Emergenza Italia. Come colmare il gap con i vertici europei?

Emergenza Italia. Come colmare il gap con i vertici europei?

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Sono già passati quasi tre mesi dalla conclusione delle Final Four di Eurolega andate in scena a Madrid, con i padroni di casa del Real tornati sul tetto d’Europa a distanza di 20 anni, dopo le ultime due finali perse. Nelle due competizioni minori non ci sono state grandi sorprese, con la corazzata russa del Khimki che ha portato a casa l’Eurocup e i francesi del Nanterre che hanno scritto il proprio nome sull’albo d’oro dell’Eurochallenge dopo l’impresa di Reggio Emilia nel 2014. Il bilancio per le nostre squadre è stato altalenante. Anzi, diciamolo, in Europa siamo andati veramente male. In Eurolega, Milano ha strappato con molte difficoltà il pass per le Top 16, poi giocate nell’anonimato senza ripetere le ottime prestazioni viste la stagione precedente. Per quel che riguarda Sassari, vero che è stata inserita in un girone molto complesso, ma è arrivata ultima con il misero bottino di una sola vittoria in 10 partite. Anche l’Eurocup ci ha riservato ben poche soddisfazioni dalle tre rappresentanti ai nastri di partenza, poi raggiunte da Sassari. Il risultato complessivo è stato abbastanza deludente con Reggio Emilia fuori in Regular Season, Sassari arrivata alle Last 32 con la testa altrove mentre Roma e Cantù, raggiunti gli ottavi di finale, non hanno saputo passare gli ostacoli Banvit e UNICS Kazan. L’Eurochallenge vinta nella passata stagione da Reggio Emilia vedeva due italiane in lizza, Brindisi e Biella (squadra di Serie A2 Gold, a dimostrazione della poca importanza che viene data a questa competizione dalle nostre società) e al pari di quanto detto per le competizione più prestigiose, sono stati ben poco incoraggianti gli esiti, con Biella non qualificata alle Last 16 e Brindisi eliminata ai quarti di finale

Sembra passata un’eternità da quando portavamo costantemente una nostra compagine fra le migliori 4 di Eurolega, se non due (vedi 2001, 2002, 2003 e 2004). Inoltre, questo calo nei risultati delle nostre società in ambito europeo si ripercuote sui risultati della Nazionale, ormai incapace di imporsi ad alto livello internazionale. Ma cosa può essere successo in soli 10 anni al basket italiano? Proviamo a vedere insieme come si può risalire la china e tornare ai fasti di un tempo non tanto lontano.

