Luka Doncic – The next big thing, ovvero cosa rimane del Doncicismo

Luka Doncic – The next big thing, ovvero cosa rimane del Doncicismo

A distanza di qualche anno dalla sua scoperta, Luka Doncic è vittima di un battage mediatico che ci divide sempre più tra haters e adulatori, in un gioco senza vincitori né vinti

di Marco Arcari

Quando un fenomeno diventa di massa, inevitabilmente, perde alcuni suoi connotati; perché per raggiungere il maggior numero di persone deve omologarsi a modelli dominanti, siano essi culturali o psicologici. Sul fatto che Luka Doncic sia un fenomeno in potenza e un gran bel giocatore in atto credo non vi siano dubbi. Sul fatto che si stiano sprecando troppe e banali parole – comprese queste che state leggendo – su quello che la stampa, non solo spagnola, ha definito “The next big thing“, nemmeno. I grandi giocatori dividono e sono vittime di un culto della personalità talmente partigiano da produrre schieramenti opposti, agli antipodi: agli haters, coloro che non riescono proprio ad apprezzare alcunché della figura in questione perché non vogliono farlo, si contrappongono le groupies, ossia quei soggetti che sono disposti a incensare il proprio beniamino anche quando non ve n’è assolutamente bisogno o motivo. Succede per LeBron James, successe per Kobe Bryant; succede per Danilo Gallinari, successe per Dino Meneghin. Figurarsi, perciò, se non potrebbe succedere per un giocatore “nato” e cresciuto nell’era dei social network.

Lo sloveno sta disputando la stagione della definitiva consacrazione, in un Real Madrid che, complice l’infortunio estivo di Llull, gli ha affidato le chiavi della squadra per vedere dove il classe 1999 potrebbe arrivare in un contesto di squadra. Perché individualmente i numeri sono semplicemente incredibili, specialmente in EuroLeague. Sarebbe tremendamente tedioso, però, ricopiarli tutti solamente per incensare ancor più un giocatore del quale molti stanno evidenziando pregi cercando di nascondere un difetto, probabilmente nemmeno così grande: il mancato salto di qualità definitivo. Perché – e lo dico da estimatore del giocatore, forse uno dei primi, con poca modestia – Doncic ha migliorato tutti i suoi numeri ma in molte occasioni non è ancora stato quel leader che è destinato ad essere. Si potrebbe addurre la giovanissima età come scusante, se non fosse che così facendo si porterebbe al crollo del castello di carta su cui sono costruiti molti dei paragoni tra leggende del passato e lo stesso Doncic. Al numero 7 dei Blancos sono stati ripetutamente accostati nomi che hanno scritto la storia della pallacanestro europea e non solo: da Drazen Petrovic a Dejan Bodiroga, passando per Mirza Delibasic. Solo per citare i più inflazionati.

La grande maggioranza di chi pone in essere tali paragoni, tuttavia, non ha mai visto nemmeno uno spezzone di un video caricato su Youtube inerente ai grandi miti del passato. Un anno fa dicemmo che Doncic aveva realizzato una di quelle cesure che solo i grandi nomi del passato erano stati in grado di attuare nella storia della pallacanestro; ciò non significa, però, che i miti degli anni ’70, ’80 o ’90 debbano necessariamente essere paragonati al ragazzo di Lubiana. Non è solo una questione di rispettivi palmarès, quanto piuttosto di un paragone insensato tra chi le pagine della storia le ha scritte con inchiostro indelebile e chi è destinato a scriverne a breve, forse brevissimo. Questi paragoni, peraltro, portano a demistificare quella che è la realtà che circonda Doncic, a rendere il Doncicismo una corrente filosofica tanto intensa quanto effimera.

C’è poi l’utilizzo dei numeri, questa logica statunitense che sta prendendo sempre più piede anche in Europa e, nello specifico per quel che ci riguarda, in Italia. Premettiamo che i numeri sono bellissimi, a patto che li si sappia interpretare. Perché parlare di Net Rating, di Defensive Plays o di Shares senza contestualizzare tali stupende statistiche è semplice esercizio di stile. Si potrebbe citare che più volte Luka Doncic ha avuto un NetRtg negativo, con picchi di -40 e addirittura -59 contro il Barça nel Clàssic (alla catalana) disputatosi nemmeno una settimana fa. Ciò ci consentirebbe di parlare di impatto negativo dello sloveno? Assolutamente no, manco a dirlo. Eppure la logica dell’utilizzare numeri per spiegare giocatori – in termini spiccioli – sta prendendo sempre più piede e su Doncic trova uno dei “bersagli” preferiti, forse per metterne in evidenza qualità difensive non eccelse (citofonare a Westbrook per conferma o andare a rivedersi gli scivolamenti che tanto hanno incantato all’Europeo e in certi match di EuroLeague), difficoltà nelle letture (ammirare nuovamente i vari assist in contro-tempo dopo l’attesa sorniona prima del balzo nel terzo tempo), incapacità di gestire momenti delicati. Ecco, forse sull’ultimo punto il ragazzo ha ancora tanto margine, ma come abbiamo già detto la differenza la farà una mentalità così vincente e maniacale da essersi vista poche altre volte sui parquet europei.

