L’Ultimo Tanguero

L’Ultimo Tanguero

L’annuncio del ritiro di Manu Ginobili dalla pallacanestro giocata segna la fine di un’epoca di speranza e gioia, un periodo in cui gli argentini si sono immedesimati in un fuoriclasse mondiale.

di Massimo Mattacheo, @MaxMattacheo

Ritiro.

Una parola che fa rumore. Una verità scomoda. Lo scorrere inesorabile del tempo. Tic toc, tic toc. Un momento che non si vorrebbe arrivasse mai. Un mix di sentimenti che pervadono anima e corpo. Un qualcosa di incontrollabile, e inevitabile. Prima o poi, arriva per tutti l’ora di appendere le scarpette al chiodo. Uscire dallo spogliatoio un’ultima volta, prendere la propria borsa, lasciare quella che è stata ‘casa’. Non c’è mai un modo facile per annunciare la propria decisione. Manu Ginobili ha scelto di farlo attraverso Twitter, un modo per essere davvero in contatto con i suoi tifosi, gli appassionati, le semplici persone. Poche parole, un breve messaggio, una foto: pochi secondi e la decisione maturata in un’estate intera è diventata di dominio pubblico. Lui, uno spesso riservato, ha deciso di fare sapere a tutti la sua scelta. A testa alta, con orgoglio, come ha sempre fatto nella sua carriera.

La prima volta che vidi Manu Ginobili in televisione capii che non era come gli altri. Era diverso, aveva un dono. Era mancino. Una scintilla di energia e talento sgusciava da un corpo longilineo: dotato di una tecnica sopraffina, il suo primo passo risultava spesso immarcabile. La sua capacità di arrivare al ferro e concludere con una schiacciata era impressionante, favorita da un controllo del corpo con pochi eguali tra i giocatori. I primi anni in Italia, la definitiva consacrazione: a Reggio Calabria si mette in mostra come uno dei giovani più promettenti del panorama internazionale. Ma è nell’estate del 2000 che inizia la sua scalata verso l’Olimpo: Sasha Danilovic annuncia il ritiro dalla pallacanestro giocata a soli 30 anni, dopo avere vinto tutto il vincibile. Troppo

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forte il dolore alle caviglie, troppo logoro il corpo per convincere il fuoriclasse serbo a continuare ancora. Così, Manu si trova a raccogliere la pesante eredità di uno dei giocatori più forti e decisivi passati per il campionato italiano. L’impatto dell’argentino è devastante, la squadra è un’autentica corazzata guidata dalla sapiente mano di Ettore Messina, inizialmente scettico sulla capacità di inserimento di un giocatore così giovane in un ruolo chiave per la sua squadra: in Italia non ce n’è per nessuno, la Kinder spazza via tutti gli avversari e conquista Scudetto e Coppa Italia. Anche in EuroLega la marcia è trionfale: nella finale contro il Tau Vitoria, nella quinta e decisiva gara giocata a Bologna in un clima di passione quasi senza eguali, Ginobili domina la gara conducendo i compagni alla vittoria. È forse il punto più alto della sua carriera in Europa, sicuramente il trampolino di lancio definitivo per il dorato mondo della NBA.

Dopo un’altra stagione a Bologna, e un argento mondiale conquistato con la sua Argentina, per Manu è tempo di fare nuovamente i bagagli. La destinazione? Il Texas. A San Antonio l’argentino trova un sistema molto organizzato, che vede in Tim Duncan il leader in campo. Popovich lo trasforma in un sesto uomo di lusso, un giocatore capace di rompere gli equilibri entrando dalla panchina. Un infortunio ne limita in parte l’utilizzo nel corso della prima stagione, ma la sua voglia di crescere e dimostrarsi all’altezza della situazione colpiscono Popovich e i compagni e lo fanno diventare un elemento insostituibile nella rotazione: come accaduto a Bologna, anche a San Antonio Manu fa centro al primo anno: è titolo NBA. È l’inizio di una carriera folgorante, che vedrà l’argentino e i suoi Spurs conquistare altri tre titoli, oltre ad aprire una vera e propria dinastia che ha visto la squadra non mancare mai una qualificazione ai playoff negli anni che Manu ha trascorso in Texas.

Elencare il suo palmarés sarebbe però uno stucchevole esercizio statistico, perché il suo imprinting e l’eredità che lascia al gioco vanno ben oltre i titoli, le vittorie e i trionfi. Ginobili ha rappresentato il sogno di un paese intero, l’Argentina, che ben presto si è immedesimata in un fuoriclasse umile e mai sopra le righe. Insieme ai compagni di una vita – Scola, Oberto, Delfino, Nocioni, Prigioni – ha dato vita a una delle dinastie Nazionali più forti della pallacanestro moderna: la ‘Generacion Dorada’ ha saputo fermare il tempo, non arrendersi di fronte alle difficoltà e all’inesorabile trascorrere degli anni. L’oro olimpico di Atene, nella finale controllata fin da subito contro l’Italia, è stato il trionfo più significativo, la sua voglia di non arrendersi nemmeno a Rio, dodici anni dopo, è la fotografia perfetta di quello che Ginobili è stato per la pallacanestro.

@ManuGinobili Twitter

Manu Ginobili è stato più di un giocatore di pallacanestro, è stato un ideale: l’ideale di chi ha saputo sfruttare le proprie qualità quando la maggior parte degli altri giocatori aveva le opposte. Manu ha saputo distinguersi, evolversi e ‘aggiornarsi’ nel corso degli anni: è stato un doveroso esercizio professionale per rimanere al passo con i tempi. Negli anni Duemila, dominata dall’atletismo e dalla digitalizzazione di ogni cosa che ci circonda, l’argentino ha saputo far prevalere la classe, sempre e comunque, e il suo essere quasi analogico, poco mediatico se non in rare occasioni. L’anguilla di Bahia Blanca ha sempre preferito far parlare il campo, piuttosto che la sua voce quando è stato necessario: mai toni alzati, sempre pacato e controllato. Così tanto diverso dal personaggio Diego Armando Maradona, ancora oggi amato e venerato dagli argentini per il suo essere sopra le righe e per i risultati sportivi che ha portato al suo paese che Ginobili può essere definito quasi un antidivo, ma non sul campo. Lì ha saputo essere sempre protagonista, qualunque fosse la maglia indossata e chiunque fosse l’avversario di turno: nessuno ha saputo resistere al fascino di un giocatore così abile nel tenere incollati gli spettatori davanti alla televisione per il suo modo di essere e di fare.

Vincente per eccellenza, spettacolare senza per forza entrare negli highlights di giornata, Manu ha segnato un’epoca. L’era della speranza, della classe che vince sull’atletismo, della furbizia e della saggezza: è stato un giocatore unico nel suo genere. Molto amato, a volte odiato, non è passato inosservato: leggiadro sul parquet come solo i migliori ballerini di tango sanno fare nelle piste da ballo. Ha saputo unire le persone nel nome della pallacanestro, del Gioco, quello vero, perché di atleti come lui ce ne sono sempre meno: è difficile non avere in mente un fotogramma della sua carriera, brillante sia nel Vecchio Continente che in America.

Siamo ora giunti ai titoli di coda, è tempo di spegnere le luci, chiudere il palazzetto e proseguire senza più voltarsi indietro. Manu Ginobili ha annunciato il ritiro, da oggi la pallacanestro è un po’ più povera.

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