Spazio e fiducia agli italiani. Complice anche il regolamento che permette alle società di puntare su roster quasi esclusivamente stranieri, l’utilizzo dei nostri talenti è in netto calo. Rispetto ai principali campionati europei la Serie A è, per distacco, ultima nella percentuale di utilizzo dei giocatori di casa con un valore di poco superiore al 25%. In Francia, è risaputo, si punta moltissimo sui ragazzi di casa mentre in Spagna la percentuale di qui sopra sale a circa il 32%. Persino la Germania nel corso degli ultimi anni ci ha sorpassato in questa speciale classifica. L’esempio più interessante viene da Israele, laddove per regolamento devono sempre essere presenti almeno due giocatori israeliani in campo ed i roster possono contare al massimo 5 stranieri; se questo numero viene limitato a 4, lo sponsor principale della Ligat HaAl concede un bonus di € 50.000 alla società: quanto basta per incentivare le squadre a far volare la percentuale fino al 45%. La gettonata formula delle Serie A a 7 stranieri (solo Trento, Cantù, Bologna, Pistoia, Cremona, Pesaro e Caserta hanno utilizzato il 5+5 quest’anno), la miriade di passaportati ed i pochi incentivi a dare spazio agli azzurri sono solo alcuni dei motivi che conducono a questa triste realtà. Oltre che a dare una fortissima spinta per le Nazionali, gli italiani hanno quel senso di appartenenza e di riconoscimento verso la società in più che spesso manca agli stranieri. Se diamo un’occhiata al minutaggio delle ultime 5 vincitrici dell’Eurolega si evince chiaramente che affidarsi ai talenti di casa è tutto fuorché controproducente: il Panathinaikos nel 2011 giocava più di 30 minuti di media con Diamantidis, 24’ per Fotsis e 15’ per Calathes; nel biennio di dominio dell’Olympiacos spiccano i 30’ di Spanoulis, i 20’ abbondanti di Papanikolaou e Printezis ed il quarto d’ora di Sloukas, Mantzaris e Perperoglou. Discorso analogo per il Maccabi di Blatt nel 2014 che si affidava ai locali con Blu (24’), Ohayon (20’) ed il duo Pnini-Tyus (quest’ultimo statunitense, ma naturalizzato israeliano) con poco più di 18 minuti. Ma il caso più lampante viene dal Real Madrid versione 2015, che ha nei 4 elementi del roster maggiormente utilizzati altrettanti spagnoli: Llull e Fernandez con 27 minuti sul parquet, Rodríguez (21’) e Reyes (19’). Molti di voi staranno pensando che è semplice dare spazio a giocatori del calibro di Spanoulis, Fernandez o Diamantidis, ma se non diamo fiducia ai nostri talenti come possiamo puntare a farli crescere e rientrare così di prepotenza nel gotha del basket? Alcuni esempi di talenti nostrani da valorizzare al massimo? Davide Pascolo MVP di DNA Gold nel 2014 e autore di una stagione magica a Trento, Simone Fontecchio e Diego Flaccadori, un ‘95 ed un ‘96 già pronti per palcoscenici importanti, Awudu Abass, o i reggiani Amedeo Della Valle e Achille Polonara. La materia prima c’è, non resta che valorizzarla.

Trattenere le stelle del campionato. Negli ultimi anni la maggior parte dei giocatori arrivati nel nostro paese che hanno dimostrato di poter spostare gli equilibri anche a livello europeo sono stati lasciati andar via. Se si agisce in questo modo ha poco senso tentar di convincere stranieri giovani e di ottima prospettiva a venire nel nostro campionato. Nel recente passato abbiamo diversi esempi eclatanti come Bryant Dunston, scovato dalla dirigenza varesina mentre giocava nel Hapoel Holon: il ragazzo del Kentucky si è rivelato un autentico crack con la maglia del Olympiacos collezionando due trofei di miglior difensore dell’Eurolega in altrettante partecipazioni; il devastante Trevor Mbakwe, recente vincitore della Bundesliga con una gara 5 di serie finale a quota 20 punti e 13 rimbalzi contro il più quotato Bayern Monaco, corteggiato a lungo dalla Virtus Roma ma lasciato partire alla corte di Andrea Trinchieri al Bamberg dopo una sola stagione; il nigeriano Shane Lawal, rebus tuttora irrisolto da Luca Banchi e la sua Olimpia Milano, fresco blaugrana dopo la firma del triennale da un milione di euro a stagione; o ancora Mike James, al quale non è bastata una stagione da leader assoluto in Serie A2 Silver con Omegna per meritarsi una chiamata al piano di sopra, mentre al Laboral Kutxa ha dimostrato tutta l’estesa del suo talento anche per il massimo livello della pallacanestro europea. Gli ultimi in data a lasciare il nostro campionato, due protagonisti assoluti della Serie A 2014-2015, sono Samardo Samuels, andato a completare un reparto centri mostruoso al Barcelona insieme a Tomic ed il sopracitato Lawal, e l’MVP della stagione appena conclusa Tony Mitchell, per cui si parla di contatti con franchigie NBA. Diciamo che costruire roster vincenti con queste prerogative è abbastanza complesso.

