Siamo bresciani e siam figli tuoi

Siamo bresciani e siam figli tuoi

Nonostante la sconfitta, la “brescianità” vista a Firenze è un vanto per tutta la pallacanestro italiana

di Marco Arcari

Sarebbe potuta finire diversamente. Sarebbe potuta finire con Brescia in trionfo, a coronare una prima metà di stagione da sogno. La pallacanestro, però, sa essere al tempo stesso crudele e dolcissima: così Torino si gode un meritato trionfo dopo mesi travagliati, trovando in Paolo Galbiati un condottiero incredibile e in Deron Washington un leader clamoroso, mentre la Leonessa si lecca le ferite per uno scontro che l’ha vista perdente, ma non domata. Una FIAT che sfrutta al meglio il peccato di gioventù di una squadra, quella di coach Diana, che avrebbe anche avuto più possessi per chiudere la contesa ma che, forse per inesperienza e paura di vincerla, ha sofferto più del previsto nel finale e ha visto gli avversari trionfare senza rubare alcunché. Certo, concordiamo con Luca Vitali nella misura in cui è vero che nella pallacanestro ci voglia anche fortuna, ma Washington e compagni non hanno vinto solo per fortuna. Le triple di Boungou Colo sono lì a testimoniarlo, così come lo potrebbero testimoniare i rimbalzi offensivi conquistati, con cattiveria agonistica incredibile, da Mazzola; o ancora, come potrebbe testimoniarlo l’innata leadership del numero diciassette torinese, un giocatore che ad ogni movimento potrebbe essere materia da clinic cestistico.

C’è però qualcosa che va oltre ciò che dice il parquet. C’è l’identificazione totale in un progetto, c’è la consapevolezza di voler tornare dove la Pintinox del barone Sales scrisse pagine di storia importanti, non solo in quel di Brescia ma nella pallacanestro nostrana. Altri anni, altri uomini, direte voi. Vero, se non altro perché del Barone ci rimane solo un dolce ricordo di chi, per anni, diede qualcosa che forse era mancato alla pallacanestro e di chi mise – insieme ad altri – l’Italia sulla mappa cestistica mondiale. E oggi coach Diana prova a fare altrettanto, con le dovute proporzioni, beninteso: un coach confermato da una società anche quando le logiche dello sport contemporaneo avrebbero giustificato l’esonero, perché oggi ciò che conta sono unicamente i risultati e sarebbe ridicolo nascondere tale verità. Non importa il viaggio, importa il traguardo raggiunto: in base a quello il mondo ci valuta, dividendoci tra buoni e cattivi, tra giusti e sbagliati, tra vincenti e perdenti. A coach Diana oggi non possiamo affibbiare la stelletta d’argento del perdente, di quello che arriva secondo, a un passo dal meglio ma che comunque non vale come il migliore, come quello che si è messo al collo il metallo più prezioso o ha alzato la coppa in palio. Come perdente non lo può essere Alessandro Magro, uno che quando si siede in panchina fa capire cosa sia la passione mixata alla maniacale competenza. Come perdenti non possono esserlo giocatori che in questa kermesse fiorentina hanno dato tutto e forse anche più di quello che avevano a propria disposizione – vedere le prestazioni di Traini per credere -, andando oltre gli ostacoli di una fatica che ha falcidiato le squadre con rotazioni corte, peraltro le uniche a non essere uscite al primo turno. Come perdente non può esserlo una società che sta cercando di costruire qualcosa di importante per il futuro, con un nuovo impianto sportivo in città – seppur con le classiche difficoltà che contraddistinguono l’Italia quando si tratta di queste tematiche, perciò non se ne faccia unicamente una colpa a città, sponsor o comune – e che sta raccogliendo risultati sportivi importanti.

Perché sentir parlare di corazzata Brescia, sinceramente, fa ridere. Brescia è tutto fuorché una corazzata, nel senso sportivo del termine. Quelle, semmai, lo sono Milano e Avellino, per possibilità economiche (la prima) e per qualità del roster (la seconda). La Leonessa ha ottimi giocatori, ma mentiremmo nel voler esaltare oltre modo le qualità individuali per relativizzare il sistema che si è venuto a creare tra le mura del PalaGeorge ma non solo. Perché vedere allenare il duo Diana-Magro riconcilia con la pallacanestro; perché vedere il pick&roll Vitali-Hunt è un piacere per la mente, prima che per gli occhi; perché vedere come equilibra le fasi Sacchetti è sintomatico di un giocatore sottostimato ma fondamentale; perché vedere Moss difendere ancora come il giovane visto a Siena lascia senza parole; perché non riconoscere che Michele Vitali sia uno dei migliori 3&D del Campionato sarebbe un peccato capitale. Se è banale dire che non vi è sconfitta nel cuore di chi lotta, non è altrettanto banale sostenere che questa Leonessa abbia ruggito fino all’ultimo secondo, trovando piena identificazione nei suoi tifosi. In un mondo che ci vuole sempre più globalizzati e fratelli del mondo, sembrerebbe anacronistico dire che la brescianità sia un vanto, eppure così non è. L’identificazione totale: che parte dal cantare un’inarrivabile Madonnina dai riccioli d’oro, per arrivare a un entusiasmo – certamente figlio della novità del ritorno nelle zone nobili della classifica di Serie A, dopo anni di leghe inferiori – contagioso, una marea inarrestabile (come può uno scoglio arginare il mare, per parafrasare un maestro che le emozioni le ha sempre messe su carta e incise su vinile).

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Sentiamo spesso dirci che le piazze storiche stanno sparendo, che la pallacanestro italiana sta vivendo una fase di ristagno – non solo di capitali a disposizione – e che urga fare qualcosa per riportare in alto un movimento pronto a vedere calare la propria bara nella fossa scavata, non si sa bene da chi, già da tempo. In ciò, allora, Brescia rappresenta un’eccezione da esaltare, oltre qualsiasi possibile risultato sportivo, oltre qualsiasi trofeo conquistato, oltre ogni aspettativa di sorta, oltre ogni paragone tra tifoserie organizzate. Un’eccezione che ci permette di guardare con un lumicino di speranza al futuro della nostra pallacanestro, con realtà che ancora hanno la forza, la voglia e la passione – oltre che le disponibilità – per lottare verso traguardi importanti. Tenendo ben presente, però, che è il viaggio a fare la differenza tra l’essere considerati dei perdenti e l’esser visti come vincenti anche quando i trofei li alzano le avversarie di turno.

Non è – e non può essere – un caso se Brescia è storicamente la Leonessa. La Leonessa d’Italia. Che sia in una guerra d’indipendenza dal dominio austro-ungarico o in una Finale di Coppa Italia, edizione 2018, poco cambia: la brescianità rimarrà un marchio distintivo per sempre. Un marchio di un popolo che ama ancora le proprie radici e i propri beniamini; di chi sa fare tesoro delle esperienze altrui ma di chi spesso e volentieri ha indicato la via a tutti gli altri.

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