Cosa manca davvero alla Milano di Pianigiani?

Cosa manca davvero alla Milano di Pianigiani?

L’ex coach della Nazionale parla di vissuto e di errate chiamate arbitrali, ma la squadra non appare pronta dal punto di vista tattico

di Stefano Bartolotta

Dovremo essere bravi per capire come fare l’ultimo passo per vincere queste partite, capire cosa ci manca e guardare a questo”. Così Pianigiani ha chiosato l’ennesima sconfitta in volata in questa Eurolega, da aggiungere a quella contro Avellino in campionato. Probabilmente, al coach nato a Siena dovrebbe bastare visionare il filmato dell’ultimo minuto di gioco: Milano è avanti di due punti, e l’Olympiacos si dispone in attacco per eseguire un gioco nel quale evidentemente ognuno sa dove posizionarsi e cosa fare. Le spaziature sono talmente corrette che, quando il passaggio di Roberts viene deviato da Theodore, McLean è comunque nella posizione ideale per raccogliere il pallone al volo, girarsi rapidamente per attaccare il canestro e realizzare il 2+1 decisivo. Le due azioni successive dell’Olimpia, invece, così come quasi tutte quelle degli ultimi minuti, vedono un esterno palleggiare all’infinito e forzare la conclusione, guarda caso sbagliata. Possibile che non ci fossero soluzioni tattiche migliori per portare a casa il canestro che avrebbe garantito la vittoria?

A quanto pare, non ce n’erano, e il brutto è che la cosa non ha sorpreso nessuno di coloro che hanno osservato Milano in questi primi due mesi abbondanti di stagione. Si potrebbe dire che la squadra è nuova e va quindi assemblata, che si è dovuto leggermente modificare l’assetto in corsa e che poi, per colpa di un infortunio, non è ancora stato possibile impostare il sistema offensivo adatto a far rendere al meglio i singoli, in un contesto di squadra. Si potrebbe dire che il gruppo ha, finora, avuto l’atteggiamento giusto sempre, e la cosa non è affatto scontata da quando c’è questa società. In difesa, anche quando si subiscono molti punti, l’impressione è che siano più i meriti degli avversari rispetto ai demeriti propri (che pure non mancano). Inoltre, ed è un passo in avanti rispetto agli ultimi allenatori, Pianigiani sta dimostrando di essere spesso in grado di capire durante le partite quali possono essere gli uomini più adatti per il finale delle stesse, vedi soprattutto la scelta di insistere su Cinciarini e panchinare Theodore contro il Bamberg. Certo, contro l’Olympiacos, l’impressione è che l’ex coach della Nazionale abbia insistito troppo su un quintetto piccolo, ma per la maggior parte delle partite, le letture in questo senso sono difficilmente criticabili.

Però, dopo anni in cui il pubblico milanese ha visto passare non solo e non tanto le squadre migliori in Europa, ma soprattutto le meglio allenate, c’è tanta voglia di essere orgogliosi di come la squadra sta in campo a livello tattico. Si vorrebbe vedere giocatori che si muovono in un sistema organico e condiviso, nel quale ognuno sa dove stare e come rendersi utile. E non significa che si debbano snaturare i giocatori e costringerli a fare ciò che non sanno fare. A Theodore, Goudelock e Jerrells piace avere la palla in mano: benissimo, è comunque possibile creare questo benedetto sistema di gioco massimizzando le possibilità di riuscita dei loro attacchi in isolamento, invece, partita dopo partita, non solo non se ne vede traccia, ma non sembra neppure che ci sia questa volontà. Cos’è cambiato, tatticamente, da inizio stagione a ora? Nulla, assolutamente nulla: il piano d’attacco più elaborato che si è visto in tutto questo tempo è che chi porta palla va sul lato e la guardia esce dall’angolo e riceve il consegnato per andare verso il centro. Fine. Poi arrivano qui le squadre allenate dai vari Obradovic, Jasikevicius e Trinchieri, per citare solo i migliori coach visti al Forum quest’anno, e la differenza è lampante. Contro il primo dei tre si è perso di pochissimo, e contro il terzo si è addirittura vinto, ma qui non stiamo parlando di risultati, ma dell’esistenza di un sistema di gioco, che nei casi sopra citati esistono e nell’Olimpia no (eppure Trinchieri ha anche lui la squadra nuova, oltre che indebolita).

Anche in questo caso c’è qualche eccezione, che però non fa che confermare la regola. Nell’ultimo possesso sempre contro l’Olympiacos, Jerrells aveva la possibilità di passare la palla ai compagni quando era chiaro che la penetrazione non c’era, quindi, una volta tanto, la disposizione tattica in campo era concettualmente giusta. Il fatto che, invece, l’eroe del 26esimo scudetto sia andato nel panico e non sia stato capace di fare altro che chiudersi in un pertugio e sparacchiare un airball, è sintomo che, soprattutto nei momenti delicati, il primo pensiero di chi ha la palla in mano è di risolvere le situazioni da solo, non di guardarsi intorno e vedere se i compagni si stanno rendendo utili. Sono quindi i giocatori per primi a non avere come idea principale in mente l’esistenza di alternative tattiche alle iniziative individuali.

Tradizionalmente, una prova delle mancanze dal punto di vista tattico è data dal fatto che ogni partita mette in mostra lo stesso livello di competitività contro avversarie dal valore molto diverso tra loro. Che dire, quindi, di una squadra che si è trovata a dover lottare per 40 minuti, e spesso oltre, contro CSKA, Real, Fenerbahce, Olympiacos, Avellino, Bologna, Capo d’Orlando, Varese? Se ci fossero una preparazione e applicazione tattica all’altezza, non dovrebbe anche esserci uno standard minimo di rendimento, che ti permette non solo di lottare contro le più forti, ma anche, e soprattutto, di imporre il tuo gioco contro le più deboli? Invece, se ci si limitasse a guardare solo le partite dell’Olimpia, non si noterebbe troppa differenza tra tutte le squadre citate, e, ad esempio, si potrebbe pensare che Mario Delas sia più o meno paragonabile a Othello Hunter, Cameron Wells valga quanto Brian Roberts, Ariel Filloy sia decisivo come Brad Wanamaker. Quando questo succede, è un grosso problema.

La pallacanestro è uno sport crudele e affascinante per tanti motivi. Uno dei principali è che se sai organizzare al meglio i giocatori che hai a disposizione, puoi vincere, se invece ti manca l’organizzazione, perdi. Anche di un solo punto, anche se, a tuo dire, gli arbitri ti hanno fischiato contro, anche se ce l’hai messa tutta e meritavi di più, anche se hai guadagnato il loro rispetto. Magari non arrivi ultimo in classifica, ma perdi, e la Milano di Pianigiani, in Europa, ha il doppio delle sconfitte rispetto alle vittorie. Non può essere solo una questione di mancanza di vissuto, ma anche di innegabili carenze tattiche, e se, per il vissuto, serve il tempo necessario per viverlo, le idee tattiche o le hai o non le hai, a prescindere da quante settimane, mesi o anni stai allenando la squadra.

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