A tu per tu con Drake Diener: The Undefeated

A tu per tu con Drake Diener: The Undefeated

Un’intervista in cui la guardia di Capo d’Orlando ripercorre le tappe della sua carriera, tra salite che avrebbero fatto smettere in tanti, e discese tutte d’un fiato, pulite come le sue triple…

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Certe volte i tempi lontani appaiono davvero così distanti da noi, per usi e costumi, quando invece, a ben vedere, siamo più simili ai nostri antenati di quanto non vorremmo credere, con le dovute proporzioni ed i giusti connotati. Quando in quel sentire mistico che pervadeva la cultura classica di matrice di pagana si ammirava un qualcosa a metà tra l’umano ed il divino, quel sentimento non deve essere rapportato al solo dato sovrannaturale, bensì al riconoscimento che certe volte, certe situazioni, certe persone, non possono essere racchiuse in uno schema. Forse, più profanamente parlando, quando il talento innato si sposa con una personalità, capace di affrontare ogni ostacolo, ne viene fuori uno di quei personaggi che, nell’antichità, sarebbe finito nei libri di epica, accanto agli eroi dalle scintillanti armature, mentre oggi basta un pallone e un parquet con delle retine per poter placare il nostro bisogno di fantasia, sogno ed immaginazione. Già, perché le metafore sul basket si sono spese, ma se cercate qualcuno, di quelli che avete avuto la fortuna di vedere dal vivo, toccare con mano, sentirne le scarpe squittire sul legno, che vi faccia riconciliare con la pallacanestro, non troverete di meglio che Drake Richard Diener, nato a Fond du Lac, nel Wisconsin, il 19 dicembre 1981, “qualche annetto fa” come chiosa scherzosamente la guardia col numero 16 ora in forza alla Betaland Capo d’Orlando, ospite al trofeo Città di Caserta. Una squadra ancora in fase di rodaggio, con qualche tassello ancora da inserire, ma sulla buona strada, come han sottolineato le due sconfitte risicate con Caserta e Brindisi.

Potrebbe bastare questo, ma capita raramente di avere di fronte un atleta che ha sacrificato spesso e volentieri il suo talento a dispetto di un’attitudine e di una passione per questo gioco che forse non hanno eguali. Drake, o forse il soprannome ManDrake calza a pennello, ha avuto una carriera europea di tutto rispetto, magari coronata da pochi successi nel palmares di squadra, ma ovunque abbia portato il suo talento balistico, è sempre stato protagonista, ma la sua partita più importante, quella contro il Morbo di Crohn, male ancora a cui non è stato dato un’origine né una cura definitiva, ma che non lo ha certo fermato. La sua carriera Ncaa veniva interrotta a DePaul University dopo un improvviso al malore che, dopo quattro anni in ascesa, e record nel tiro da tre punti infranti, sembrava averlo allontanato per sempre dalla pallacanestro. Persi circa 30 kg, arrivata la diagnosi dopo quasi 9 mesi, la sua scelta è quella di accettare quel male che stava portandoselo via, conviverci suo malgrado, ed utilizzare tutto il tempo perduto per recuperare.

Il talento non è mai mancato, anzi, ma quanto invece a voglia di migliorarsi, giorno dopo giorno, ce ne sono pochi come lui. La scelta dell’Italia, di Meo Sacchetti che anzi sceglie per lui, a Castelletto Ticino prima e Capo d’Orlando ( parte prima ndr) poi, si rivelerà decisiva per la sua carriera che lo porterà ad uno scudetto in maglia Mensana, alla coppa Italia di Avellino, e poi a Teramo, Reggio Emilia, Sassari e ora di nuovo in Sicilia. La domanda arriva spontanea, come mai sempre piazze calde, vogliose di vittoria?L’atmosfera, il calore e l’affetto che ci sono in Italia sono uniche al mondo. L’anno scorso ero in Spagna, a Saragozza, grande lega, grandi arene, per un tiratore è anche un vantaggio, hai maggiori punti di riferimento e tutto il resto, ma quello che si prova a giocare qui, col pubblico vicino, anche quando sei in trasferta, è qualcosa che dentro ti trasmette carica, voglia, di andare avanti, sempre e comunque, di continuare a giocare e dare del tuo meglio. Ho avuto una grande fortuna nel giocare in posti molto sentiti, come Castelletto, Reggio, Sassari, Capo d’Orlando, ma ogni settimana è qualcosa di diverso, molto bello”.

A caldo dopo la sconfitta appena patita dalla Betaland contro la nuova Brindisi del suo mentore Meo, impossibile non chiedergli un giudizio sui suoi, sul campionato e quello che si aspetta per questa stagione: Senza girarci intorno, Milano ha costruito una squadra top, con talento, ben allenata, che dovrà usare intelligenza per tutto l’arco della stagione per gestirsi, ma ne ha forza e capacità. Alle spalle, tanto equilibrio, ci sono squadre ben costruite, altre ancora da scoprire, ma ognuna può dire la sua. Capo d’Orlando è una buona squadra, ci siamo anche noi, sarà difficile e forse avremo bisogno di un autentico miracolo, ma abbiamo un bel gruppo che vuole lottare e che ha talento”.

Sarebbe potuta finire qui, o forse sarebbe anche potuta finire alle sue parole “per favore, adoro parlare italiano, quindi proviamoci in italiano con un occhiolino simile a quelli indirizzati a qualche spettatore dopo una tripla delle sue, ma di fronte ad un uomo, ancor prima che a un atleta, di tale caratura, non può non giungere il momento della domanda su cosa per Drake Diener significhi la pallacanestro, e qui l’inglese sovviene puntuale: Attitude… Per me ogni giorno è una nuova sfida, ho una grande etica del lavoro, voglio imparare quello che non so, migliorarmi in quello che mi riesce meno. Faccio questo da tanto tempo, oramai sono passati un po’ di anni, sono 34 – sorridendo con la bonomia di un bambino al campetto – ma anche se alle volte mancano la forza, le energie, c’è la stessa passione e la voglia di andare avanti, superare il prossimo ostacolo. Questo è quello che mi fa sentire bene, che mi fa sentire vivo, ed è magnifico…”.

Pochi secondi dopo la fine dell’intervista, di cui lasciamo il segreto all’autore, viene chiamato a sollevare il trofeo della gara del tiro da tre che ha appena dominato, ancora una volta, il suo marchio di fabbrica. Solleva il trofeo col sorriso di un ragazzino che è al campetto, vince una partitella con un tiro all’ultimo, ma ancor di più si diverte. Se si leggessero le sue statistiche, se si analizzassero i suoi tiri, il momento e il perchè li ha presi, magari si potrebbe diventare noiosi, ridondanti, pleonastici nel voler sottolineare dati che sarebbero sempre e comunque freddi, abulici. In quel sorriso, nella sua naturalezza dietro l’arco, si cela invece quel calore umano, quel sentimento che lambisce poche persone, che caratterizza individui che possono soltanto essere fuori dal comune, un vincente, sempre e comunque:  perché i vincenti, quelli veri, trovano sempre la via, mentre gli altri stanno ancora in cerca di scuse…

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