Pianigianesimo 2.0

Pianigianesimo 2.0

L’Olimpia Milano cambia ancora abito, ma stavolta il tessuto è cucito su misura del suo allenatore

di Marco Arcari

Con Armani patron, cambiare abito potrebbe non essere così un’eresia anche per una formazione di pallacanestro. La storia, invece, ci ha insegnato che le squadre più vincenti sono quelle che cambiano meno nei “ruoli” chiave: diffidiamo da chi dice che i ruoli non esistono più e che ormai ogni giocatore deve saper far tutto e bene, perché poi gli specialisti rischierebbero di farci facilmente ricredere. Sarà pur vero che il concetto di ruolo, nella pallacanestro, è ormai anacronistico, ma non è un caso se tutte le grandi squadre hanno i giocatori più “dominanti” divisi tra spot 1 e 5. Non sarà il novecentesco asse play-pivot, ma non vi si allontana poi tanto, specie in un basket dove il pick&roll è costantemente esasperato: qui il lettore potrebbe farci notare, avendone peraltro tutte le ragioni di questo mondo, che la Reggio Emilia di Menetti giocava il pick&roll con qualsiasi giocatore e non solo tra playmaker e centro, ma basterebbe dare un’occhiata ai numeri prodotti in situazione di pick&roll nella scorsa EuroLeague per avere più chiara la situazione.

Dicevamo dell’abito milanese. Ormai diventato una sorta di tubino colorato, perché i colori sgargianti spengono la tristezza, secondo il celebre stilista, e capace di coprire forme sinuose di una creatura che ha fatto innamorare tanti, in Italia e non solo, ma che ormai non è più capace di sedersi ai tavoli di ristoranti internazionali all’ultimo grido. Perché tale è l’Olimpia Milano. L’obiettivo, neanche troppo velato, si sposta allora dalla continuità di risultati entro i confini nazionali a un miglioramento di classifica nella Regular Season di EuroLeague, laddove finire ancora negli ultimi posti sarebbe un vero fallimento, visti gli investimenti fatti. Già, dal momento che il tubino Armani è costato tanto, tantissimo se si pensano agli oltre 6 milioni di dollari garantiti a Mike James e al pesante fardello del contratto ancora in essere di Theodore. All’ombra della Madonnina, però, non si è mai badato a spese, nemmeno quando i magistrati portavano avanti il filone giudiziario “Mani Pulite”, figurarsi se ciò può accedere oggi. In questo Armani è da ammirare e lodare a tutto tondo: gli investimenti nella pallacanestro ripagano, ma non tanto come quelli calciofili, quindi un minimo di mecenatismo deve pur sussistere nel cuore e nel portafogli di chi gestisce la holding. Senza tali capitali, Milano si sognerebbe certi ristoranti. Ciò è fuori di dubbio.

Il problema sussiste al momento dell’ordinazione e in quello della consumazione del pasto. Il primo risulta spesso incompleto e incompreso, il secondo quasi sempre indigesto. I risultati delle ultime campagne europee, exploit del 2014 escluso, sono in tal senso emblematici. Per ordinare nel migliore dei modi si è allora deciso di prendere un allenatore con pedigree e di affrontare assieme a lui un percorso di crescita, almeno triennale. Lasciando stare le valutazioni personali sulla pallacanestro che hanno giocato le squadre allenate da Simone Pianigiani, è indubbio come il coach senese abbia quell’esperienza utile e necessaria a fare risultato anche in Europa; del resto, non maturano per caso due Final Four. La fiducia societaria nei suoi confronti è incondizionata, Proli lo vorrebbe come manager d’azienda, e Pianigiani ha affrontato al meglio l’esperienza biancorossa, sbagliando però in una cosa fondamentale. Ha dichiarato, dopo la vittoria dello scudetto, che «l’Olimpia è una società che non ti rende schiavo del risultato e in cui il lavoro viene giudicato in un’ottica di crescita». Perfetto, benissimo. Lo sport però è crudele e gli almanacchi non sono composti dai nomi di quelli che hanno lavorato meglio, bensì da quelli di chi ha vinto. L’eguaglianza ottimo lavoro = ottimi risultati non sempre si verifica nel mondo dello sport in generale, figurarsi in quello della pallacanestro dove un minimo imprevisto può sputtanare un’intera stagione.

