Il giorno di San Crispino di LeBron

Il giorno di San Crispino di LeBron

Gara 7 di Cleveland Boston ci ha messi di fronte a una grandezza mai vista prima.

di Massimo Tosatto

E i gentiluomini che ora, in Inghilterra, si trovano a letto,
si danneranno l’anima per non esserci stati,
e si sentiran menomati, quando prende la parola
un uomo che combatté con noi il giorno di San Crispino.

Shakespeare, Enrico V  

Dobbiamo mettere in chiaro una cosa, con estrema chiarezza: nessuno ha mai fatto quel che LeBron James sta facendo oggi. Solo uno gli si è avvicinato, in una lega molto meno atletica di oggi, anche se con grandi giocatori: Wilt Chamberlain. E come LeBron, anche Wilt ha raccolto molto meno di quello che la sua persona cestistica ha scavato nel mito.

Ma nemmeno Wilt è arrivato a riempire il campo con una presenza immanente come LeBron. Le tre serie contro Indiana, Toronto e Boston rappresentano un capolavoro cestistico inarrivabile. LeBron ha praticamente giocato solo quando gli serviva, riposandosi per gran parte delle serie. In quelle partite ha studiato gli avversari, ha stimolato i loro nervi scoperti con azioni individuali, senza preoccuparsi della vittoria o della sconfitta immediata.

Il LeBron che vediamo oggi, siamo fortunati a vederlo. È una cosa da raccontare ai nipoti, davanti a un fuoco, in campeggio, come si raccontano le storie di Halloween. E come una creatura di Halloween ne parleranno i Tatum e i Brown, gli Horford e i Rozier. Un It, uscito dal tombino vestito con la casacca dei Cavs e non con quella del pagliaccio.

Con un LeBron così, chiunque può giocare. Liberatosi di casinisti e insoddisfatti, gli Irving, i Thomas, LBJ è rimasto con una ciurma di fedelissimi. Kevin Love, ieri assente per il concussion protocol, negli anni ha rinunciato a numeri e luci da star per giocare come comprimario di lusso.

George Hill, un play sempre troppo altruista, ma una faccia del tipo: “dimmi cosa devo fare”. Capace di difendere, impostare, tirare. Jeff Green, un’ala mai davvero esplosa nella NBA ma dotata di grande tecnica e atleticismo. Tristan Thompson, un papero che corre come una gallina ma difende e lotta a rimbalzo come nessun altro.

JR, che quando è finito alla corte del Re ha abbandonato ogni stranezza ed è diventato quasi il giocatore che ci si aspettava. Perfino Clarkson.

Tutti intorno a LeBron, un Enrico V a Angicourt, nel giorno di San Crispino. E invero chi c’era nei Cavs potrà raccontare questa vittoria a lungo. Di come scesero in campo con un piano partita molto semplice, completamente nelle mani di LeBron. Ma di come LeBron stesso gestì ogni sua azione, ogni movimento, senza eccedere.

E di come Boston sembrasse impazzire, schiacciata dalla debordante importanza di una gara-7, roba che nella vita non capita ogni giorno e nella liturgia sempre ritardante, procrastinante, di un playoff, è il momento finale, tranciante, da cui non c’è ritorno.

da The Mercury News
da The Mercury News

E il peso devono averlo sentito, quelli di Boston. Terry Rozier ha fatto uno 0/10 da tre. Marcus Smart un 0/4. Tiri da liberi, semplici, che avrebbero più che vinto una partita, in cui LeBron avrebbe comunque preso un omaggio alla sua forza straripante.

Ma LeBron non scende mai in campo per pareggiare. Come Enrico, con i suoi fanti e i suoi arceri contro la strabordante cavalleria pesante francese, LeBron ha fatto finire nel fango gli eleganti aironi di Boston. Li ha lavorati ai fianchi in sette estenuanti partite, lunghezza che lui ha nel sangue come nessun altro, aspettandoli a quel punto decisivo, dove voleva portarli lui.

Poveri noi che ci siamo illusi. Che abbiamo scambiato la Regular Season per un torneo che valesse qualcosa. Poveri noi che ci siamo chiesti se LeBron potesse star fuori dalla finale, e ci abbiamo creduto.

Lui ha creduto in se stesso, con quell’approccio zen che ormai gli conosciamo. Ha tenuto la concentrazione sulla partita, ha collaborato con Tyronn, il povero Tyronn tanto sbeffeggiato, che è invece l’unico a parlare con LBJ il suo linguaggio e a mettere in campo le idee di un giocatore, allenatore, agente, manager, insomma di un uomo vitruviano del basket, che ha reso la conference est la sua misura personale delle cose.

Non sappiamo chi arriverà in finale a Ovest. Se fossero i Warriors, non ci troveremmo di fronte a nulla, prima della serie. Ci sarebbero due squadre che hanno solo pensato alla finale, e si sono immaginate l’una di fronte all’altra dall’inizio della stagione.

Se fosse Houston, ci sarebbe una novità dall’altra parte, per il Re. Uno scontro anomalo e mai visto prima, a cui si preparerà nel suo solito modo:  riunirà i suoi uomini intorno a sé, infonderà fiducia, progetterà ogni attimo con cura maniacale.

Mentre chi se n’è andato si dannerà l’anima per non esserci, e aver mancato una leggenda che non è detto possa sfiorarli ancora.

 

 

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