“Ogni volta quando”… A tu per tu con Giovanni Lucchesi

Protagonista del capolavoro al Mondiale Under 17, terminato con la medaglia d’Argento, coach Lucchesi si racconta a Basketinside.com

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Non so quali siano i suoi gusti musicali, ma spero che la canzone possa piacergli, dato che è un grande classico: “Ogni volta” di Vasco Rossi. Lasciate che la melodia del Blasco vi contagi, vi emozioni, e avrete la perfetta fotografia delle sue nazionali. Non partono mai per la vittoria, eppure arrivano sempre, sul podio, alla vittoria, è questione di dettagli. Giovanni Lucchesi negli ultimi anni ha visto generazioni di atlete passare sotto le sue sedute di allenamento ed estati in canotta azzurra, e quest’anno nella calda Spagna si è tolto l’incredibile soddisfazione di portare il gruppo under 17 nel mondiale fino alla finale persa contro l’Australia, con una grande partita giocata e persa anche contro la corazzata statunitense durante il girone. Guardando senza voler essere troppo cinici a “ogni volta” che la nazionale azzurra ha riportato risultati, sembra imprescindibile non parlare di lui e dei suoi gruppi. Un coach che sa farsi sentire sul campo, che riesce esattamente a farti capire cosa vuole sul parquet, e che prima di essere un grande coach è anche e soprattutto un istruttore tecnico e mentale di pallacanestro, come palestra di vita. L’Italia della nazionale maggiore viaggia tra alti e bassi, le giovanili stanno ritagliandosi grande spazio, grandi successi, con il pregio di avvicinare in tanti al basket in rosa, abbiamo allora deciso di intervistare coach Giovanni Lucchesi su questo ed altri temi, e la sua risposta è stata precisa, puntuale e ricca di spunti.

1) In primis, coach, quale il tuo commento “a freddo” sulla magica avventura vissuta al Mondiale e culminata nell’argento?

“Il problema è proprio il “freddo”. Perché di freddo non c’è nulla, se non la consapevolezza di avere allenato un gruppo eccellente con una forza mentale, una durezza abbastanza rara. Di freddo, inteso come timore, quello che anche questo risultato della pallacanestro giovanile femminile sia morfina, invece che endorfina, che serva ad alleviare il dolore per una situazione che va affrontata decisamente, invece che essere stimolo positivo e propositivo per risolverla, questa situazione…. L’esperienza è magnifica, le culture tecniche con cui ci si confronta sono diverse: si torna arricchiti, se si vanno a cogliere questi aspetti di differenziazione che possono essere interpretati appunto come stimoli al cambiamento, all’adeguamento. Al di là delle parole e delle buone intenzioni”.

2) Sei il coach a livello giovanile più vincente degli ultimi 10 anni di pallacanestro femminile, di giovani ne hai viste passare tante, quali sono le caratteristiche che differenziano buone giocatrici da quelle che fanno la differenza?

“Io non bado ad etichette di vincente o perdente: le etichette le lascio agli imbottigliatori di illusioni o di miracoli. Come ha detto Iniesta la vittoria più bella è la stima dei compagni; nel mio caso, umilmente ti dico che la vittoria più bella è la stima delle giovani atlete, di qualunque età siano, e qualunque sia l’esperienza condivisa. E tra queste atlete ci sono state e ci sono buone giocatrici, ottime giocatrici, buone persone, ottime persone. La differenza tra loro sta nella capacità di collegamento tra aspetto mentale, aspetto emotivo, aspetto tecnico: sapere, saper fare e saper essere sono capisaldi della formazione, e sono chiavi di individuazione del buon giocatore e/o dell’ottimo giocatore. Ce ne sono di tutti i tipi, a volte anche quelle che possono deludere, ma che hanno sempre comunque speso il loro tempo per ascoltare e provare e magari poi hanno scelto una strada di “comportamento” diversa”.

3) Ricordo bene Poprad, l’argento contro la Spagna del 2008, il bronzo dell’anno scorso sempre contro le iberiche ed ora questo argento, e probabilmente ne starò dimenticando qualcun altro… Vedo che ora l’under 20 che è in Portogallo, con grandi ambizioni e una gran squadra, con le sue soddisfazioni certo, ma poi si da un occhio alla nazionale e si vedono sempre i soliti nomi: l’esperienza paga ma a livello internazionale c’è poco cambio di generazione, secondo te perché tutto questo?

“L’obiettivo di tutti deve essere comune. La cultura di tutti dovrebbe risiedere nello sviluppo, nella sperimentazione e nella capacità di superare logiche diverse da quelle della crescita costante. Alimentare il sistema, e la benzina sono queste ragazze e queste atlete: se si preferisce usare il metano per il motore della pallacanestro femminile forse costerà meno, ma sarà comunque sempre meno brillante. Occorre rischiare ed il rischio sta nel considerare una piramide del successo che poggi su una base ampia e solida, non su un vertice che purtroppo ogni anno rischia di cedere. Se si restituisce dignità e valore alla base allora si creeranno opportunità migliori, e le atlete saranno meglio preparate ad entrare di buon diritto in un vertice più competitivo e più a sua volta qualificato dalla forza della base. Io non ho auguri da fare. Ho speranze da chiedere: che davvero una volta per tutte si superi la logica del “personale”, si faccia tesoro delle esperienze, si setacci tutto il buono che c’è (e ce n’è tanto) e da li si ricominci. Altrimenti le nostre endorfine si perderanno nel nulla. La mia estate prosegue con l’under 16. Ecco, qui faccio un augurio: che questo gruppo, completamente nuovo, faccia i passi da gigante necessari per uno sviluppo per niente facile e scontato. I maghi albergano altrove, purtroppo lontani da me e da noi…”

Perchè “Ogni volta torna la sera, ogni volta torna la paura, ogni volta che rimango con la testa tra le mani e rimando tutto a domani” recitava la canzone, e ci sono state e ci saranno lacrime da versare, ma la luce arriverà sempre a indicare la via ai sognatori. Si piange per le sconfitte, ci si sbucciano le ginocchia su quel parquet, si può provare emozione e sogno, e alla fine il duro lavoro pagherà sempre i suoi frutti. E non sarà come l’arrossire aspettando i tramonti in estate, sarà l’inverno a farci amare fino a far sciogliere i nostri cuori. Ed il basket si sa, è metafora della vita…

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