[ESCLUSIVA] Andrea Capobianco: “A EuroBasket faremo un passo alla volta. Mannheim un trionfo indimenticabile”

[ESCLUSIVA] Andrea Capobianco: “A EuroBasket faremo un passo alla volta. Mannheim un trionfo indimenticabile”

Con l’Europeo alle porte, abbiamo intervistato Andrea Capobianco, che ci ha parlato di diversi aspetti della pallacanestro, soffermandosi sui giovani.

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Domani, venerdì 16 giugno, inizieranno i FIBA EuroBasket Women 2017 in Repubblica Ceca. Al primo turno le azzurre affronteranno, in ordine, Bielorussia, Turchia e Slovacchia. In vista di questo importante impegno, Basketinside ha potuto intervistare il CT della nazionale, Andrea Capobianco. La conversazione con il coach non si è però fermata all’imminente impegno che dovrà affrontare, bensì ha toccato diverse tematiche, arrivando anche a parlare del ruolo che ha lo sport e, in particolare la pallacanestro, nel sociale.

Coach, tra qualche giorno inizieranno i campionati europei. Come valuta la preparazione della squadra e qual è l’obiettivo che vi prefissate per questa competizione?

“Sono molto soddisfatto della preparazione e dell’impegno che tutte le ragazze stanno mettendo, sia le più giovani che le più esperte. Stanno dando il massimo dalla prima all’ultima e questa è la cosa fondamentale: la forza di questa squadra è che ognuna prova a mettere il proprio talento a disposizione delle altre. Penseremo a fare un passo alla volta, provando a dare tutto quel che abbiamo in ogni partita e giocandocela contro ogni avversaria, come fatto nel torneo di preparazione in Francia contro le transalpine e contro la Spagna (rispettivamente terze e seconde nel ranking FIBA, ndr). Le ragazze sono tutte motivatissime e la Federazione ci sta sostenendo. L’obiettivo è andare a giocare tutte le partite guardando in faccia le avversarie e cercando di farci rispettare il più possibile. E il rispetto nello sport lo si ottiene dando tutto. Il risultato lo si raggiunge in base al percorso che si effettua. Più è fatto bene il percorso e più è raggiungibile l’obiettivo, l’importante è fare passo dopo passo mettendo attenzione in ogni dettaglio che può portare al traguardo”.

Anche se ha momentaneamente lasciato la guida della nazionale Under 19 per concentrarsi sugli europei femminili, è noto che sia sempre interessato al lavoro delle giovanili…

“Effettivamente mi piace molto lavorare sulla crescita dei giovani, lo dice la storia della mia vita cestistica (coach Capobianco ha lanciato giovani come Giuseppe Poeta e Achille Polonara, ndr). Questo vale sia per il settore maschile che per quello femminile, basti pensare che giocatrici come Marzia Tagliamento e Cecilia Zandalasini sono appena uscite dalla nazionale Under 20 e hanno ben figurato in questo raduno di preparazione. Gli occhi sul settore giovanile sono sempre ben aperti, perché penso ci siano tanti giovani di ottimo livello. Questo lo dimostra anche il terzo posto ai campionati europei under 18 dell’anno scorso, storico piazzamento che non si raggiungeva da vent’anni”.

Ha seguito le finali nazionali U20? Ha notato nuovi talenti o ha avuto delle conferme?

“Certamente ho avuto delle conferme. L’Under 20 sappiamo che è un campionato importante, perché è l’anello di congiunzione tra il settore giovanile e le prime squadre. Sono stato presente sia alle finali maschili che a quelle femminili perché secondo me ci sono giocatori e giocatrici di grande interesse, però preferisco non fare nomi”.

A proposito di giovani talentuosi, cosa pensa degli italiani che scelgono di andare al college, per esempio Moretti o Lever, e, guardando anche a ciò che hanno fatto giocatori come Della Valle o Mussini, secondo lei è preferibile un percorso di crescita al college o in Europa?