Pianificare sul medio-lungo periodo. Per creare un ciclo vincente destinato a dire la sua anche in Europa è inevitabile partire su delle basi solide che iniziano da una struttura societaria ben stabile, uno staff tecnico messo nelle condizioni di poter lavorare al meglio e con le dovute tempistiche, oltre ad un roster fatto di persone abituate a giocare insieme. Se prendiamo come esempio l’ultima vera società in grado di creare un ciclo vincente, la Mens Sana Siena con due Final Four nel 2008 e 2011, si nota come lo staff dirigenziale sia sempre stato lo stesso durante il periodo di trionfi (non entriamo in merito alle vicende extra-sportive che ne hanno causato il fallimento). Come guida tecnica della squadra è stata creata una vera e propria struttura “piramidale” con Carlo Recalcati a fare da mentore al giovane Pianigiani, e a sua volta l’attuale coach dalla Nazionale italiana che per 6 anni ha avuto come assistente Luca Banchi portato poi sulla panchina mensanina, vincitore dello Scudetto al primo anno dopo la partenza di Pianigiani al Fenerbahce (altro caso, quello turco, di poca pianificazione societaria che al momento ha raccolto solo grandi sconfitte e delusioni a fronte di fortissime spese). Questa logica è stata mantenuta anche una volta iniziato il lento declino senese quando in panchina è arrivato Marco Crespi, vice di Banchi la stagione precedente, che aveva come primo assistente Alessandro Magro destinato a diventare capo allenatore di Siena se non fosse avvenuto il fallimento. E poi c’è il parquet: sul campo ci vanno i giocatori e non basta assemblare 5 ottimi elementi per vincere; serve creare una chimica, un’alchimia fra gli elementi del roster che necessita tempo e lavoro. Siena questo lo ha capito e come ossatura del suo ciclo vincente ha puntato su giocatori del calibro di Rimantas Kaukenas, Romain Sato, Terrell McIntyre, Shaun Stonerook, Ben Eze, Marco Carraretto e Tomas Ress, ed ogni anno ha aggiunto piccoli tasselli essenziali per puntare in alto (Ksystof Lavrinovic, Nikos Zisis o David Moss sono alcuni esempi) e tutti sempre con contratti pluriennali, appunto per non cadere nell’errore di lasciarsi scappare le proprie stelle, così da poter costruire un ciclo vincente sul medio e lungo periodo.

Investire sulle infrastrutture. Il divario rispetto alle big europee (e su questo punto, non soltanto con le cosiddette “big”) non è soltanto tecnico ma anche infrastrutturale. Infatti, in Italia gli unici due palazzetti delle squadre di Serie A che possono ospitare più di 10.000 persone sono il Mediolanum Forum di Milano con 12.300 posti e l’Adriatic Arena di Pesaro (10.300). Esclusi questi due impianti, le rimanenti 14 squadre di Serie A giocano in palazzi che mediamente possono accogliere 4.500 appassionati. Oltre che alla dimensione, è la qualità delle infrastrutture a dover farci porre qualche quesito. Gli impianti sono obsoleti con i soli PalaTrento e PalaFantozzi inaugurati dopo il 2000 e non sono previsti nuovi investimenti in merito, escluso il Pala AJ per il quale servirebbe un lungo discorso a parte. Se ci guardiamo attorno, siamo circondati da fiori all’occhiello dell’avanguardia ingegneristica: in Francia lo stadio Pierre Mauroy di Lille è un autentico spettacolo che permette a 30.000 anime di godersi il basket in perfetto stile NBA, la O2 Arena di Londra inaugurata nel 2007 può accogliere fino a 20.000 persone mettendo a loro disposizione ogni comfort, o ancora la O2 World di Berlino, prossimo teatro del nostro girone ad Eurobasket 2015. Senza basarci solamente su quanto c’è di più innovativo in Europa, basta vedere il Palacio de Deportes Martin Carpena di Malaga per far ingelosire chiunque in Italia. È risaputo che nel Belpaese, e questo in tutti gli sport, siamo nettamente indietro in termini di infrastrutture. Il momento di invertire il senso di marcia è arrivato.

È logico pensare che per rivaleggiare contro le superpotenze europee, quali Real Madrid o CSKA Mosca, occorre anche disporre di un budget astronomico per allestire un roster ed uno staff tecnico all’altezza. Ma siccome, almeno per il momento, magnati e sceicchi non sono ancora arrivati nel basket italiano, dobbiamo trovare delle soluzioni rapide ed efficaci per il bene del movimento e per tornare a primeggiare in Europa. La strada è lunga ma si può, e si deve, colmare il gap che ad oggi sembra abissale.

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