Olimpia Milano – Un ambaradan

Olimpia Milano – Un ambaradan

In un ambaradan continuo, cerchiamo di capire come potrebbe evolversi questa estate milanese. Quali nomi vengono fatti con cognizione di causa e quali invece sono rumors che, sostanzialmente, non trovano alcuna conferma se non nella fantasia di molti.

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Situazione confusa, caotica, perfino dispersiva quella che vede coinvolta attualmente l’Olimpia Milano. In un termine solo: ambaradan. Perché è proprio un caos incessante quello che circonda l’ambiente milanese, alle prese con l’ennesima rivoluzione dell’era-Armani e con un mercato che dovrà essere pianificato nei minimi dettagli se la parola d’ordine di questo nuovo corso biancorosso – come sostenuto dalla società stessa – vuole essere “programmazione”.

Una programmazione a lungo termine, però, perché altrimenti sarebbe superfluo offrire a Simone Pianigiani un triennale. Si parla di circa 1 milione di euro a stagione per il coach attualmente all’Hapoel Gerusalemme, ma non si conoscono i termini del buyout che l’Olimpia pagherà alla società israeliana per liberarlo. Per ora rumors, confermato da autorevoli fonti (quotidiani nazionali, siti specializzati), ma pur sempre idea e non certezza, visto che l’ufficialità non è ancora arrivata da parte di una società che viene già messa con le spalle al muro da parte dei suoi tifosi. Il #NoPianigiani, se non fosse un hashtag nato sui social network, potrebbe rappresentare una sorta di velina “sui generis”, dispensata da un Ministero del Tifo Popolare (quello del 1937 era “della Cultura Popolare”) come indicazione che la società deve necessariamente seguire per evitarsi spiacevoli contestazioni. L’ostilità con cui il mondo biancorosso ha già accolto il probabile nuovo allenatore dell’Olimpia è figlia di un ambaradan di considerazioni: personali, tecniche, umane, giuridiche, sociologiche. Si parte dall’orgoglio meneghino, in difesa di una milanesità già intaccata dai residui di senesità rimasti ad alti livelli dopo l’inchiesta Time Out (si pensi a Banchi, Moss, Hackett). Si passa dall’inadeguatezza tecnica di un allenatore che, secondo il tifo milanese, fuori da Siena ha raccolto solo fallimenti, non riuscendo a trasportare quel modello vincente nato in Toscana nemmeno in realtà quali il Fenerbahce. Si arriva, infine, alla valutazione negativa del nome meno appetibile tra tutti quelli comparsi come possibili nuove guide tecniche dell’Olimpia, data per certa la volontà societaria di transare con Repesa quanto resta del suo contratto.

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Ma quanti di questi nomi sono stati fatti con cognizione di causa, e quanti sono frutto della logica contemporanea del fare “notizia”? Un Pablo Laso che si sta giocando la Liga ACB si sarebbe davvero offerto a Milano, come uomo della Provvidenza per redimere un ambiente ormai logoro e riportarlo ai fasti di fine anni ’80? Mi viene difficile crederlo. Un David Blatt già contattato da mesi per un ritorno del figliol prodigo in quel di Tel Aviv, sponda Maccabi (che gli avrebbe offerto un triennale da 3.9 milioni di $ complessivi proprio ieri), avrebbe davvero preso in considerazione l’offerta di Milano – se mai ve ne fosse stata una – quando il suo nome è stato più volte accostato al Barça (che ha risolto con Bartzokas ed è quindi in cerca di un coach) o al CSKA (in caso di addio di Itoudis)? Probabilmente l’avrà anche presa in considerazione, ma è difficile pensare che fosse attratto da cifre più alte o da un progetto tecnico di spessore presentati da Milano, considerando la situazione dell’Olimpia e quella delle altre contendenti. Un Obradovic, fresco campione d’Europa col Fenerbahce e sicuro di un ingaggio faraonico (che condivide con uno staff di primo livello, non dimentichiamolo), verrebbe a Milano per rinunciare ad aprire un altro ciclo vincente dopo quello visto in Grecia col Panathinaikos? Risponda il lettore, se vuole.

