Eurobasket 2017: Slovenia, gli uomini vincono le partite

Eurobasket 2017: Slovenia, gli uomini vincono le partite

I panchinari hanno preso in mano la squadra e portato la Slovenia alla vittoria. In un mondo in cui il concetto di Stato diventa sempre più sfumato, il mix di culture e di concetti cestistici ha portato una piccola nazione sul trono d’Europa.

di Massimo Tosatto

Le partite le vincono gli uomini. I veri uomini.

Prepelic e Blazic  in particolare, con l’aiuto di uno sloveno posticcio ma utile alla causa, Antony Randolph, dalla Louisiana, che ha lottato come e più di uno sloveno di quattro quarti.

Doncic e Dragic hanno portato la partita fino a un punto ben preciso, giocando un basket marziano con prestazioni pazzesche, ma hanno ipotecato i minuti finali, Doncic per una storta e Dragic per l’acido lattico che scendeva nelle gambe.

Tuttavia Igor Kokoskov, il coach della slovenia, serbo di origine e con cittadinanza americana, se ha tremato, non lo ha dato a vedere. Ha gettato in campo i suoi panchinari e mentre Prepelic e Blazic hanno segnato i canestri chiave, Nikolic si è immolato in difesa, con Randolph a comparire dal nulla in certe azioni in cui il canestro serbo non si è materializzato per un nonnulla.

Può sembrare un paradosso, ma ai serbi l’infortunio delle stelle slovene non ha fatto bene. La Serbia ha sì lottato e si è ripresa, è arrivata al pareggio e sembrava che, dopo aver risalito uno svantaggio intorno ai dieci per tutta la gara, dovesse finalmente scollinare nel positivo.

Ma a quel punto, invece di attaccare la giugulare della partita, i serbi hanno contemplato sé stessi, si sono persi nell’ammirazione della propria forza e non hanno sentito la partita come gli sloveni, che stavano vivendo i 40 minuti della loro vita.

Come nella Prima Guerra Mondiale, nel momento difficile la Slovenia si è raggruppata intorno al canestro. I serbi erano più freschi, più profondi, più talentuosi, ma nulla poteva bastare. Gli schiaffoni di Dragic nel time-out hanno ravvivato una truppa che si stava scoraggiando. La stoppata di Vidmar su Bogdanovic ha scavato fino in fondo alla psiche serba, andando a toccare quella parte dell’anima che loro non lascerebbero mai a nessuno, dove alberga l’immensa autostima, che fin da piccoli i coach insegnano a usare come un’arma nascosta, per demolire le certezze altrui.

Questa volta la certezza serba si è frantumata.

fiba.com
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Gli sloveni sono gente quadrata, dei solidi montanari, molto duri mentalmente e fisicamente. Non si sono disuniti nelle difficoltà, hanno scavato fino in fondo alle loro risorse e trovato l’essenza del loro gioco, sperando che i serbi mandassero fuori i carichi da 90 pronti a essere scaricati da oltre l’arco.

E così è successo.

I serbi possono recriminare su una squadra assente di livello NBA. Possono recriminare su una partita storta. Ma la storia ha aperto uno spiraglio nel portoncino della vittoria, che solo l’assoluta fiducia slovena ha permesso di spalancare.

Per farlo ci vogliono gli uomini, ci vuole il cuore e ci vuole la tecnica. Ci vuole un lavoro che inizia nelle palestre delle scuole e finisce per far venire due braccia da culturista a ogni sloveno in campo. Questa vittoria non è figlia della fortuna, ma di un processo solido, che crea giocatori e li butta in campo, anzi, che crea uomini, in grado di assumersi le responsabilità e di trasformare un problema in opportunità.

Non è un tiro fortunoso, quello di Prepelic. È un tiro pensato, provato, voluto. Ed è una vittoria del basket, quella slovena, non una vittoria dell’antibasket, come fu quella della Germania del ’93. O come quella della Grecia nell’Europeo del calcio. È stata una vittoria del gioco e non del non gioco. Una vittoria del canestro e non del ruvido lavoratore che non segna nemmeno da libero.

La lezione finale di questo Europeo è che vince chi gioca, non chi cerca di distruggere il gioco altrui. Vince il talento, la bellezza, la poesia, l’arte. Quell’arte fuggente del sicario, delle arpie, del vento, che ti lascia lì immobile dopo che ti è passata sopra per prenderti il cuore.

Vince il gioco, non la scorciatoia. Vince un lavoro sui fondamentali e sul corpo, sul gioco che diverte e che meraviglia. Perde, inesorabilmente perde, chi si rassegna, chi si lamenta, chi non cerca il talento e chi lavora male o non lavora abbastanza.

In questo basket noi siamo sul fondo, molto più in basso di quanto pensiamo. Non solo lontani dai Doncic, ma dai Prepelic e dai Vidmar, dai Nikolic e dai Lazic. Lontano dai loro valori tecnici e fisici, dalla loro conoscenza del gioco e dalla loro purezza di voglia di giocare a viso aperto, non nascosti nelle solite meline delle nostre Nazionali.

Non sempre succede. Non sempre vince il meglio, o il bello. Ma alla lunga succede, non puoi tenerla nascosta, o peggio ancora sottometterla: la bellezza sempre esce allo scoperto.

da fiba.com
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È un basket sempre più difficile da chiudere nei recinti di una “nazionalità”. Randolph non è sloveno, ma si è immolato in campo come se lo fosse, trascinato da un’emozione che, per un giocatore professionista, forse viene una volta nella vita. Doncic è cresciuto in Spagna, ma sente il bisogno infantile di riconnettersi a un’essenza slovena che lo fa rifiorire. Kokoskov è un serbo, che allena in Slovenia contro la sua Nazionale (anche Tanjevic nel ’99). La Spagna avrebbe Mirotic e Ibaka.

Le Nazionali sopravvivono ma inevitabilmente riflettono un mondo che cambia, e noi non possiamo opporci. Non può farlo Djordjevic lamentandosi di Randolph, nonostante sia stufo di arrivare secondo. Sasha dovrebbe saperlo meglio di altri, lui che ha vissuto l’esplosione del rebus slavo e di tutte le sfumature di nazionalità intrecciate in modo inevitabile.

Né possiamo noi italiani, che trovassimo un bisnonno italiano a LeBron lo naturalizzeremmo subito.

E questi uomini che vincono le partite sono sempre più dei puzzle, dei patchwork di culture. Nati in un posto, si spostano in un altro e cambiano, acquisiscono le capacità che servono in un altro contesto. Per certi aspetti, oggi Dragic è un giocatore più americano di Randolph, e Doncic è sloveno solo per ricordo, dato che la sua vita è da tempo in Spagna. Bogdanovic gioca in Turchia da anni e molti dei serbi si sposteranno o sono già altrove.

Aprire il basket, aprire la mente, aprire i confini della nostra pallacanestro tecnica, aprirsi al nuovo, è la ricetta. Senza paura che gli altri scoprano i nostri segreti, che non abbiamo, con umiltà, con predisposizione ad ascoltare e finalmente a uscire dai piccoli interessi di bottega.

Perché così nascono gli uomini che ti fanno vincere le partite.

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