“Baby, life’s what you make it”, il motto perfetto per questa Italbasket

“Baby, life’s what you make it”, il motto perfetto per questa Italbasket

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“Baby, life’s what you make it” Talk Talk, 1984 “e noi vorremmo essere QUEL bambino…” Flavio Tranquillo, 2015 “Le prossime tre partite degli europei definiranno il posto che questa generazione di giocatori italiani occuperà nella storia della nostra pallacanestro” Autocitazione Ci sono partite che dicono di più di altre. Non le vittorie contro le grandi squadre, che ti costringono a entrare in campo con una motivazione superiore e a giocare al 105%. Nemmeno le vittorie contro squadre mediocri, che per tre quarti e mezzo si elevano a loro volta in cima alle loro possibilità per batterti. No, ci sono vittorie che sono vittorie vere, perché ottenute contro squadre che, contro di te, si giocavano esattamente quello che giocavi tu, cioè tutto. Era tanto tempo che non ottenevamo vittorie così, e il loro sapore è qualcosa di indimenticabile. La Germania era lì, costruita intorno al totem Nowitzki e al fulminante Schroeder, nessuna parentela con il pianista e catcher di Charlie Brown, con le nostre stesse vittorie, in casa e con la motivazione e il pubblico per batterci. Non una squadra così forte, intendiamoci, ma il test necessario per metterci alla prova. Partite come queste, non consideri come le vinci, ma solo SE le vinci. Sono il collo di bottiglia che ti permettono non solo di accedere a un nuovo turno, ma di salire uno scalino inconscio di consapevolezza. Avevamo tutto per perderla, e qualche mese fa quasi sicuramente sarebbe successo.

fiba.com
Ma lo spirito nato a due minuti dalla fine contro l’Islanda, dalle parti del canestro più fallo di Pietrone Aradori, è come se avesse stretto le maglie di un’armatura fino a ieri molle, con molte feritoie, da cui le lame degli avversari entravano copiose. Oggi, invece, l’armatura si è stretta in una difesa finalmente efficacie. Non “buona”, intendiamoci, non una “vera” difesa, ma la miglior difesa che un gruppo di attaccanti nati può fare. Nessuno è un vero difensore in quella squadra, individualmente, ma la lezione del nostro sport è che dove non arriva l’individuo arriva la squadra, e se la squadra porta il grande campione alla linea dell’arrivo, beh, lì, a quel punto, sta al suddetto campione, di prendere la palla e infilarla nel canestro, con un salto all’indietro che è il suo marchio di fabbrica. Ora arriva la Serbia. Un tradizionale spauracchio. Anticamente, quando con la Jugoslavia formavano la più perfetta macchina da gioco che si ricordi fuori dall’NBA, almeno dal ’75 all’81 e prima della disgregazione, in quel canto del cigno che fu l’europeo del ’91, gli slavi giocavano contro di noi la loro pallacanestro più arrabbiata. Oggi sono molto forti, ma nella forza hanno il loro punto debole. Proprio lì dove la loro abilità diventa sopraffina, dove le variazioni in attacco costringono gli avversari ad adeguamenti che li distraggono, lì alberga quella forma di arroganza che è il modo perverso in cui rispettano l’avversario. C’è da sperare che entrino in campo con quel loro spirito e cerchino subito di schiacciarci. La chiave per noi sarà di non sprecare falli subito, falli che non sono un segno di “buona” difesa, ma di errori mentali, che ci costringono a rimediare alla nostra naturale accidia sotto canestro, e reggere contro la loro forza d’urto per poi bucarli in attacco con il nostro gioco atipico.
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È il terzo stadio di questa prima parte. È anche questo uno scalino da salire, che, a prescindere dalla vittoria, ci dirà qualcosa di più di questa squadra. Gli argonauti nel poema, in fondo, imparavano i loro poteri durante il viaggio. I nipoti del vento di Borea, i boreadi, scoprivano di poter volare e di poter cacciare le creature alate mandate dagli dei nemici. E, questo il bello, non avevano bisogno di Ercole, della sua forza bruta, del suo grido animale. No, con tutte le loro paure, gli argonauti, che pure discendevano dagli dei o avevano interessanti rapporti fisici e ideali con loro, bastavano a se stessi come umani. La loro vittoria arriva quando la loro umanità è completa, quando alla fine di un lungo viaggio tornano a casa sapendo che hanno compiuto la loro impresa, che è di diventare uomini e caricarsi il mondo addosso, costruendo da soli il mito di se stessi. E questo, a ben guardare, è ciò che facciamo tutti, a un certo punto della vita. Per questo, forse, questa squadra tanto fragile e complessa, attira anche simpatie, perché ci somiglia, perché ha i nostri tic, non è invincibile, anzi, la vittoria è per lei una lotta contro le proprie bestie interiori, oltre che contro gli avversari. E proprio quando la afferri, la vittoria di oggi, e guardi avanti, ti rendi conto che c’è un’altra vittoria da raggiungere, che sembrava irraggiungibile e invece è a portata di mano. Ma richiede di nuovo tutto te stesso, e ancora di più di quello che eri ieri, chiede che tu metta anche il te stesso di oggi, per trovare un nuovo modo di vincere domani e ogni giorno in cui ti svegli.

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