Come nomi spendibili rimangono quindi quelli di allenatori graditissimi alla piazza, chi più certezza (Trinchieri), chi più scommessa (Buscaglia, che però ha rinnovato fino al 2020 con Trento), e quelli di coach emergenti che meriterebbero un palcoscenico come quello della EuroLeague per mettere in mostra le proprie doti. Il fatto è, però, che Milano vuole una guida tecnica di esperienza, italiana e – non si offenda nessuno – aziendalista, capace di riportare ordine in un ambiente ancora sanguinante dopo i fendenti ricevuti dal fallimento del secondo anno repesiano. Fallimento sì, perché a Milano 2 trofei – Supercoppa Italiana e Coppa Italia – non bastano per giudicare come positiva una stagione in cui in Europa si sono collezionate sconfitte incredibili e, entro i confini nazionali, si è toppato completamente l’appuntamento coi Playoffs. Così, diventa chiaro come il nuovo progetto – con Pianigiani o con un altro allenatore alla guida tecnica della squadra – debba essere presentato nei minimi dettagli: se “programmazione” deve essere la chiave del nuovo corso biancorosso, allora lo si dica chiaramente, affinché – come ai tempi di Scariolo – si possano poi soppesare successi e delusioni alla fine del percorso che andrà ad iniziare quest’estate.

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Il progetto sportivo. Ovvero ciò che è mancato a Milano nelle ultime stagioni, in una molteplicità di responsabili che oggi, più che mai, devono fare un salto di qualità nel comprendere le esigenze di un mondo che ringrazierà sempre patron Armani, ma che sembra cominciare a disaffezionarsi, per quanto numeri di abbonamenti e spettatori possano testimoniare il contrario. Perché l’Olimpia non è rappresentata solamente dai 10.000 che si recano al Forum nelle serate di EuroLeague, o dai 150 che si trovarono al Lido per festeggiare il 27° Scudetto. E se un hashtag diventa sesto trending-topic in tutta Italia, significa forse che la disaffezione sta crescendo, viste le recenti scelte societarie e gli ultimi risultati sportivi. Milano è una piazza esigente da sempre, forse perché fu la prima a vedere una rivoluzione nel modo di fare sport e impresa, legata all’eterna figura di Adolfo Bogoncelli, un precursore dei tempi, e forse per i grandi nomi passati all’ombra del Duomo ma con la consapevolezza e la dignità di dare tutto per la causa biancorossa nonostante il proprio background personale.

Chiaro, allora, come il progetto sportivo debba essere presentato nei mini dettagli, a livello di programmazione tecnica e di tempistiche. I rumors che già circolano sul mercato-giocatori potrebbero essere in tal senso utili a capire come Milano voglia muoversi, dando per certo l’arrivo di quell’allenatore che viene indicato – dalla società – come uomo in grado di far compiere un salto di qualità, anche europeo, all’Olimpia. Si fanno così insistenti le voci su Mike James, classe 1990 in forza al Panathinaikos dove percepisce un lauto stipendio (circa 1 milione di dollari a stagione) ma legato ai Greens da un annuale che scadrà a breve. Si dà per certo l’arrivo di Amath M’Baye, ala francese classe 1989 in uscita da Brindisi, che avrebbe già un pre-accordo pluriennale con i biancorossi da tempo. Riemerge il nome di Patrick Young, in uscita dall’Olympiacos e costantemente associato a Milano come in ogni finestra di mercato estiva, da almeno tre anni a questa parte. Si vocifera di un Keith Langford pronto a tornare, peccato che il giocatore abbia guadagnato oltre 1.7 milioni di $ nell’ultimo anno a Kazan, abbia ancora un anno di contratto e recentemente non si sia espresso con dolcezza verso la dirigenza biancorossa.

