Massimo Tosatto

“Drazen Petrovic viveva solamente, totalmente, esclusivamente per la Pallacanestro.”
Sergio Tavcar

Nel 1989 la Jugoplastika vinse la sua prima Coppa dei Campioni. Ma, sinceramente, non se la fila nessuno.

Non che sia una notizia da sottovalutare, anzi. Kukoc e Radja, Maljkovic in panchina, il primo di tre anni consecutivi di vittorie.  Ma, diciamocelo, quell’anno la finale “grande” fu un’altra. E avvenne al Pireo, esattamente trent’anni fa.

Che anno, il 1989! Grandi partite, grandi giocatori, un’elettricità nell’aria mentre le cortine di ferro cadevano e si preparava un mondo senza barriere tra est e ovest. Drazen era emigrato in anticipo rispetto ai canonici 28 anni concessi ai giocatori slavi. Si era installato al Real dopo aver vinto, al Cibona, due Coppe dei Campioni e due Coppe delle Coppe consecutive.

Le Coppe delle Coppe furono il risultato di due finali di campionato inopinatamente perse contro lo Zadar nell’86 (in Italia detto lo “Zadar di Zara”, ma Zadar vuol dire Zara in croato, quindi è Zadar e basta), e il Partizan (Divac, Djordjevic, Paspalj, Obradovic, quello che diventa viola quando i suoi giocatori oggi sbagliano difesa) nel 1987, il che fa pensare al campionato slavo di allora.

Drazen nel 1988 si era accomodato al Real, come diamante più lucido di una squadra da far rinascere. Lolo Sainz, un ex playmaker che allenava i blancos, diede palla in mano a Drazen e gli lasciò fare quel che voleva. Intorno a lui mise Biriukov, un naturalizzato russo dal tiro mortifero, in guardia, i fratelli Martin, Antonio e Fernando, due dioscuri dal grande talento offensivo, i vecchi Romay e LLorente.

Lo schema consisteva nel dare palla a Drazen e convincere gli altri a non fare danni. Schema di successo, visto il dominio del Real in campionato e in coppa, anche se Drazen continuò a litigare con i campionati nazionali perdendo ancora in finale contro il Barcellona per 3 partite a 2.

Ma il 14 marzo dell’89 è memorabile perché, oltre al Real di Drazen, in campo scese anche la Snaidero Caserta di Oscar.

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Oscar è forse il giocatore più sottovalutato degli anni ’80. In realtà era un giocatore del XXI secolo nato per caso negli anni ’60, e calato in una realtà che faticava a capirlo. Lui e Dalipagic dovevano giocare a Venezia e a Caserta, considerati solo come dei tiratori, mentre possedevano già, intero, l’arsenale offensivo dei giocatori di oggi.

La sua fortuna a Caserta, fu di trovare Boscia Tanjevic, un allenatore tacciato di avere grandi difese, ma che capì sempre il talento tanto da allenare gente come Delibasic, Oscar, Gentile, Bodiroga, tutti regolarmente scoperti da lui. Boscia lasciò completa libertà a Oscar di tirare da dove volesse. Gli piazzò blocchi all’altezza del tiro da tre e permise al suo estro di non avere limiti.

Per Oscar fu una fortuna. Difficilmente, in una realtà più strutturata, avrebbe goduto della stessa libertà di espressione e di un amore più sconfinato di quello che gli tributa, ancora oggi, la gente di Caserta.

Ma Tanjevic, possedendo una mente cestistica superiore, riuscì anche a scovare dei giocatori italiani da affiancargli. Prese da Livorno un’ala dinoccolata ma dal grande talento atletico, su cui non molti scommettevano, e lo trasformò in un 3-4 destinato a dominare per diversi anni: Sandro Dell’Agnello. A Caserta, poi, mise in campo due ragazzini: Esposito e Gentile, il secondo a 16(!) anni, e gli consegnò le chiavi della squadra.

Questa Caserta fu una delle squadre più forti di quegli anni, sempre con Milano a sbarrargli il passo. I campionati italiani di allora erano delle vere battaglie ogni settimana, e per Milano poter giocare partite così dure fu un ingrediente fondamentale nel mantenere la concentrazione e il livello di gioco necessario a vincere due Coppe dei Campioni.

Caserta vedeva, oltre a Oscar, Dell’Agnello, Gentile e Esposito, Georgi Glouchkov, un centrone bulgaro dalle mani non esattamente fatate, ma capace di blocchi granitici e gran combattente, Fulvio Polesello, appena uscito da Roma, Franco Boselli, la guardia di quella Milano trasferitosi a dare un contributo di mentalità vincente alla squadra, e i giovani Rizzo, Tufano e Vitiello, che comunque toccarono il campo in quella finale.

In panchina, Franco Marcelletti, il professore, aveva preso il posto di Tanjevic, andato a Trieste a compiere uno dei più grandi esperimenti cestistici in terra italiana.

Fin dall’inizio, ci si rese conto che eravamo a una sfida all’ok corrall. E non parliamo di difese deboli, prego. Nessuna difesa poteva guardare contemporaneamente Petrovic, Biriukov e Rogers da un lato, con Oscar, Gentile, Dell’Agnello dall’altro.

La palla volava da un lato all’altro e si tirava, senza paura. Se mai ci fu una partita da veri uomini, in cui non ci si tira indietro, beh, fu quella. Il professor Marcelletti si sbracciava dal lato del campo cercando di trovare un modo per fermare Drazen, ma Lolo Sainz doveva fare lo stesso dall’altro lato.

L’Italia cestistica, che si era messa davanti ai televisori a sentire la voce triestina di Sergio Tavcar su Koper cercare di mettere un po’ di ordine nel caos organizzato della partita, rimase incollata per due tempi e più, che passarono a una velocità incredibile.

