Il mancato fuero catalano – L’eclissi di Juan Carlos Navarro

Il mancato fuero catalano – L’eclissi di Juan Carlos Navarro

La Bomba Navarro è uno dei più grandi giocatori europei. Ultimamente, però, sembra aver imboccato il viale del tramonto, facendo piangere molti, compreso il sottoscritto.

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Leggere il declino di Juan Carlos Navarro con la storia giuridica della Spagna. Questo, fondamentalmente, è il mio folle obiettivo. Dal IX al XII secolo, i diritti locali furono la prima fonte del diritto nella Spagna monarchica. Essi si esplicarono in tre diverse forme, ben distinte tra loro:

  1. Cartas pueblas (“carte di popolazione”), in cui un signore locale stabiliva diritti ed obblighi collettivi per coloni ai quali erano state assegnate terre incolte; i coloni rimanevano alle dipendenze del signore seguendo le normative stabilite nelle varie cartas, come quella del 954 di Freixà, una terra della contea di Barcellona.
  2. Fueros, solitamente brevi. Il termine iberico, di derivazione latina, indicava una fonte che palesava la concessione di privilegi da parte di un re ad una comunità locale (città, quindi comune più contado, o semplice borgo). Sostanzialmente, i fueros erano carte di franchigia, con cui si concedevano privilegi e libertà di commercio e di organizzazione locale.
  3. Fueros di tipo nuovo, comparsi dal XII secolo d.C. Sulla base di consuetudini (mos maiorum, ovvero usi e costumi dei padri, degli antenati, radicati nella morale e nelle usanze di una certa comunità) e di sentenze giudiziali – decisioni assunte liberamente da giudici ordinari, vincolanti per i casi futuri sulla scorta del modello inglese (principio del “precedente vincolante”) – nacquero fueros più estesi, miranti ad offrire una disciplina giuridica completa.

Di questi Fueros di nuova generazione, solamente la Catalogna – come zona geografica – non visse una contaminazione tout court. Fin dagli anni ’60 del XI secolo d.C., infatti, in terra catalana si era provveduto alla promulgazione di 30 capitoli di “Usi” di Barcelona; un testo in latino, poi tradotto in volgare catalano, che trattava diversi temi giuridici (sostanziali e processuali). Le consuetudini locali, delle singole zone, permasero, comunque, nonostante la promulgazione degli “Usi”. Ciò che conta, però, è che la legislazione regia, in Catalogna, restò sempre subordinata alle leggi approvate precedentemente dalle Cortés, ovverosia assemblee periodiche composte dai tre ordini tradizionali medievali (nobiltà, clero e borghesia cittadina).  Come a dire che il re era sì riconosciuto, ma sopra di lui stava la storia della regione catalana.

Una volontà autonomista che, ancora oggi, abbiamo ben chiara davanti ai nostri occhi. Rientrando dal mio soggiorno catalano, il 27 dicembre scorso, il tassista che mi stava accompagnando all’aeroporto non ebbe certo parole di stima e di affetto verso la monarchia spagnola. I luoghi comuni si sprecano, ma le volontà indipendentiste – soprattutto a causa di una pressione fiscale non proporzionata ai decentramenti fiscali da parte del governo centrale, anche rispetto ad altre regioni (si pensi ai Paesi Baschi) – non sembrano volersi placare.

Cosa c’entra, tutto questo, con la pallacanestro? Molto. La rivalità Blancos-Azulgrana – ovvero Madrid/Barcelona – nasce anche da motivi giuridico-sociali che affondano le proprie radici nella storia della Penisola Iberica. La rivalità tra le due super-potenze spagnole, nella pallacanestro, risponde anche a un nome, su tutti: Juan Carlos Navarro. Nessuno, come Navarro, ha segnato i Clasìcos della contemporaneità. Nessuno, come Navarro, ha fatto gioire o piangere quei soggetti per i quali la distinzione tra colore blu per le vene e colore rosso per le arterie tende, inevitabilmente, a mischiarsi per dare vita a un azulgrana sui generis.

Eppure, Juan Carlos Navarro è stato – ed è tuttora – una delle colonne portanti delle Furie Rosse; un elemento fondamentale, fortemente rispettato da Scariolo e compagni non solo per le sue doti tecniche, ma per il suo amore verso il gioco. Un controsenso, a ben pensarci. Ma a volte l’amore, il rispetto per i compagni e la voglia di vincere ci portano a superare anche divisioni delle quali, comunque, ci sentiamo parte. Navarro, in sostanza, è l’anti-partito: ovverosia, si propone di non essere una parte, ma di rappresentare il tutto spagnolo. Un unicum? Probabilmente no. Senza dubbio, però, una rarità, in un mondo che ama vivere di particolarismi e localismi.