“Io credo molto nel percorso formativo dei giocatori. Penso che la pallacanestro sia un po’ come la scuola, cioè il ragazzo deve crescere e seguire un percorso di formazione. Certamente si è valutato questo per Davide e Alessandro, così come in passato per Federico, Amedeo o anche Pierfrancesco Oliva. Chi ha tracciato questo percorso ha sicuramente pensato al bene dei ragazzi. Se questi percorsi prevedono esperienze di vita e di gioco diverse da quelle a cui sono abituati, allora è giusto anche andare oltreoceano. Ma onestamente ho grandissima stima degli allenatori italiani, so quanto possono fare e quindi sono convinto che si possa anche stare all’interno dei confini. Penso che si possa fare molto bene sia in Italia che all’estero, ma l’idea fondamentale dev’essere una: fare attenzione al percorso formativo. Così come per gli altri lavori, come ad esempio per diventare medico, bisogna fare scuole elementari, medie e poi l’università, non vedo perché nello sport non debba essere così. Tutti i ragazzi che ho lanciato in serie A hanno avuto questo tipo di percorso volto a formarli”.

Essendo CT della nazionale ed essendo stato allenatore di club, gli ultimi Avellino, Jesi e Teramo, che differenze ci sono tra i due ruoli e quale preferisce?

“Al di là delle preferenze, penso che indossare la maglia della propria Nazionale sia qualcosa di pazzesco. E posso ricordare al torneo di Mannheim, dove l’Italia se non sbaglio dopo trent’anni è tornata a vincere, il pianto di una signora italiana che vive là. A raccontarlo ancora mi vengono i brividi e questo può far capire quanto io sia onorato e quanto si sia orgogliosi, ma si debba anche tenere conto delle responsabilità che si hanno, se si veste la maglia dell’Italia. Con questo non voglio dire che le maglie delle squadre di cui ha fatto il nome siano meno importanti, semplicemente la maglia di un club riguarda una parte dell’Italia, mentre la maglia azzurra riguarda l’intera nazione. Le differenze ci sono: se oggi con coach Antonio Bocchino (per il maschile) e Giovanni Lucchesi (per il femminile) andiamo a visionare giovani in ogni angolo d’Italia, grazie ai concentramenti federali o al progetto azzurri, abbiamo un certo tipo di stress, che è sicuramente differente da quelli delle società che devono visionare i giocatori in modo completamente diverso”.

Facendo un altro paragone: ha allenato e allena sia squadre femminili che maschili. Che differenze incontra o ha incontrato?

“Partiamo dal concetto che per me allenare significa incontrare un’altra persona e relazionarsi con essa. Sappiamo che nella vita ognuno è diverso, questa è la realtà delle cose, quindi allenare un giovane o un giocatore esperto è diverso, così come lo è allenare nella stessa squadra un giocatore come Polonara ai tempi, oppure uno come Rossini o Maggioli a Jesi, essendo tutte persone diverse. E lo stesso se si parla di allenare nel maschile o nel femminile. Ma io penso che noi parliamo un linguaggio tecnico, che è uguale per tutti, maschi o femmine che siano. Se dobbiamo spingere la palla in contropiede, la mano va dietro al pallone sia nel maschile che nel femminile. Cosa cambia sono le identità di riferimento: una cosa è avere a che fare con una ragazza che ha una determinata forza, una determinata altezza, un determinato atletismo e un determinato carattere, un’altra è avere a che fare con un ragazzo, che ha altre caratteristiche. La cosa più importante è sapere con chi ci stiamo rapportando e questo, l’educare, il formare, secondo me è fondamentale per il ruolo di noi allenatori. Quindi per me la pallacanestro è una, che non vuol dire che sia sempre uguale, perché cambiano gli interpreti e in base ad essi bisogna sapersi adattare”.

Pensando ad esempio a Becky Hammon, collega di Popovich e Messina sulla panchina dei San Antonio Spurs, secondo lei è possibile che in breve tempo qualche allenatrice possa prendere il posto sulla panchina di una squadra di vertice, oppure pensa che sarà un processo più lungo?