Era il piccolo contro il grande, anzi, l’immenso. Era Davide contro Golia, era Peer Gynt nella grotta dei giganti. Quella piccola Caserta si portava dietro tutte le speranze dei paesi italiani che amavano la pallacanestro. Drazen fu un demone tutta la partita, infermabile, ma Oscar e Gentile non furono da meno, ribattendo colpo su colpo.

Il primo tempo finì 60-57, un punteggio da NBA.

Marca.es

Nel secondo tempo la sparatoria continuò senza mai riposare. Glouchkov fu una spina nel fianco dei madridisti, li costrinse a chiudersi e ingaggiò un duello rusticano personale con i fratelli Martin e Fernando Romay, come un investigatore americano senza speranze, un Philip Marlowe che esce malconcio da qualche incontro con i cattivi, ma non si arrende mai.

A un paio di minuti dalla fine, sul 98-94, Gentile palleggiò in punta al tiro da tre, Oscar fece una delle sue uscite mortifere e tirò da 7 metri insaccando per arrivare a 98-97. Drazen, stremato, palleggiò oltre la metà campo, passò a Biriukov e tagliò sotto canestro. La palla circolò nervosamente tra Rodgers, Biriukov e Drazen, sembrava che nessuno si volesse accollare il compito di tirare, fino a che Johnny, un 4 molto moderno dal grande tiro, decise di incunearsi in area e segnare. 100-97.

Gentile portò il pallone in attacco e lo passò a Oscar, che tirò da tre subendo un fallo non fischiato. Dell’Agnello prese l’ennesimo rimbalzo offensivo e quasi perse il braccio con la manata di Antonio Martin. Di ghiaccio, Sandrone segnò i due liberi e fu 100-99.

Dall’altra parte, Oscar allungò il braccio e cadde nel solito trucco di Drazen, due liberi, che il croato insaccò facendo 102  a 99. E 51 punti su 102.

In attaccò, Oscar subì fallo, Marcelletti chiamò minuto. Disegnò sulla lavagnetta lo schema che tutto il mondo sapeva avrebbe disegnato. Blocco in post basso per Oscar che esce e riceve.

Alla rimessa, il telecronista spagnolo dice chiaramente: attenzione al tiro da tre di Oscar. Forse persino il tassista nel parcheggio del Pireo lo pensava.

Esposito palleggiò oltre la metà campo, Oscar uscì sulla destra con Llorente attaccato a otto metri dal canestro. Guardò l’anello e tirò. Oscar non va nemmeno a rimbalzo, nelle immagini. Si vede correre indietro, e la palla si infila dopo una parabola infinita. Sono 102 pari.

Era uno sforzo titanico. Il punto più alto di Caserta. Forse a livello dello scudetto. Mancava l’aria. Era come stare sugli ottomila. In attacco, Drazen sbagliò e perse palla, Esposito, passò saltando a Gentile che si trovò Biriukov davanti.

Qui non si capirà mai bene. Era finito il tempo? Fallo di Biriukov, ma Kostas Rigas ingoiò il fischietto? Fatto sta che il tempo finì col pareggio.

Nei supplementari, uscirono per falli Esposito, che giocò una brutta partita (solo 2 punti alla fine), Oscar, Gentile e Glouchkov. Marcelletti fece entrare tutti i panchinari, ma la partita era segnata. Il Real era troppo profondo e riuscì a supportare meglio Drazen, che finì con 62 punti.

Ironicamente, 62 punti è anche il massimo segnato in una finale NBA, da Elgin Baylor in gara 5 del 1962 a Boston. Oscar ne ebbe 44 e Gentile 32. Glouchkov doppia doppia da 13 punti e 11 rimbalzi contro i grossissimi madridisti.

Furono 45 minuti di gioco pazzeschi. I giocatori erano distrutti alla fine, avevano giocato una partita d’altri tempi: o meglio, non del loro tempo, ma del nostro. Madrid tirò con 12 su 22 da tre (Petrovic 8/16), Caserta con 12/24 (Oscar 6/11).

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Un basket modernissimo, veloce, senza un attimo di tregua. Non furono le difese a mancare, ma semplicemente gli attaccanti a essere troppo forti.

Forse non per caso quel giorno a Charlotte, NC, un ragazzino che ancora non camminava festeggiava il suo primo compleanno. Circondato dall’amore di papà Dell e di mamma Sonya, Steph Curry sorrideva guardando lontano. Forse non proprio al Pireo, magari solo a oggi, immaginando un paesaggio cestistico che nessuno come lui ha contribuito a costruire.

L’anno dopo, Oscar lasciò Caserta pieno di rimpianti, per accasarsi a Pavia. Caserta vinse il campionato con Frank in 4. Ma un posto rimase vuoto per sempre, nel cuore dei tifosi di Caserta.

Drazen, dopo un anno a Madrid, volò a Portland, per giocare, retrospettivamente, la rincorsa della sua vita, destinata a interrompersi su un’autostrada tedesca di ritorno da una partita di qualificazione della Croazia. E come si può chiamare se non caso, il fatto che l’alfa e l’omega del Basket slavo, Korac e Petrovic, siano morti in un incidente d’auto?

Drazen, dopo quella partita, era atteso da giorni di vita. Un periodo che sembra minuscolo, uno sgocciolare che, se ne fosse stato a conoscenza, non sappiamo come lo avrebbe vissuto.

Forse nell’unico modo che conosceva, come dice sempre Sergio Tavcar, su un campo da basket a tirare e a migliorare, perché Drazen era fatto di basket fino al midollo, come nessun altro che voi possiate vedere nella vostra vita.

E riguardate questa partita maledetta, per capirlo:

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