Eurobasket, il diario da Berlino – Giorno 1

Eurobasket, il diario da Berlino – Giorno 1

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La mattina del primo giorno degli Europei 2015 il cielo non è azzurro sopra Berlino, se non a brevissimi tratti: folate di vento freddo spostano le nuvole, che comunque rimangono minacciose sopra alle teste di tifosi e non. I berlinesi saranno pure abituati a un inizio settembre del genere, ma per me è un piccolo trauma di fine estate. Temperature autunnali e nubi minacciose non possono comunque impedire al turista italiano qui presente di farsi un giro di ricognizione per capire dove è finito, così passo davanti alle varie attrazioni di turno e caso vuole che proprio davanti a una di esse (l’immancabile tratto di Muro con altrettanto immancabili graffiti da fotografare) trovi asilo la Mercedes Benz Arena. A dirla tutta, Berlino sembra molte cose ma non la città in cui si gioca il primo turno di Eurobasket; aeroporto, stazione, fermate della metro e del bus, marciapiedi, strade: da nessuna parte si trova un segno, uno striscione, una scritta che rimandi al torneo, eccezion fatta per il piazzale antistante al palazzetto. Mi punge vaghezza di andare a ritirare subito il mio accredito stampa, ma una fila (per di più immobile) di una ventina di persone di fronte al relativo ufficio mi fa cambiare idea, meglio ritentare l’assalto al badge durante Germania-Islanda. La tattica funziona a meraviglia, al mio ritorno Nowitzki & co. sono a 20 secondi dalla prima vittoria e l’ufficio è deserto. Col kit del perfetto giornalista mi metto in coda per l’ingresso di Spagna – Serbia, dove trovo l’ultima cosa che ci si aspetterebbe in Germania: disorganizzazione. Migliaia di persone lasciate fuori dal palazzetto (pure sotto la pioggia) a meno di 40 minuti dall’inizio della gara, roba che se fossero passati altri 10 minuti i Serbi avrebbero cominciato a scalare i muri del palazzetto. Una volta dentro, lo spettacolo del tifo serbo può finalmente trovare sfogo: cori più o meno organizzati, salti, urla, fischi, tutto amplificato al massimo dall’esiguo numero di tifosi avversari (erano quasi più gli islandesi rimasti dalla partita prima che gli spagnoli). Non vi dico dell’esaltazione sulle bombe finali di Bjelica e Bogdanovic, perché ormai c’è già aria di Italia – Turchia. Indosso canotta e bandiera d’ordinanza e mi preparo allo spettacolo. I turchi giocano praticamente in casa, hanno una playlist dedicata nel palazzetto (per noi solo mezza strofa di “Bello e impossibile”) e una curva intera riservata ai loro tifosi, che già sono rumorosi di loro e da dietro al canestro sventolano le mille e mille bandierine rosse con mezzaluna anche durante i tiri liberi dei loro beniamini; ma anche noi non ci facciamo certo pregare per fare casino e il risultato sugli spalti è tutto sommato un pareggio. La partenza dell’Italia con freno a mano tirato fa volare tra i tifosi i primi commenti da bar poco delicati nei confronti degli Azzurri e a ogni palla persa o ferro scheggiato il volume dei nostri incitamenti perde decibel. Ci pensa il Gallo a far tornare la speranza, e a proposito di esultanze alle bombe nel finale di partita, su quelle di Gentile e Belinelli partono boati degni dei serbi. Purtroppo gli sforzi loro e degli altri Azzurri non bastano, il tiro finale da metà campo del Beli trova solo la tabella e ci tocca tornare a casa con una sconfitta. Sulla strada dal palazzetto alla fermata della metro incrocio un ragazzo che mi dice qualcosa in una lingua che potrebbe essere turco come tedesco (o anche uzbeko, per quel che ne so): non comprendo l’idioma ma il tono sembra di scherno. Ormai si avvicina la mezzanotte, il cielo è nero sopra Berlino e io sto ancora pensando a cosa è andato e cosa no nella gara appena trascorsa, ma so che già domani potrei essere io a permettermi di tirare una frecciatina a un tifoso avversario incrociato per strada. Il bello degli Europei è anche questo, non c’è tempo per demoralizzarsi.

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