La ricetta di uno sportivo – Come crescere i nuovi talenti del basket

La ricetta di uno sportivo – Come crescere i nuovi talenti del basket

Crescere i nuovi talenti del basket non è solo un lavoro cestistico, richiede di partire da molto lontano e compiere un percorso profondo che parte dalle scuole e dai genitori, non come tifosi, ma come primi osservatori dei pregi e difetti dei figli, aiutati da un ambiente che vede nell’investimento sui giovani un ritorno futuro molto più grande.

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“La mia squadra deve sempre sputare sangue.”
Dan Peterson

La formula magica che trasforma un buon giovane in un grande giocatore è stata smarrita molto tempo fa, in Italia. Più o meno negli anni ’90, verso la fine, il nostro basket ha smesso di generare giocatori, sdraiandosi sugli allori di una generazione infinita, arrivata fino alle Olimpiadi del 2004. Dopo, non è che non ce ne siano più stati, ma sembrano più dei numeri primi, l’espressione di un talento solitario, che il lavoro su un gruppo, esteso, di ragazzi con un buon talento.

Gallinari, Belinelli, Datome, Bargnani, per dire i nomi che, teoricamente, avrebbero dovuto trainare la nazionale degli ultimi anni, provengono da esperienze diverse e, anche se hanno in parte condiviso il cammino delle nazionali giovanili, rappresentano delle eccezioni in un panorama altrimenti piatto.

Una riflessione che valeva anche lo scorso anno, al preolimpico di Torino, è che sempre di più sembra mancare un linguaggio tecnico comune. I giocatori che scendono in campo si vedono come individui, faticano a esprimere un buon basket, e anche le vittorie dell’Under 19, ammettiamolo, scaturiscono più da una difesa durissima e da guizzi personali, che da un gioco armonico che fluisce da tutti.

In questo risultato, gran parte del merito è di un piccolo uomo dal grande cuore, un conoscitore del basket, uno che cava il sangue dalle rape, ovvero coach Capobianco. Non potremo mai dimenticare i suoi occhi sbarrati, i bulbi oculari fuori dalle orbite, la bocca socchiusa in una morsa rabbiosa, che spingono i suoi ragazzi a dare il massimo. E sicuramente a questi ha fatto un gran bene passare del tempo con uno che gli fa capire cosa significhi il basket dei grandi.

capobianco

Ma questo non basta. Non basta perché la Nazionale è il risultato, non il punto di partenza. E se il risultato è buono, anzi, ottimo, non deve passare in secondo piano la domanda più importante, e cioè: chi di questi sarà un vero giocatore di serie A? Detto che mancavano elementi come Moretti e Candi, quindi la squadra può essere anche più forte di così, chi di questi potrà davvero spostare gli equilibri?

A monte cominciano a vedersi dei giocatori e un lavoro che porta ad avere dei buoni giovani sino alla soglia delle squadre maggiori, ma questo c’è sempre stato, in fondo. Però si vedono anche i limiti. Okeke ha scaldato la panchina a Torino e Oxilia ha vissuto da comprimario i momenti decisivi della vittoria di Bologna in A2. Non occorre nemmeno definirli giovani, a 20 anni non sei più giovane, devi riuscire a stare in campo in A, e se non ci riesci capire perché, cosa manca, e se quel che manca si può aggiungere agli ingredienti base del giocatore.

I talenti non nascono, i talenti li alleni. Se non alleni il talento, questo non viene fuori. Nessuno nasce giocatore di basket, ognuno lo diventa, e la differenza è quanto ti impegni per diventarlo. Il giocatore emerge all’incrocio tra la società, l’allenatore, e le proprie capacità. Ci vuole una società disposta a farlo crescere, un allenatore che rischi a buttarlo dentro e un ragazzo disposto a mettercela tutta per farcela.

Ma il giocatore non nasce lì. Il giocatore nasce quando, alla scuola elementare, i genitori si rendono conto che ha i piedi piatti, e investono soldi per raddrizzarli. Nasce, o dovrebbe nascere, quando quell’ora di educazione fisica settimanale non è condotta da un’insegnante di matematica volenterosa, ma da un laureato in scienze motorie, uno per scuola, che possa vedere con i suoi occhi di cosa hanno bisogno i ragazzi.

