L’Italia europea: Ginevra 1946

L’Italia europea: Ginevra 1946

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Il 30 aprile del 1946, meno di un anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene alzata la palla a due della prima partita del Campionato Europeo a Ginevra, in Svizzera, non a caso uno dei pochi paesi europei a restare fuori dal conflitto.
Con che spirito i giocatori si apprestino a giocare è difficile dire: il continente è ancora un cumulo di macerie, le comunicazioni difficili, persino i confini tra paesi non sono ancora chiari. Diversi giocatori non sanno ancora che nazionalità avranno, e solo la velocità delle federazioni li ha sottratti ad altri che possono avanzare pretese su di loro.

In Italia la zona di Trieste, al confine con la Slovenia e quella che sarà la Jugoslavia, è divisa in due parti d’influenza il cui destino è tutt’altro che chiaro. La Zona A comprende Trieste e arriva fino all’abitato di Muggia, è controllata dagli alleati e teoricamente dovrebbe restare all’Italia. La Zona B invece comprende l’Istria sotto il controllo dei partigiani di Tito e abitata da una maggioranza di italiani, molti dei quali fuggiranno in Italia, un esodo che lascerà tracce profonde nell’anima degli istriani, facendoli sentire spesso stranieri di due patrie.

Cestisticamente, e qui ci sentiamo meschini a pensare che un destino “cestistico” possa avere la sua importanza rispetto a un disegno generale colmo di tragedie, Trieste è una città centrale per la Nazionale italiana, in quanto 6 giocatori provengono da quell’area: Cattarini, Pitacco, Fagarazzi e Bocciai, che vinsero il titolo nel 1939 e 1940 con la Ginnastica Triestina, Rubini, che da Trieste si è già trasferito a Milano (di cui diventerà allenatore-giocatore nel 1947) e Pellarini, che proviene da Capodistria e per il resto della sua vita sarà quindi jugoslavo.
Solo nel 1954, quasi dieci anni dopo la fine delle ostilità, la situazione si chiarirà e Trieste diverrà ufficialmente italiana con l’entrata dell’esercito in città, dopo che gli alleati avranno lasciato loro il comando.

Ma l’Italia non è l’unica a soffrire per questioni territoriali, etniche, politiche. I paesi dominanti dei primi Campionati Europei, Lituania e Lettonia, sono stati assorbiti dall’Unione Sovietica, per i successivi cinquant’anni i loro giocatori e allenatori formeranno l’ossatura delle squadre nazionali e di club, con il potere accentrato nell’Armata Rossa di Mosca allenata dal lettone Gomelsky. L’URSS non partecipa a questi campionati.
La situazione non è migliore tra Ungheria e Cecoslovacchia. Dalla caduta dell’impero asburgico, lo strano animale bicefalo della Ceco-Slovacchia, con gli slovacchi cattolici e i cechi poco interessati alla religione, ha portato avanti una pulizia etnica nei confronti delle popolazioni non autoctone, ungheresi, tedeschi ed ebrei. A partire dal ‘47-‘48 ci saranno veri e propri scambi di popolazioni simili a quelli degli italiani con la Jugoslavia, in cui centinaia di migliaia di tedeschi e ungheresi di origine risiedenti in Cecoslovacchia, verranno “invitati” a tornare nei loro paesi di origine. L’Ungheria cederà una parte del suo territorio all’URSS e perderà parte della popolazione.
Allo stesso modo, Ungheria, Polonia e Cecoslovacchia non sanno ancora che finiranno nella sfera d’influenza sovietica, separandosi dal resto del mondo occidentale sotto l’influenza degli USA.

Il significato di un campionato europeo organizzato così velocemente consiste anche nel tentativo di ritornare a una forma di “normalità”. Diversi campioni si ritrovano in campo dopo essere scampati a guerre, deportazioni, pulizie etniche, facendo la cosa che sanno fare meglio. Non è come se gli anni non fossero passati, è piuttosto come se la vita ricominciasse il suo corso nonostante tutto.

Ecco che allora questi paesi si ritrovano a Ginevra: Italia, Cecoslovacchia, Ungheria, Francia, Belgio, Inghilterra, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera e Polonia; per dare vita al quarto Campionato Europeo di basket. L’Italia arriva da un secondo posto nel 1937 e un sesto nel ’39, ha una buona squadra, con gli uomini d’esperienza Marinelli e Vannini della Virtus Bologna, già argento nel ’37, i triestini già citati e i giocatori della Reyer, campioni d’Italia nel 1941 e 1942: Sergio Stefanini, sicuramente il più talentuoso, uno degli inventori del tiro in sospensione da questo lato dell’oceano, Giuseppe Stefanini e Marcello De Nardus. Allena Mino Pasquini, uomo d’esperienza e già Campione d’Italia.

É un basket tradizionale, gli americani non hanno ancora insegnato nulla, non c’è traccia o quasi di blocchi o tiri in sospensione e l’assenza dei baltici, di solito innovatori con i loro immigrati tornati dagli Stati Uniti, sicuramente contribuisce a fare di questo campionato la continuazione ideale del basket d’anteguerra, invece dell’inizio di una nuova era.
I campionati si tengono dal 30 aprile al 4 maggio, si gioca ogni giorno per l’Italia, che ha una partita in più rispetto al girone B e C, un tour de force che probabilmente i nostri pagheranno negli ultimi minuti della finale.

