Il caso Randolph e l’annoso dilemma dei ‘passaporti facili’

Il caso Randolph e l’annoso dilemma dei ‘passaporti facili’

La Slovenia campione in carica ha saputo sfruttare al meglio Anthony Randolph nel corso del torneo, anche se la pratica dei ‘passaporti facili’ non piace a molti.

di Massimo Mattacheo, @MaxMattacheo

Complimenti alla Slovenia per avere giocato un torneo strepitoso, a coach Kokoskov che ha fatto molto bene, anche se hanno avuto l’aiutino di Randolph. Polemica? Sì… Sì… Sì. Perché se un giocatore è forte dovrebbe giocare per la sua Nazionale, questa storia dei falsi passaporti deve finire”. Parole e musica di Sasha Djordjevic, nell’intervista post finale realizzata con Sky Sport. Il CT serbo non ha gradito che la Slovenia avesse deciso di naturalizzare il giocatore in vista del torneo, una pratica sempre più diffusa e su cui non c’è una regolamentazione chiara a livello mondiale.

La Turchia avrebbe potuto schierare Bobby Dixon, out per infortunio, e ora è alla ricerca del suo sostituto, da scegliere tra Brad Wanamaker e Scottie Wilbekin. In comune i due hanno il fatto di essere americani e di giocare in squadre turche: la facilità con cui potrebbero ottenere il passaporto e giocare con la Nazionale toglie uguaglianza competitiva nei confronti di quelle Nazionali che non si affidano ad escamotage per avere miglioramenti nel roster.

Uno dei casi più celebri degli ultimi anni è sicuramente quello di JR Holden, arrivato al CSKA Mosca nel 2002 dall’AEK Atene e subito dimostratosi un giocatore di assoluto livello. Tanto che i dirigenti della squadra e della Nazionale si interessarono fin da subito a lui come possibile nuovo giocatore della Russia, e nel 2003 ottenne il passaporto. Cosa recitava il decreto presidenziale? “Holden possiede capacità che sono di interesse della Federazione Russa”. Poche semplici parole per giustificare la scelta fatta, con buona pace dei puristi del gioco.

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Risultato? Holden migliora il gioco e la competitività della Nazionale, allora allenata da David Blatt, fino a portarla addirittura sul tetto d’Europa. Sì, perché ad EuroBasket 2007 è stato un suo canestro a 2 secondi dalla sirena a regalare il trionfo alla sua squadra, in una finale molto combattuta e tirata contro la Spagna padrona di casa.

Ma Holden non è l’unico caso eclatante di questo fenomeno. Un altro esempio è legato all’ex Siena Bo McCalebb, che ottenne il passaporto macedone in seguito ad una visita al paese. Come spiegò Dejan Lekic, segretario generale della federazione macedone di pallacanestro “ogni squadra ha diritto a un giocatore naturalizzato. A lui è piaciuto il nostro paese, a noi è piaciuto lui ed è diventato macedone al 100%. Noi non abbiamo pagato il passaporto, il nostro budget è molto basso e non ci permetterebbe di fare operazioni del genere”. In tre giorni il giocatore divenne Borche McCalebovski, con la necessità di vivere un mese all’anno a Skopje negli anni successivi per mantenere il suo status di giocatore macedone.

Semplice e chiaro anche in  questo caso, se non fosse che nuovamente le prestazioni di McCalebb – all’epoca uno dei migliori playmaker d’Europa – ‘drogarono’ il risultato finale della Macedonia, che chiuse il torneo al quarto posto, sconfitta in semifinale dalla Spagna poi laureatasi campione e poi dalla Russia nella finalina per il bronzo.

Corsi e ricorsi storici che non consentono di avere un’eguaglianza competitiva e che permettono a Nazionali di secondo piano, in particolare, di aprirsi a scenari impossibili senza l’aiutino, come Djordjevic lo ha definito. La mancanza di una regolamentazione internazionale apre una grossa falla nel sistema, che viene sfruttata da chi ha maggiori interessi e sa inserirsi nelle pieghe che vengono offerte. Molto è lasciato ai regolamenti nazionali, che sono più o meno rigidi e variano da paese a paese, senza la possibilità di avere una linea guida di grande impatto.

Non sempre però queste pratiche vanno a buon fine. Un caso particolare in questo senso riguarda Andy Panko e Marcus Slaughter – con l’attuale giocatore della Virtus Bologna coinvolto ai tempi in cui ha militato al Real Madrid – su cui è stata aperta gli anni scorsi un’indagine in Spagna con l’accusa di avere passaporti falsi. Un passaporto che ha permesso al giocatore dei blancos di giocare con lo status di cotonou, o comunitario, in Liga ACB, non occupando uno slot per gli extracomunitari e permettendo l’inserimento di ulteriori giocatori.

Il fatto risale al 2015, con Slaughter che ha dichiarato di avere dato 35 mila euro al suo agente e di non avere saputo più nulla della vicenda fino a che il Real non gli ha consegnato il passaporto. Le gare giocate con il passaporto della Guinea hanno dato un vantaggio alla squadra di Madrid: lo scandalo è scoppiato nel momento in cui si è scoperto che il numero del documento del pivot era identico a quello di Andy Panko, anche lui con il passaporto della Guinea. Un’indagine che è ancora in corso e che testimonia come queste pratiche siano molto complesse e possano avere dei risvolti importanti a livello legale.

Il resto è storia recente, con la Slovenia che ha deciso di inserire un lungo passaportato all’interno del proprio roster. Una scelta legata ad “interessi della nazione in ambito sportivo”, una dicitura simile a quella che ha portato Holden a giocare per la Russia. Una scelta che ha indirizzato in maniera importante il corso di EuroBasket, per l’impatto che ha avuto Randolph nei momenti chiave delle varie gare, finale compresa.

Difficile dire se senza il giocatore del Real Madrid il percorso e il risultato finale della Slovenia sarebbero cambiati, certo è che è una pratica che spesso e volentieri ha cambiato l’esito di manifestazioni di alto livello a discapito di chi ha sempre agito nel rispetto delle regole, affidandosi a giocatori realmente di quella nazione.

Un fenomeno che si continuerà a sviluppare e verrà sfruttato da chi avrà maggiore interesse a farlo, agevolato dalla mancanza di una regola che valga per tutte le nazionali. E con buona pace delle parole di Djordjevic, che ha provato a responsabilizzare tutti su un tema delicato e più che mai attuale per quanto riguarda la pallacanestro moderna.

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