Rumors che, come tali, vanno pesati anche alla luce di quella che sarà la prossima guida tecnica dell’Olimpia. Se dovesse essere Simone Pianigiani, sfatiamo subito il mito che l’allenatore senese non ami giocare con playmaker di ruolo e prediliga combo-guard con tanti punti nelle mani. Vero è che a Siena poté contare su McIntyre, Finley, McCalebb, ma sarebbe un delitto di lesa maestà non ricordare l’importanza di Zisis in quella dinastia; a Gerusalemme, invece, ha puntato sulla coppia Dyson-Jerrells, sicuramente non fosforica in fase di playmaking ma imprevedibile offensivamente, potendo anche schierare Jerrells da guardia (suo ruolo naturale) con risultati incredibili (16.8 punti col 44% da tre di media in EuroCup per Jerrells). La presenza di una guardia con tanti punti nelle mani sembra essere imprescindibile per il gioco di Pianigiani, perciò Milano deve lavorare bene anche in questo ruolo e deve puntare a lanciare giocatori anziché gettarsi a capofitto sull’usato sicuro (come fatto nelle ultime stagioni). In tal senso, l’EuroCup ha offerto prospetti molto interessanti – il migliore, Janis Timma, si è appena accasato al Baskonia con un triennale – e il lavoro estivo dall’altra parte dell’Atlantico deve essere svolto con cura se si vuole costruire un roster per competere anche in EuroLeague (le scommesse di questo tipo sono la chiave per una società, qual è Milano, che non sembra voler sfondare un determinato tetto di ingaggio).

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Quanto all’ultimo punto, le voci inerenti a un addio di Flavio Portaluppi erano circolate già nei mesi scorsi (si parlò anche di Piero Bucchi come potenziale nuovo general manager dell’Olimpia) e potrebbero far pensare a un cambiamento societario. La mancanza di un direttore sportivo, figura che nell’organigramma societario attualmente non è nemmeno contemplata, è stata da più parti indicata come una delle cause per cui l’Olimpia non è riuscita ad aprire cicli vincenti nell’era-Armani. In questa direzione, però, il general manager potrebbe anche essere quell’uomo di pallacanestro che tanto è mancato – secondo addetti ai lavori – come raccordo tra parquet e scrivania in queste annate biancorosse. O meglio, che non ha potuto lavorare forse, poiché Portaluppi prima di essere il GM dell’Olimpia è stato anche un signor giocatore di pallacanestro, e viene difficile pensare che non riesca a comprendere le dinamiche sportive di una disciplina nella quale ha ottenuto 2 Scudetti, 1 Korac e 1 Coppa Italia.

Qui, perciò, arriviamo all’ultimo elemento da prendere in considerazione. La presidenza di Livio Proli non è in discussione, ma forse si potrebbe attuare una sorta di delega e divisione dei poteri su più livelli: le qualità di Proli come manager sono indiscutibili, come indiscutibile è il salto di qualità che Milano ha compiuto negli ultimi anni a livello societario; tuttavia, fare attività di impresa è ben diverso da fare sport e su questo punto Proli ha dichiarato di avere più colpe – specie quest’anno – per i fallimenti collezionati da Milano. Un esempio? Intervistato da “La Gazzetta dello Sport“, il presidente biancorosso ha dichiarato che è stata una sua scelta quella di proseguire sulla continuità, confermando allenatore e alcuni giocatori, sebbene in società qualcuno avrebbe preferito fare diversamente, e durante l’intervallo di Gara-4 contro Trento ha dichiarato che è stata sua la scelta di non inserire ulteriori elementi nel roster dopo gli infortuni di Simon e Dragic (l’innesto di Tarczewski è andato a coprire il clamoroso flop di Raduljica, per il quale si aspetta una transazione da oltre 250.000€). Una divisione dei poteri permetterebbe forse di programmare al meglio e di condividere scelte che portino a un unico risultato, mancato finora a questa società: la programmazione, a prescindere da risultati positivi o negativi, da trofei stravinti o persi a causa di un buzzer-beater.

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