Proviamo però ad accettare in toto la dichiarazione del coach e a valutare la crescita. Se di crescita si tratta, questo è l’anno del pianigianesimo 2.0, giacché il roster biancorosso è perfettamente congeniale alle idee di pallacanestro del tecnico e, a quanto dicono i meglio informati, il mercato estivo è stato portato avanti in perfetta sinergia tra scrivania e parquet. Questa versione dell’Olimpia è, quindi, una delle migliori possibili per fare risultato, anche in EuroLeague. Ciò non significa che Milano debba necessariamente arrivare ai Playoffs o alle Final Four basche di maggio 2019, anzi. Fare risultato significa anzitutto costruire una mentalità vincente e tornare a rendere il Forum di Assago fortino difficilmente espugnabile da quelle realtà che non hanno né blasone né giocatori per essere considerate decisamente “fuori portata”. Fare risultato significa vincere la scommessa Amedeo Della Valle. Scommessa per chi la pallacanestro la guarda ma non la osserva, perché il figlio del grande Carlo ha tutto per poter emergere anche al piano superiore, tant’è che Pianigiani l’ha coccolato e catechizzato più volte nelle prime uscite stagionali. Da vedere, però, quanto spazio avrà il giocatore nato ad Alba l’11 aprile 1993 e come si integrerà in un backcourt che presenta anche James, Nedovic, Jerrells, Cinciarini, Bertans. Il lettone, più di tutti, potrebbe poi essere il sacrificato di turno e ciò sarebbe un gravissimo errore, date le qualità della guardia al secondo anno in maglia Olimpia, ma il suo sogno è quello di essere sfruttato come accade per Jaycee Carroll al Real: specialista con licenza di uccidere le partite grazie a serie di triple.

Rotazioni amplissime, allora? Probabile e auspicabile, anche perché Micov un’altra stagione da 27′ di utilizzo medio su 68 partite potrebbe non reggerla a livello qualitativo e sappiamo bene quanto il serbo sia l’equilibratore di questa formazione. Gli innesti di Burns e Brooks permetteranno maggiore scelta e magari riporteranno Kuzminskas a giocare in pianta stabile da “3”, sempre ricordando che i ruoli non esistono. Al netto di tutto ciò, comunque, è chiaro come la stagione dell’Olimpia sia legata a doppio filo al rendimento di Mike James: ingaggiato e lautamente retribuito per fare la differenza, il funambolo visto a Omegna tanti anni fa è pronto al definitivo salto di qualità come leader assoluto di una squadra che punta al pronto riscatto europeo e a confermarsi in Italia. Il tubino Armani deve vestire bene anzitutto grazie a lui, al suo estro e alla sua capacità di essere fattore offensivo determinante ai fini del risultato e di variare maggiormente il gioco milanese. Del resto, l’anno scorso l’ago della bilancia nei playoffs di Serie A è stato Goudelock e la pallacanestro di Pianigiani ha sempre esaltato giocatori di questo tipo, con qualche limite nei coinvolgere i lunghi. Quest’anno, per necessità, deve anche essere l’anno in cui a Gudaitis non verrà solo chiesto di fare a sportellate sotto canestro per ricevere palla spesso solamente sul roll solitario e in cui a Tarczewski venga insegnato qualche movimento spalle a canestro, sì da rendere più pericolosa tutta la fase offensiva e non limitarsi allo scarico fuori per incapacità manifesta di girarsi e andare al ferro.

Il pianigianesimo 2.0 ha solide basi e punta a divenire filosofia riconosciuta. Magari non come quella petersoniana, però il materiale per inaugurare l’ennesimo grande ciclo di questa gloriosa società sembra esserci; non è un caso che il coach senese abbia più volte dichiarato di «sognare il trentesimo», riferendosi al numero di scudetti dell’Olimpia. Peterson portò il ventesimo dopo gli anni della “Banda Bassotti”, Pianigiani potrebbe portare il trentesimo dopo anni di rinascita anche a livello di risultati europei. Questo è ciò che la piazza gli chiede, dato che molte giustificazioni del passato quest’anno potrebbero non reggere più.

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