Forever “La Bomba” Navarro

Forever “La Bomba” Navarro

17 agosto 2018. È morto (cestisticamente) il Re. Lunga vita al Re.

di Marco Arcari

Inverno 2014. La mia fidanzata decise di catturare la mia completa attenzione mentre eravamo seduti a un tavolo de LaRinascente di Milano a sorseggiare un buon drink. “Amore ti ho fatto un regalo, è in questa scatola”. Non ho mai amato alcun regalo, forse perché la materialità di certi presenti mi ha sempre lasciato un po’ troppo spiazzato rispetto alla figura autrice del regalo stesso. Greta, però, conoscendomi come le sue tasche, sapeva bene che bastava pochissimo per rendermi felice. Avevo cominciato a seguire realmente la pallacanestro da qualche anno, ma avevo anche alle spalle esperienze non proprio felici da tifoso dell’Olimpia Milano ed ero tremendamente ignorante nella comprensione del gioco in tutte le sue innumerevoli sfumature. Aprii la scatola e vi trovai dentro tantissimi pezzi di un puzzle. Inizialmente mi chiesi perché mai una donna che mi conosceva così bene mi avesse regalato un oggetto per il quale non avevo mai mostrato il benché minimo interesse. Fare i puzzle è una delle cose che più odio, perché ci vuole pazienza. E la pazienza, si sa, è una delle virtù dei forti. Ciononostante mi misi d’impegno e, insieme a lei, componemmo quel puzzle, pezzo per pezzo. Dopo qualche decina di minuti e tanto amore reciproco, su quel tavolino comparve una figura ritagliata a forma di cuore. Greta aveva pensato bene di far realizzare un puzzle partendo da una foto di Juan Carlos Navarro, il mio primo e unico idolo cestistico. Aveva pensato bene di stupirmi, ancora una volta, con ciò che più amavo in quel momento della mia vita. Dopo di lei, ovviamente.

A distanza di anni, nel giorno dell’addio del Rey al basket giocato, comprendo come quello fu il più grande regalo di sempre. Non tanto per il valore complessivo – per quanto Greta mi avrebbe poi portato a Barcelona, regalandomi anche la canotta del Barça con tanto di ricerca incredibile per apporvi sopra tutti i loghi dei vari sponsor – quanto per il valore affettivo. Senza Navarro non avrei mai amato così visceralmente la pallacanestro. Senza Greta, probabilmente, neppure. A distanza di anni mi ritrovo quasi perso, spaesato, irrimediabilmente compromesso con uno sport che ha cambiato completamente la mia concezione di essere umano, prima che di sportivo. Mi ritrovo a riflettere sul senso di avere un idolo sportivo, dell’essere appassionati del gioco prima ancora che tifosi di una singola squadra, del dover voltare pagina perché il tempo è così tiranno che obbliga anche un re a deporre, prima o poi, la sua corona. Soprattutto, però, mi ritrovo a considerare quanti passi da gigante abbia fatto la pallacanestro dall’età dei pionieri post-bellici (senza voler scomodare il 1891, per carità, visto che lo stesso Naismith considerava il basket-ball come un qualcosa di ben lontano da uno “sport”) fino ai giorni nostri e quante ferite si sia autoinflitto un gioco così bello. Perché oggi siamo estasiati dal mondo NBA e dal livello della EuroLeague, difettando forse in quella memoria storica che ci aiuterebbe a comprendere come questo sport, il “nostro” sport, sia tremendamente malato, per lo meno in Italia.

Spiragli di luce? Se ne vedono, per carità, ma bisogna cercarli attentamente in un’oscurità che ci pervade anche nell’intimo, nei nostri sentimenti più puri. Tra problemi economici, atteggiamenti retrogradi e anacronistici, difficoltà infrastrutturali e copertura mediatica alquanto rivedibile, la pallacanestro (se preferite, palla al canestro, palla al cesto, basket o basket-ball, così accontentiamo più o meno tutti) italiana è in crisi. Non unicamente di risultati, perché saremmo fin troppo nostalgici nel rimpiangere i decenni d’oro del dualismo Ignis-Simmenthal o il dominio italiano in Coppa dei Campioni negli anni Ottanta, con Cantù, Roma e Milano (in rigoroso ordine cronologico) a spartirsi successi su successi. La nostalgia, alla lunga, stanca anche i più innamorati e i puri nostalgici sono semplicemente gli incapaci di comprendere e apprezzare il cambiamento. Alcuni grandi maestri del passato, tuttavia, ci misero in guardia sul futuro della nostra pallacanestro, quando ancora le grandi società spendevano il doppio, se non il triplo, di quanto incassavano. Quando ancora a Caserta, in poco più di 100 giorni, si realizzava un palazzetto da oltre ottomila posti a sedere, nonostante tutto. Quando i grandi professionisti della NBA sceglievano l’Italia non sempre per andare a svernare e strappare gli ultimi contratti con stipendi a sei cifre. Quando il dualismo Bianchini-Peterson infiammava le colonne dei quotidiani nostrani, gli stessi che si lamentavano dello spazio concesso da “mamma RAI” alla pallacanestro o, meglio, a quello che era il secondo sport nazionale, dietro sua maestà il calcio.