“Perché no? Io penso che per allenare ad alti livelli bisogna essere bravi . E bravo può esserlo un uomo così come una donna. Poi è normale che ci possano essere delle difficoltà, perché noi viviamo in determinati contesti, che sono sempre importanti. Però io onestamente ho tenuto per anni corsi di formazione della FIP e ho potuto vedere parecchie allenatrici bravissime. Ad esempio l’anno scorso, quando allenava la nazionale, ho conosciuto Cinzia Zanotti ed è un’allenatrice di altissimo livello. Quindi con molta tranquillità posso dire che, senza nulla togliere al contesto di riferimento in cui si lavora, se uno è bravo, è bravo, come in tutte le cose”.

Passando al lato dello sport come mezzo per fare comunità, recentemente ha preso parte ad un’iniziativa contro il bullismo nelle scuole di Sorrento. Come si è sviluppata?

“Il merito dell’iniziativa va a Mimmo Montuori, allenatore ed insegnante di educazione fisica nelle scuole della penisola sorrentina, che mi ha chiamato per parlare agli studenti. Io credo molto nei valori umani, la pallacanestro è un pezzo della mia vita, un pezzo cui fanno parte i valori che ho appreso e ricevuto dai miei genitori. Montuori lo sa e quindi mi ha chiamato per parlare in una scuola di questo tema molto importante, specialmente in questo periodo. Devo dire che sono rimasto colpito in modo assolutamente positivo dal coinvolgimento e dall’interesse che hanno dimostrato i ragazzi, tant’è che il tempo del mio intervento si è prolungato ampiamente grazie alle loro domande. Ho cercato di indirizzare il tutto verso un concetto: la grande differenza che c’è tra il campione e il bullo. Il campione è come un allenatore, è colui che riesce ad esaltare le capacità dei propri compagni di squadra e a far giocare bene tutti. Il bullo cerca invece di limitare i propri compagni e farli giocare male, utilizzando la parola “giocare” anche come metafora della vita esterna al parquet di gioco. Abbiamo quindi parlato molto di questo, facendo esempi pratici delle differenze tra un bullo e un campione, un giocatore di squadra. E devo dire che l’applauso finale di questi ragazzi e i feedback che mi hanno dato mi hanno colpito molto e, è inutile nasconderlo, mi hanno fatto molto piacere”.

Quindi si può dire che lo sport sia un mezzo per fare comunità, che esso serva per fare cittadinanza attiva?

“Assolutamente. È un mezzo fondamentale per fare comunità. I luoghi in cui si pratica lo sport, come possono essere gli oratori, sono delle scuole di vita. Nello sport ci sono tutte le emozioni che servono a far crescere le persone, dal dispiacere o la tristezza causata dal non partecipare a un campionato europeo, alla rabbia per aver perso una partita o alla gioia per averla vinta. Tutte queste emozioni le troviamo in un unico posto, che è la famiglia, il posto per antonomasia dove si dovrebbe educare una persona e una squadra sportiva può rappresentare una famiglia: non credo possano mancare valori educativi nello sport, infatti io alleno e voglio allenare in questo modo”.

Si sente spesso parlare di razzismo nel mondo del calcio. Questo fenomeno è così diffuso anche nel basket?

“Che io sappia no. Non ne ho mai sentito parlare e non ho mai vissuto fenomeni di razzismo. Non è un argomento che ignoro e quindi ovviamente talvolta leggo di fenomeni di razzismo, ma è una parola pesante e bisogna andare molto a fondo quando se ne parla. Penso che ognuno di noi sia stato preda di qualche sfottò quando giocava, ma quello non è razzismo”.

Dato che non le è mai successo, come si comporterebbe se dovesse affrontare una situazione in cui si manifesti il fenomeno?

“Se i problemi esistono vanno affrontati, ma se non esistono non vanno creati. Se dovessi trovarmi in una situazione del genere la andrei ad affrontare con grandissima serenità. Ma questo significa per prima cosa rendere le persone consapevoli di ciò che accade e di ciò di cui si parla, per poi risolvere il problema. Onestamente, però, non mi è mai capitato niente di simile nel mondo del basket”.

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