Nel battage mediatico, comunque, non rientrano solamente gli utilizzi ad minchiam (per usare il latino) dei numeri, bensì anche i giochi personali nello stilare un MockDraft tutto personale, dove Doncic non può assolutamente competere con i vari Ayton, Porter, Young, Bamba, Bagley e compagnia NCAA. Non sta a noi fare previsioni, anche perché NCAA ed Europa sono mondi talmente diversi che proporre paragoni, peraltro tra giocatori di ruoli diversi, ci qualificherebbe per quello che non vorremmo essere, ossia incompetenti. Che la pallacanestro fosse uno sport complesso lo disse già tempo fa un discreto allenatore; che fosse anche difficile da capire e saper interpretare, però, è quanto mai una certezza quando si parla di Luka Doncic. Perché al netto di numeri e MockDraft, di GIF e shooting chart, di lodi e critiche, di certezze e dubbi, di potenzialità e attualità, nessuno si è ancora spinto a dire che Doncic è sì un fenomeno ma finora si è tenuto nascosto, specialmente nelle partite in cui vi era in palio un trofeo in questa stagione. Eccezion fatta per la campagna europea con la Slovenia – tra cui una Semifinale in cui sfiorò la tripla-doppia nella lezione alla Spagna e una Finale conclusa anzitempo per problemi fisici – “The next big thing” ha sfoderato le peggiori prestazioni stagionali proprio nelle partite che il Real Madrid avrebbe voluto vincere per non essere attualmente a zero titoli:

  1. Semifinale di Supercopa Endesa, contro Gran Canaria: 6 punti (1/6 al tiro), 4 rimbalzi, 1 assist, 3 perse, 8 di valutazione in 23’15”.
  2. Finale di Copa del Rey, contro Barcelona: 14 punti (1/8 al tiro), 5 rimbalzi, 3 assist, 16 di valutazione in 25’59”.

Sarebbe limitante e ingiusto parlare di fallimenti, poiché queste sono forse le uniche due prestazioni stagionali negative di Doncic, cui potremmo sommare i due incontri di EuroLeague contro Valencia e Barcelona, per un totale comunque irrisorio rispetto al numero di partite già giocate. Certo è che lo sloveno sa di aver steccato in queste occasioni ed è stata emblematica, in tal senso, la reazione avuta dopo l’ultima sostituzione nel Clàsico di qualche giorno fa. E qui si torna alla prima caratteristica che accomuna il classe 1999 ai grandi nomi pluricitati: la mentalità. Un qualcosa che numeri e GIF non possono spiegare in tutto e per tutto; quel qualcosa che ancora rende la pallacanestro scienza inesatta, non determinabile al 100% come incrocio di coordinate in un piano cartesiano. Doncic ha la mentalità del vincente, quella che avevano i Danilovic, i Bodiroga; quella che lo renderà grande, grandissimo – al netto di infortuni che costituiscono la variabile imponderabile dello sport – e gli consentirà di limare anche gli ultimi dettagli nel percorso di ascesa verso una dimensione in cui pochi hanno potuto mettere piede.

Perché che siate haters o groupies, oggi, poco importa. Che vi piaccia analizzare i difetti di un giocatore solamente per giustificare le vostre preferenze verso altri, poco importa. Che amiate fare paragoni, poco importa. Tutto ciò è parte di ciò che circonda la pallacanestro, che fa da contorno tra le capacità di analizzare i timing di un pick&roll o le spaziature contro una zona 3-2 e la leggerezza nel giudicare una singola prestazione. Come abbiamo fatto noi prima, nei due passaggi a vuoto citati, certamente. Il problema, tuttavia, nasce laddove su Doncic si siano sprecate troppe parole per dire sostanzialmente le stesse cose, ma a sostegno di due tesi appartenenti a due macro-categorie diverse: quelle della difesa (o groupies) e quelle dell’accusa (haters). Perché è nella naturalezza del grande sportivo dividere le masse, ma tale divisione non dovrebbe esserci in chi fa – o vorrebbe fare – informazione. Di pezzi bellissimi e tecnicissimi su Doncic ce ne sono molti, ma sono molti di più quelli che finiscono per incensarlo indebitamente e/o giudicarlo insensatamente. E un conto è la boutade – spirito da cui nasce la filosofia che risponde al nome di “Doncicismo” -, un altro è l’approfondimento. Luka Doncic è appena nato, lasciamolo crescere e poi tiriamo le somme di che giocatore abbiamo avuto la fortuna di poter ammirare. Perché poi si finisce sempre per vedere oro dove qualsiasi metallo luccica, facendo così decadere il bello della nostra passione: la critica sensata.

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