Nasce anche dalla constatazione che, nonostante i ragazzini si divertano di più a correre dietro un pallone in palestra, quell’ora deve essere dedicata a sviluppare le basi: come si corre, come si salta, come si fanno i movimenti fondamentali. Tutto questo nella nostra scuola manca e, a meno che non ci siano genitori che hanno fatto attività sportiva, e quindi si rendono conto di manchevolezze o problemi di postura e sono disposi a fare quel metro in più per correggerli con esercizi e investendo di tasca propria, ci troveremo con problemi difficilmente recuperabili dalle scuole medie in poi, quando le cattive abitudini si sono instaurate nei corpi e difficilmente si possono correggere.

minibasket

Nico Messina, Taurisano, Guerrieri, erano diplomati ISEF, e, per quanto questo possa non sembrare importante, avere dei ragazzi istruiti da professori di educazione fisica, aiuta ad avere atleti migliori, tiratori migliori, giocatori migliori. La cura del fisico aiuta a evitare infortuni, a migliorare le performance, ad affrontare ogni avversario.
Quanto tempo si dedica alla cura del fisico? Alla costruzione della forza muscolare, a insegnare come muoversi correttamente? Chiaro che un giocatore vuole avere la palla in mano, ma questo non è importante, importante è sapere cosa farci e potersi muovere in un modo sportivamente valido.

Non è un discorso solo cestistico. Il basket è un sport “effetto” di altri sport. Combina la corsa, il salto, gli arti inferiori e superiori. Per farlo bene ed essere coordinati, è necessario fare un lavoro fisico che nella nostra cultura manca. Forse non solo in quella italiana.

Le due sconfitte contro Canada e USA sono maturate contro squadre di pari età che sembravano composte da adulti. Se guardiamo la naturalezza di movimento degli americani e dei canadesi, istintivamente pensiamo che siano nati così, che abbiano un talento naturale. Invece quello è un risultato, il risultato di un’applicazione, di esercizi, di un investimento.
Non dobbiamo pensare, quando un bambino corre male, che “lui corre così e devi lasciarlo fare come vuole”. I problemi alle rotule o ai legamenti da adulto, le storte frequenti, dipendono anche da un cattivo lavoro di postura da bambino.

Non sembri eccessivo questo punto di partenza. È necessario. La convinzione che non si nasce con il talento (“siamo la squadra più talentuosa di sempre”), ma che il talento si alleva dentro di noi.
Il fisico è poi il punto di partenza. Molti atleti slavi da giovani non giocavano a basket: Dalipagic faceva pallamano, Divac aveva esperienza di pallanuoto, Kukoc di tennistavolo. Fare molti sport fa bene, non male. Lo sport americano è pieno di giocatori impegnati su più fronti, a partire da LeBron con il football. Una volta che le braccia e le gambe acquistano coordinazione, è più facile costruire sopra qualsiasi atleta.

L’ossessione per il risultato, poi, deve arrivare tardi. Non è necessario pensare di vincere con i bambini. Lo scopo è di svilupparli come uomini e come giocatori. La cosa fondamentale è allenare e, da una certa età, allenare molto. Allenare il cervello, il fisico, il pensiero. E, soprattutto, allenare ad allenare, allenare ad allenarsi. Dalipagic, ormai il più grande tiratore di tutti, si allenava molte ore oltre l’allenamento della squadra. Le sveglie di Petrovic, di Magic, di Bird, per fare centinaia di tiri col freddo, col buio, col sole, pur di diventare quello che sono diventati.

I giocatori, specie quelli giovani, devono capire che questa è la chiave, infine: diventare quel che vuoi diventare. Allenarsi sempre di più, non tagliare allenamenti, aggiungere ore, tirare da soli per pomeriggi interi senza che lo dica l’allenatore. Perché durante l’allenamento si impara la base, ma è solo mettendola in atto che si migliora.
Dato che nessuno ti fa diventare forte, se non vuoi tu. La storia del nostro basket è piena di talenti persi per strada perché gli mancava qualcosa. Bisogna combattere contro il senso d’insoddisfazione, contro l’indolenza. Ricordarsi che due giorni dopo le finali Draymond Green e LeBron James si allenavano per migliorare ancora.

Perché la strada per diventare grandi giocatori nasce dalla voglia e dal cuore, e lì noi abbiamo perso la strada. Pensare che non è mai finita, che devi sempre migliorare, fare vita da atleta, diventare più forte, più alto, più veloce. E più di tutto avere la fiamma dentro, che ti fa arrabbiare per aver perso, e ti fa copiare le cose in cui i tuoi avversari sono più forti di te.

Non è solo un programma per giocatori e allenatori, è il programma di un ambiente che deve smettere di piangersi addosso e rimettersi a camminare. La grinta di Capobianco, uno che allenerebbe anche sulla battigia un gruppo di monache di clausura, è lì a ricordarcelo. E sarebbe bello se anche la Federazione se lo ricordasse, al prossimo rinnovo del coach della Nazionale, senza inseguire nomi importanti ma lontani, e guardasse dentro, vicino, e un po’ in basso, per trovare uno di quelli che fanno sputare sangue ai suoi uomini, senza guardare in faccia nessuno, ma crescendoli.

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