Serie B Final Four, le grandi storie – Un riscatto chiamato Mens Sana. Meno di un anno…e rivedi già le stelle

Serie B Final Four, le grandi storie – Un riscatto chiamato Mens Sana. Meno di un anno…e rivedi già le stelle

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Nemmeno un anno completo. Nemmeno 365 giorni. Non è nel codice genetico di questa squadra rimanere più di tanto in Serie B. Infatti, dopo trecentosessantaDUE giorni da quella gara 7 di finale scudetto dello scorso anno, la Mens Sana torna in serie A. Per capirci: è come se uno provassead imprigionare una bollicina sul fondo di un bicchiere di acqua gasata. Semplicemente non si può; senza che tu possa opporti lei verrà velocemente a galla, tornerà in alto. Quindi tutto, facile, naturale, scontato? Niente affatto, anzi il contrario. Perché è proprio quando ogni cosa sembra già decisa che vengono fuori le difficoltà più inaspettate, nello sport come nella vita. Il modo migliore per non farsi scoraggiare quando qualcosa non va per il verso giusto (e di difficoltà in questa stagione ce ne sono state, eccome) è continuare a credere fortemente nel progetto che si è intrapreso e farlo con un unico spirito, con un’unità d’intenti che mette al riparo da qualsiasi attacco esterno. Non comprendere questo concetto significa fallire in partenza; per rimanere all’interno della banale metafora, significa far esplodere quella bollicina ben prima del suo arrivo in superficie. In un campionato arzigogolato e crudele come la B2, rimanere con lo sguardo fisso sull’obiettivo, senza troppi condizionamenti, può essere il vero segreto che ha reso possibile la promozione per i biancoverdi. Negli sguardi dei giocatori e di tutto lo staff, al termine della gara di contro Agropoli, c’era l’energia positiva di chi sa che solo facendo così si poteva ritornare a pensare in grande. Ma c’è un momento, forse più di altri, che testimonia la coesione di questo gruppo di giocatori, che all’interno della stagione hanno saputo compattarsi e fare quadrato come una squadra che gioca insieme da vent’anni: quel momento è l’abbraccio, commosso ed intenso, che Parente e Ranuzzi si scambiano a centrocampo, mentre l’intera tifoseria senese si riversa in campo per il giubilo. Davide stringe sottobraccio il pallone della finale, affonda il volto nel petto del compagno; Alex è più alto, non può nascondere le lacrime, ma nemmeno vuole. Si ringraziano. Lasciano alle spalle tutto. Mandano avanti solo la gioia. Che poi, alla fine, è la gioia di tutta una città. Da lì in poi è tutto uno scorrere di volti sorridenti, di baci, di occhi emozionati. Lollo Panzini, che trotterella a destra e a sinistraed ancora non ha esaurito la carica, ha la maglia addosso, ma non più i pantaloncini: “No ragazzi davvero, la maglia l’ho già promessa alla mia ragazza” dice mentre abbraccia un tifoso. Ubi Maior… nessuno insiste. Ondo Mengue ha invece ormai perso ogni capo d’abbigliamento, ma ha deciso di indossare ciò che piace veramente a tutti: il suo sorriso “formato famiglia” a 32 denti (e forse anche qualcuno di più). Ghiaccio, il capitano, è un totem in mezzo al mare biancoverde. Sorride, esulta e dà ‘un cinque’ a chiunque gli si avvicini. O meglio lo dà a coloro che possono raggiungere le vette alpine delle sue lunghe braccia, ma sono permessi anche i salti per arrivare fin lassù. Anche Seba Vico sorride; lui che non doveva esserci, lui che ha stretto i denti per il bene del gruppo e ora può dire a ragione di aver giocato una finale da protagonista. Bacia tutti, e con particolare passione la sua dolce metà; del resto, come dargli torto? Paolone Paci si fa largo tra la folla con la facilità di Gulliver che si muove tra i lillipuziani: rilascia interviste, ben consapevole di aver contribuito in maniera determinante a questo risultato. E poi ci sono i dreadlock del Pigna, che ondeggiano come il mare dei Caraibi e come una bella canzone reggae. Lui è stato la solidità della struttura tattica di Siena durante tutto l’anno, il secondo play in campo, colui cheha sempre aumentato in maniera sesquipedale la qualità dei palloni giocati in attacco. Accanto, l’uomo che da un certo punto della stagione in poi ha alleviato il gravoso peso sulle sue spalle, dividendo minuti e responsabilità, quel BiagioSergio (ricordatevi, tutto attaccato, come un ashtag) che anche nell’ultima gara è stato determinante, mettendo un’applicazione sul terreno di gioco che nemmeno il buon Stachanov, forse, avrebbe potuto vantare. Poi tutto si ferma. Qualcuno vieneissato sulle spalle. E’ Francesco Bonelli, il più giovane giocatore mensanino, che ha dato minuti importanti in una partita difficile come quella contro la Fortitudo e non solo. A lui, senese, l’onore del taglio della retina. I brividi che lo scuotono in quel momento sembrano raggiungere l’epidermide di ognuno dei presenti, tanto è bello come momento. E lì vicino, a godersi la scena, ci sono Mecacci e Marruganti, che guardano con espressione soddisfatta e finalmente distesa il rito che si consuma. Ora per la Siena del basket inizia un’estate lunga, in cui servirà un riassetto dell’organizzazione, con conseguenti adeguamenti di rosa, staff e cotillons. Ora però è il tempo di godersi la festa. La bollicina non si è fermata, è tornata su. No, in basso non ci poteva proprio stare.

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