L’unico limite – e forse il punto centrale di questo articolo – alla rarità navarriana è dato dal tempo. I regnanti di Spagna, infatti, debbono essersi dimenticati di proclamare un fuero con cui si stabilisse di comprendere il momento preciso in cui la materia disciplinata fosse arrivata a un punto di svolta nel suo evolversi. Un punto di svolta che, nella maggior parte dei casi, dava avvio a un declino: il declino della prosperità economica, quando i centri portuali del Nord Europa e l’Inghilterra conobbero sviluppi incredibili; il declino giuridico, quando al diritto comune si sovrappose un diritto localistico; il declino di Navarro, quando il Barça decise di inseguire successi sportivi senza mettere insieme una squadra che potesse giocare come tale.

E allora, per larghi tratti di stagione – peraltro non la prima – Navarro si è ritrovato a dover fare le veci un playmaker che manca al Barça come il pane mancava quando i francesi si ribellarono scatenando quella che sarebbe passata alla storia come la Rivoluzione. El Rey ha dovuto sopperire a mancanze croniche di una squadra che, dopo Ricky Rubio e Marcelinho, non ha più visto creatori di gioco presenti a roster, affidandosi sempre a quelle combo-guard tanto care all’evoluzione della pallacanestro contemporanea. Non che questa supplenza cestistica sia stata infruttifera, anzi. Semplicemente, per quanto il pick&roll con Tomic possa essere una freccia nella faretra dei catalani, Navarro è una guardia e morirà, cestisticamente, da guardia.

Il riadattamento da playmaker – per fare di necessità virtù – lo porta anche a dover matchuppare con giocatori che ne mettono in evidenza le ormai croniche lacune difensive, dovute più agli infortuni che a un’incapacità di giocare nella propria metà campo. Un riadattamento che, forse, imprigiona in muri schematici un talento che non ha mai voluto conoscere barriere. Altrimenti non sarebbe mai nata la bombita, quel floater in avvicinamento a canestro fatto proprio per mandare fuori giri il tempo della stoppata per poi accompagnare dolcemente la palla in fondo alla retina, spesso senza il minimo movimento di quest’ultima. Altrimenti non avremmo avuto l’arcobaleno, ossia quella parabola che supera non di poco gli standard, anche grazie a uno spin da fuoriclasse.

Un riadattamento che, però, ci sta forse privando delle ultime cartucce a disposizione di un giocatore che ha amato fin troppo la pallacanestro. Un amore così viscerale, così romantico, così passionale da impedire a Navarro di ritirarsi quando la parabola della carriera era ancora in fase ascendente. Il bello dei fenomeni, però, è anche questo: voler restare in gioco per sparare le ultime cartucce del proprio caricatore, proprio quando l’avversario sembra essersi convinto che la scarica sia terminata e occorra necessariamente prendere un nuovo caricatore, con altri colpi. Con questo voglio dire che LaBomba ha ancora qualche colpo in canna, magari da sparare in questi Playoffs di Liga ACB o forse all’Eurobasket 2017 (perché sarebbe folle pensare a una Spagna senza Navarro, considerando anche che in panchina siede un certo Sergio Scariolo).

Eppure gli infortuni e gli stop forzati cominciano ad essere troppi, sempre più consequenziali. A quasi 37 anni Navarro non è il Vince Carter europeo, in termini di tenuta fisica e di rendimento. Non a caso, le percentuali medie in EuroLeague ci parlano della sua peggior stagione da due punti (35.3%) e della seconda peggiore da tre (31.3%), peraltro in sole 12 partite giocate. E, per chi lo ama, non vederlo dominare rappresenta una lama dentro al cuore, conficcata con la stessa parabola con la quale le sue triple permettevano al Barça di superare l’Olympiacos in quello che è stato l’ultimo trionfo continentale dei catalani.

Questo, probabilmente, è lo scotto da pagare per essere immortali: la sofferenza cui sottostare negli ultimi anni di carriera, dopo aver dominato – in lungo e in largo – su ogni parquet d’Europa. Questo, con certezza, è l’amore per la pallacanestro: una lezione di vita che porta l’atleta a continuare sebbene il suo fisico gli lanci, inesorabilmente, segnali di decadenza. Ma come può una crisi, togliere una corona a un Re?

Non può proprio, a mio avviso. E per quanto l’eclissi della stella blaugrana sia lampante, l’insegnamento che si può trarre dall’esperienza di Juan Carlos Navarro è un tesoro inestimabile. L’amore per il gioco. Prima, e sopra, tutto.

 

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