Niente di nuovo nel basket italiano

Niente di nuovo nel basket italiano

Siamo alla fine di una stagione che ha riproposto i soliti mali del nostro basket, senza che il paziente abbia dimostrato alcuna propensione a una cura.

di Massimo Tosatto

Il finale di Brescia–Milano di ieri sera contiene in pieno la situazione del basket italiano: un errore nella partenza del cronometro, una gestione quantomeno dubbia.

Le voci si leveranno in difesa dicendo che è un evento, un momento, ben preciso, che non si può estendere a tutto il basket italiano. Le voci della difesa le conosciamo bene.

Il basket italiano non è mai stato a corto di scuse. Una volta era il talento, poi gli infortuni, poi le piccole piazze, poi i palazzetti, poi i padroni.

Per arrivare a questo disastro. Un anno zero? No. Non un anno zero. Un anno normale, dato che sembra, nel basket italiano, che tutto vada bene.

Invece non va bene. Non va per niente bene. Ma noi siamo questo e sembra che non importi a nessuno.

Le final four di EuroLega hanno proposto uno spettacolo deprimente, per noi. A Belgrado, in un palazzetto da 15.000 posti stipato in ogni ordine di posti con biglietti costosi, le quattro migliori squadre europee si sono affrontate in un duello cestistico di altissimo livello, a cui noi non eravamo invitati.

L’unica cena a cui siamo stati invitati è la finale della quarta coppa europea, a cui hanno partecipato Venezia, la prima in classifica della Regular Season, e Avellino, la quarta. Cioè, le due squadre di testa del nostro campionato sono in finale della quarta coppa europea.

È inutile illudersi che avrebbero potuto fare altro. Non ne hanno la struttura, il palazzetto, la forza. In Italia si continuano a costruire palazzetti nettamente sotto il bisogno europeo. A Brescia, il nuovo palazzetto avrà 5000 posti. Brescia fa 150000 abitanti, la provincia arriva al milione. La zona è una delle più ricche d’Italia, a cosa serve un palazzetto da 5000 posti? Tantovaleva tenere Montichiari.

Il fatto è che noi in Italia agiamo come se il resto del mondo non esistesse. Il benchmark siamo noi, non il resto del mondo. L’investimento è uno spreco, non un’opportunità.

Capo d’Orlando gioca praticamente in un tendone. A Venezia in estate fa un caldo pazzesco, andare alla partita in certi palazzetti è un esercizio temerario di sofferenza. Roma ormai non ha nemmeno un palazzetto, cosa che in una città di più di 3 milioni di abitanti, in cui le opportunità e i ritorni sono praticamente infiniti, lascia perplessi.

Potremmo indagare a fondo, ma non servirebbe. Le cause alla radice possono essere studiate, ma non porterà nessun cambiamento. Non resta che esporre, mettere in mostra, e sperare che qualcuno pensi ad agire.

Tuttavia sappiamo che non succederà. A troppi stakeholder del processo la situazione piace così, gli va bene. In un sistema sostanzialmente mediocre, chiunque ha la speranza di salire, e non importa se poi scende perché non ha la forza di restare.

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Il discorso tecnico subisce la stessa deriva. Gli allenatori sono sempre gli stessi. Negli anni in cui il nostro basket cresceva, si faceva a gara a selezionare allenatori nuovi nel mondo. Porelli, non per niente uno dei padri fondatori dell’Eurolega, scovò Peterson in oscure palestre cilene in cui allenava la nazionale locale. Allievi prese Stankovic per allenare la sua Cantù negli anni ’60 e Messina fu assistente di Bob Hill ancora a Bologna. Per non parlare di Tanjevic e compagnia.

Oggi dobbiamo subire le isterie di un Pozzecco che gioca a fare il James Dean maledetto per un fallo non chiamato, e rovescia microfoni rispondendo male ai giornalisti. Il che può piacere ai tifosi e dare argomenti ai giornalisti, ma non serve a nulla nel basket.

Allenatori di squadre senza futuro, devono mettere insieme roster competitivi in cui un buon attaccante cambia la stagione, spesso in un gioco molto egoista in cui si punta al risultato immediato. In tutto questo i giocatori italiani, coccolati da squadre che non li formano per giocare in questo basket, semplicemente non possono emergere.

La mentalità è un po’ quella del furto. Vinco un anno, scappo col malloppo, poi chi s’è visto s’è visto. Non importa il come, importa solo la posta immediata, perché squadre costruite in modo finanziariamente inadeguato non possono avere uno sguardo lontano.

Ciò impedisce di costruire i giocatori, di lavorare bene e sul lungo periodo. Salvo poi avere un Totè che manda brividi nella comunità degli scout NBA dichiarandosi per il draft.

Certo c’è anche la Stella Azzurra, fenomeno che pare fuori da ogni corrente del basket italiano. E ci sono allenatori che, singolarmente, con grande volontà, si applicano per portare nuovi metodi, ma rimangono largamente inascoltati, guardando quelli che per anni non hanno portato nuovo sangue produrre nuovi mediocri.

La tentazione, a questo punto, è di dire: “Sì, ma non ci sono i soldi”.

Notizia: i soldi nemmeno ci saranno, se continuiamo così.

La lega tedesca di basket ha fatto un piano di lungo termine, in cui è passata da 33 a 103 milioni di euro di fatturato in dieci anni, fissando regole stringenti per le sue squadre. Se non le rispetti, non ci puoi stare.

Da noi, il tentativo di fissare a 5000 la capienza dei palazzetti sta naufragando per la solita nostra mentalità fissata sul piccolo: “Ma allora le piccole squadre non potranno stare in Serie A”.

No. Non possono starci perché non assicurano la sostenibilità di alcun modello.

Le nostre semifinali stanno tutte in un raggio di 150 chilometri: Trento, Brescia, Venezia, Milano. Un basket imploso, destinato a diventare un fiume carsico, in cui i proprietari si gloriano di vittorie in una competizione che non fa parte delle prime cinque in Europa.

Pistoia, Brindisi, Pesaro, Capo d’Orlando, in fondo alla classifica. Casale, Treviso, Bologna e Trieste in salita. Anche se solo Capo è retrocessa, il prossimo anno si vede un altro travaso dal sud al nord, un’ulteriore chiusura del basket in un fortilizio che esclude gran parte del paese dal vertice.

Probabilmente questo sta bene al nostro basket. Piace a giocatori, allenatori, dirigenti, presidenti. Perché sanno che in questo basket possono stare, mentre un basket più competitivo li getterebbe fuori in automatico dal sistema, e andrebbe a colpire le rendite di posizione di chi non può stare ad alto livello, se non in un ambiente come il nostro, in cui il livello viene artificialmente abbassato per caricare tutti, e questo espelle i migliori.

Ma se questo sta bene al basket, allora non possiamo farci niente.

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