L’apertura si gioca con la difficile Ungheria. L’Italia vince 39 a 31 dopo aver condotto, alla fine del primo tempo, per 15 a 13. Un Sergio Stefanini letteralmente scatenato segna ben 21 punti in un periodo storico in cui 21 rischiavano di essere i punti di una squadra.
Le altre due partite sono più semplici: un 40 a 25 (Fagarazzi 15, De Nardus 10) contro la Polonia e un 73 a 15 (Bocciai 24, Rubini 21), col Lussemburgo, in cui Stefanini e Vannini sono tenuti a riposo per non farli affaticare.
Nel girone B la Francia vince agevolmente con l’Inghilterra (65-11) e con i Paesi Bassi (47-18), dominando senza problemi il girone, mentre nel C la Cecoslovacchia gioca due partite abbastanza combattute con Svizzera (vittoria 20-17) e Belgio (vittoria 33-23).
Le semifinali sono, quindi, Italia-Francia e Cecoslovacchia-Ungheria.

La storia delle rivalità tra Italia e Francia nel secondo dopoguerra meriterebbe un volume a sé, in ogni sport. I francesi si sono sentiti traditi dalla dichiarazione di guerra dell’Italia, a vittoria ormai acquisita per i tedeschi nel 1940, e ogni incontro di qualsiasi sport si trasforma nel luogo virtuale di una vendetta sentita in profondità.

La sera del 3 maggio 1946 alle 21.30 inizia la semifinale tra Italia e Francia. La partita è combattuta. l’Italia si concentra sul suo quintetto base con Vannini, Marinelli, Giuseppe e Sergio Stefanini e Marcello De Nardus. Stefanini in particolare è incontenibile come al solito e la difesa italiana riesce a limitare Duperray, il pericolo maggiore dei transalpini. Il primo tempo finisce 22-20 per l’Italia, ma nel secondo la difesa italiana stringe le sue maglie e riesce a limitare l’attacco francese a soli 5 punti, segnandone 15 per un risultato finale di 37 -25, più combattuto di quanto dica il distacco finale.
Nell’altra semifinale la Cecoslovacchia riesce a regolare agevolmente l’Ungheria per 42 a 28, nonostante la prova dell’ungherese Nemeth, che a fine campionato sarà nominato il miglior giocatore del torneo, con 14 punti.

La sera della finale, il 4 maggio, alle 21.30, si trovano di fronte due squadre che hanno dominato il torneo fino a quel momento. Non hanno perso ancora una partita, ne hanno giocate di equilibrate e messo in mostra il miglior gioco. Le individualità non mancano ma gli italiani sono forse stanchi e, dopo aver finito avanti il primo tempo per 21-18, perdono la seconda frazione nettamente per 16-11. La Cecoslovacchia si dimostra una squadra più completa e lo confermerà negli anni successivi con ottimi risultati, come il secondo posto agli Europei dell’anno successivo giocati in casa.

Di quella squadra del 1946, le personalità più in vista sono sicuramente Rubini e Stefanini. Cesare Rubini diventerà allenatore di Milano, che condurrà alla vittoria di un’infinità di scudetti e la prima Coppa dei Campioni nel 1966. Al tempo stesso sarà campione olimpico di pallanuoto nel 1948 a Londra, guadagnando la distinzione di entrare in due distinte Hall of Fame mondiali: quella del basket e quella della pallanuoto.

Stefanini si trasferirà per due anni al Fluminense in Brasile, ritornando in tempo per le olimpiadi del ’48 e giocando poi a Milano fino a fine carriera. Un giocatore avanti sui tempi, atletico, con un tiro in sospensione sviluppato da solo sui campi di Venezia, Stefanini sarà anche imprenditore di successo dopo la carriera sportiva.

Sono campionati strani, quelli del ’46. In un’Europa ancora immersa in un cupo clima di dopoguerra, riunire i migliori giocatori disponibili era come fare una conta dei sopravvissuti, per scoprire che la vita, alla fine, andava avanti lo stesso. Si poteva lottare, gioire, maledire un tiro sbagliato senza che la sconfitta significasse la morte su campo di battaglia o in una baracca di un campo di concentramento. Ci vollero ancora molti anni prima che la situazione mondiale si chiarisse e che i popoli capissero in che zona d’influenza fossero capitati, e questo, nel basket, si rifletté in una polarizzazione della rivalità tra USA e URSS e nel progressivo prosciugarsi delle altre scuole dell’est, a parte la Jugoslavia.

I ragazzi che scesero a Ginevra in quella primavera del 1946, ricominciarono una storia che nei decenni seguenti diede molte ragioni di discussione e creò rivalità storiche tra i paesi. Riprendere confidenza con il pallone, con lo sguardo degli avversari, non più dei nemici, dovette essere un sollievo per loro, una strana sensazione che credevano di aver scordato. Una conseguenza inattesa di quella cosa che ricominciava per loro dopo molto tempo e che, nel vario susseguirsi di paure e conflitti sempre sull’orlo dell’inizio, fu la pace, o la Guerra Fredda che dir si voglia.

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