EuroBasket 2017: Serbia, la squadra che non c’era

EuroBasket 2017: Serbia, la squadra che non c’era

La Serbia ha perso la finale, centrando il filotto di secondi posti. Ma la squadra vera era quella nell’ombra, il suo negativo non sceso in campo.

di Massimo Tosatto

Quello che è stato
e quel che poteva essere
puntano entrambi a un’unica fine
che è sempre il presente

T.S. Eliot – Four Quartets – Burnt Norton

Di questa Serbia si parla solo in negativo. In negativo nel senso di pellicola fotografica, come se quella all’Europeo non fosse la vera squadra ma un una sua copia, un gruppo di dopolavoristi messi sul treno, per giunta senza pagare il biglietto.

Chi conosce la psiche serba, sa che risposta riceverebbe da qualsiasi giocatore di quella squadra, alla domanda se l’altra Serbia, quella assente, fosse più forte. Magari davanti avrebbero nicchiato, sapendo di non poter dire quello che pensano, ma dentro, dove arde il cuore del giocatore serbo che vede se stesso come il migliore per quel ruolo, non ci sarebbero stati dubbi.

Sì, quella era la migliore squadra possibile, tra quelle che si potevano portare. Teodosic, Bjelica, Jokic, per fare i primi nomi che vengono in mente, semplicemente, non erano disponibili. Quindi inutile lamentarsi, come farebbero tutti.

D’altronde, in finale la Serbia è stata battuta da un destino ben più grande del suo, completando, purtroppo, un filotto di secondi posti che non risulta in alcun annuario. Mondiale, Olimpiadi, Europei, i serbi sono secondi, saldamente.

A parte gli scherzi, la profondità della scuola serba fa impressione. Per ogni ruolo ci sono almeno due giocatori di NBA o EuroLega, con fondamentali solidi e, in assenza del talento alla Teodosic, una capacità di stare in campo tra le migliori in Europa.

Esattamente, che cosa è successo? Perché quello che è avvenuto sotto gli occhi di tutti in finale non è chiaro. Insomma, gli indizi erano tutti contro la Slovenia: fuori Dragic e Doncic, esausti tutti gli altri, la Serbia, in rimonta, passa da 77-70 al 77-80, un 10-0 che avrebbe steso un bue. Per 4 minuti la Slovenia non segna, si difende ma con poco costrutto.

La Serbia sente l’odore del sangue. Macvan e Bogdanovic segnano che è un piacere, addirittura Mačvan fa il suo terzo assist della serata imbeccando Lucic dimenticato sotto canestro.

La Slovenia si risveglia con un canestro impossibile di Prepelic. Marcato, palleggia sulla destra, si butta in bocca a un raddoppio e tira. Dire che sia fortunoso non è corretto, se non altro perché Prepelic ne segna 21 con 4/8 da tre, quindi chiamare quel canestro casuale è forse troppo. Da lì la Serbia segna ancora un canestro, poi buio.

Sergio Tavcar ripete da sempre che quando i serbi stanno vincendo, se ti stimano, continuano a segnare fino a dartene 30. Se invece pensano che tu sia più debole di loro, si tirano indietro, pensano di aver già vinto. Potrebbe essere questa la causa della sconfitta: l’eccesso di confidenza nel momento chiave?

Può darsi. Difficile pensarlo con campioni come Bogdanovic. Non fosse che ritorna in mente la fine del secondo quarto della finale di EuroLega 2017, con il Fenerbahce in vantaggio sull’Olimpiacos e Bogdanovic che rientra tranquillo in panchina. Obradovic, il suo coach, gli si getta addosso paonazzo di rabbia, e con il naso a tre centimetri dal suo, di Bogdanovic s’intende, gliene dice di tutti i colori.

Il povero Bogdan lo guarda spaurito, chiedendosi cosa possa aver generato quello sfogo. Forse la risposta ce l’abbiamo avuta ieri sera, quando la Serbia si è rilassata con un Djordjevic che non sapeva più cosa fare e cercava di riportare nella sua truppa una logica.

Obradovic cercava di scuotere Bogdan dalla sua tranquillità, di renderlo di nuovo la tigre di cui ha bisogno, lavorando sul costante bisogno di tenere accesa la fiammella del talento.

da fiba.com
da fiba.com

Sasha è un vincente, un grande giocatore. Per lui vincere è un’abitudine. Arrivare secondo forse è peggio che arrivare quinto. Sa di aver portato la squadra al suo meglio, ma sa anche di aver fallito per la terza volta il suo obiettivo. Sono mancati i comprimari che hanno salvato la Slovenia, ai serbi. È mancata la voglia di soffrire, di lottare fino all’ultimo.

Forse la caviglia di Jović stava peggio di quel che sembrava, forse si poteva mettere di più Marjanovic. Forse si potevano fare mille cose, ma nessuna di questa li ha salvati. In queste partite è un destino superiore a decidere, e questa volta il destino si è messo dalla parte degli sloveni.

La chiave è sempre la hybrys, l’arroganza contro gli dei. I serbi erano convinti di aver vinto e in quello stesso momento la loro forza li ha persi. Gli sloveni erano pronti a combattere, mettendo tutti loro stessi in campo. E gli dei hanno visto con favore gli sloveni che lottavano con tutte le loro forze.

Non ci eravamo accorti che i greci erano gli sloveni e i troiani i serbi. Il vantaggio sul filo degli 80 punti è stato il modo in cui gli dei hanno permesso ai serbi di bruciare le navi slovene. Ma quello è stato: un’illusione.

Alla fine della partita Djordjevic ha fatto qualche polemica su Randolph, roba di poco conto. In campo si è complimentato con tutti e si è fermato a parlare con un giocatore che in fondo gli somiglia molto: Goran Dragic.

Qualcosa gli frulla dentro, le campagne non sono ancora finite. La prossima volta la Serbia sarà al completo e con quei giocatori potrà sfidare anche gli americani. I secondi posti fanno male, ma sono lezioni forti, fanno imparare. Dalla prossima volta Djordjevic avrà anche una voglia maggiore di vincere, non darà nulla per scontato.

Questa è la rabbia alla Obradovic, quella di chi non vuole lasciare al caso nulla, che gestisce la partita in modo meticoloso, e domina quel carattere slavo ondivago, che rende il grande talento, spesso, vittima della propria bellezza.

Ma alla fine una squadra c’era, una squadra che poteva anche vincere, c’è mancato poco. Certo, l’altra, chissà cosa avrebbe fatto, ma l’altra non c’era e non ci sarebbe stata.

In questa realtà, la Serbia ha perso, ed è l’unica Serbia che avevamo.

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