Perché alla fine di maestà trattasi. O meglio, di simboli regali. Noi, semplice popolino che ha bisogno di un simbolo nel quale riconoscersi; loro, grandi re, ornati di scettri e corone, capaci di indirizzare un intero sport. Mi piacerebbe pensare che questi re, tuttavia, fossero semplicemente giocatori in grado di far palpitare i cuori di tutti gli appassionati e non unicamente dirigenti arroccati in palazzi del potere che troppo spesso si estraniano da quella che è la vita cestistica reale. Me ne guardo bene dal tacciare questi soggetti di mancanza di professionalità o lungimiranza, perché il falso mito dell’incompetenza va sfatato. Semplicemente, vorrei essere uno di quei sognatori che chiedono un progetto a lunga scadenza per rilanciare uno sport che ci ha fatto ammirare, il senatore Bradley, il cobra Kicanovic, il vescovo Cosic, la coppia Menego-Poz in maglia varesina, il genio Messina alla Virtus, il ciclo senese (al netto delle valutazioni giudiziarie, beninteso), il triplete della Dinamo sacchettiana, il ritorno dell’Olimpia dopo anni di sofferenza. Mi piacerebbe sognare che la memoria storica di questo sport venisse coinvolta per poter mettere a disposizione la propria esperienza, che i Bianchini, i Gamba e tutti gli altri facessero da trait d’union tra i nostalgici della prima ora e i neofiti dell’ultimo minuto. Mi piacerebbe sognare che le infrastrutture non rimanessero impantanate in logiche burocratiche che sarebbero state anacronistiche perfino nell’Impero napoleonico, in cui l’apparato burocratico accentrato aveva comunque un ruolo fondamentale. E tante grazie a Brescia, che riesce a rimettere in sesto il vecchio EIB per rivivere le gloriose giornate dell’era Sales-Cidneo.

Alla lunga, purtroppo, senza tutto questo un Juan Carlos Navarro per ognuno di noi potrebbe non bastare. Perché gli idoli servono, in molti casi, a distrarci da problematiche non più procrastinabili, oltre che a farci innamorare. Il problema, tuttavia, emerge quando gli idoli si ritirano e ci lasciano lo spazio necessario per guardare coi nostri occhi cos’è diventato lo sport del quale siamo innamorati. Per non parlare di quanto sarà complesso trovarne altri, di idoli. Perché sostituire un giocatore in grado di dominare in solitaria un Eurobasket 2011 sarebbe praticamente impossibile. L’abbiamo ammirato sui parquet di tutta Europa a disegnare arcobaleni per portare ai più alti traguardi i catalani del Barça, senza però mai rinunciare a difendere i colori delle “Furie Rosse”: questo, più di ogni altra cosa, dovrebbe far comprendere la passione viscerale di Juan Carlos Navarro per la pallacanestro. La Spagna ha un solo re, ma molteplici pueblos, ovvero popoli. Ognuno dei quali è inevitabilmente legato alle proprie tradizioni e alle storiche divisioni di quella parte della Penisola Iberica una volta frazionata in Regni e Principati distinti. Pochi elementi hanno saputo riunire questi pueblos sotto l’unico vessillo della bandiera spagnola come c’è riuscito “La Bomba”. Non fosse altro per quel Mondiale 2006, vinto realizzando 20 punti in finale contro la Grecia dei vari Spanoulis, Papaloukas, Diamantidis, Fotsis e via dicendo. Non fosse altro per quel tentativo di impedire a Team USA di tornare sul tetto del mondo nelle Olimpiadi del 2008 e del 2012. Non fosse altro per i sei podi agli Europei, per la dinastia spagnola costruita sotto la regia di Sergio Scariolo e insieme a Pau Gasol.

Navarro è stato capace di unire la Spagna, con triple che hanno distrutto confini geografico-ideologici per abbracciare qualsiasi tifoso, catalano, castigliano, basco, andaluso che fosse. Ha reso grandissima una Nazionale che prima del suo arrivo poteva vantare sei piazzamenti complessivi tra Europei (argento nel 1935, nel 1973, nel 1983 e nel 1999, bronzo nel 1991), Mondiali e Olimpiadi (argento nel 1984). Ha messo in bacheca qualcosa come dieci medaglie ottenute con la Spagna nelle suddette competizioni. È diventato bandiera di un Barcelona che ne ha riconosciuto la grandezza facendogli firmare un contratto della durata di 10 anni, quasi a dirgli che fosse scontata una seconda vita cestistica, dopo quella di giocatore, sulle coste della Barceloneta. È stato una delle migliori guardie nella storia del gioco. Affermazione incontestabile: non tanto per medie statistiche, quanto per versatilità, innovazione e qualità al netto di un fisico che molti, in Catalogna, ritennero adatto per fare il postino, piuttosto che il giocatore professionista. Ha sdoganato “la lacrima” su tutti i parquet del mondo, ha mascherato – almeno negli ultimi anni – i passi in uscita dai blocchi con un movimento talmente bello che giustifico quegli arbitri incapaci di fischiargli infrazione. Perché la bellezza è oggettiva, in certi casi. Ha fatto innamorare generazioni di appassionati, dominando Clasìcos a profusione e rendendo la rivalità Barcellona-Real Madrid, insieme a Felipe Reyes e molti altri, una guerra fredda sui generis prima ancora dell’arrivo di Messi e Cristiano Ronaldo nelle rispettive società calcistiche delle due polisportive spagnole.

Oggi depone la corona un giocatore che, da avversario, era pressoché impossibile non odiare sportivamente. Ma la grandezza di un re è proprio questa: evitare di farsi odiare e porre sempre gli interessi del suo popolo al di sopra dei propri personalistici, ma solamente nel lungo periodo. Ce l’ha insegnato Machiavelli. Ce l’ha ricordato Juan Carlos.

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