Il verbo “volere”, imperativo di questa Italbasket

Il verbo “volere”, imperativo di questa Italbasket

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“… E mentre io guardo la tua pace, dorme     Quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.” Ugo Foscolo, Alla sera Che gente i Serbi! Quando si mettono a giocare sono davvero degli artisti circensi. Producono schemi, canestri, schiacciate, muovendosi come ballerini, tanto che non sai se difendere o fermarti a guardarli. Hanno avuto qualche anno difficile, ma ora si sono rimessi in carreggiata e se dovessimo fare una nuova Jugo, con Slovenia, Croazia, Bosnia e Montenegro, non ce ne sarebbe per nessuno e perfino l’NBA faticherebbe a esprimere una squadra in grado di batterli. È che loro, come paradossale forma di rispetto, non smettono di giocare. Più ti rispettano più ti affondano, ma non come forma di dispregio, per loro è un atteggiamento mentale. Il giocatore serbo, anche nella vecchia Jugo, aveva il compito di tirare le fila e Slavnic da play, o Kicanovic, o Djordjevic, avevano il compito di accendere i talenti offensivi dei bosniaci Delibasic e Dalipagic, del croato Petrovic, mettendo in campo quella durezza, quell’atteggiamento agonistico che completava gli astri degli altri. Distinzioni di lana caprina, è chiaro. Il talento ce l’hanno sempre avuto in casa, dipende da come si dirige, da una parte o dall’altra.

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Quindi non dobbiamo rimpiangere questa sconfitta. Nell’antica Grecia l’atteggiamento di chi sfida gli dei era la Hybris, l’arroganza, una vera e propria maledizione che colpiva chi osasse mettere in discussione il piano che essi avevano per loro. Abbiamo lottato fino al terzo quarto, ma non valeva la pena di slombarsi per stargli dietro. Meglio testare i nuovi, distribuire minuti a chi aveva pazientato in panchina, studiare quelli che potremmo reincrociare tra un po’. Se guardiamo a tre giorni fa, a una messe di interrogativi che ci attanagliavano, bisogna dire che queste partite passate ci hanno consegnato una squadra come non ce l’aspettavamo. Sicuramente la Spagna, col suo atteggiamento, ci ha aiutato, ma la concentrazione con cui il Mago è entrato in campo è stata decisiva. I tre NBA avevano il carico pesante da portare e lo hanno fatto, ma inutile sottolineare che le domande maggiori riguardano sempre Andrea Bargnani e il suo talento, assolutamente unico, di essere un 2,13 che può mettere palla a terra, tirare da fuori o segnare dal centro dell’area. Ma non sono stati i suoi punti, ci sono stati dei rimbalzi in attacco suoi, dei sacrifici, che hanno dato sicurezza alla squadra, soprattutto quando hanno visto che, superata la linea delle guardie, dietro c’era una difesa ulteriore che ha come tranquillizzato la squadra e permesso di concentrare lo sguardo dove serviva.
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Gallinari e Belinelli hanno fatto il loro e Gallo in particolare ha dato prova di leaderismo e faccia tosta. La metafora degli argonauti si è dimostrata azzeccata, perché questo viaggio, come quello dei navigatori alla ricerca del vello d’oro, è quantomai la storia di una squadra, non di un Ulisse che parte alla conquista del mondo sconosciuto. Per quanto gli NBA o Gentile o altri diano dimostrazione di assumersi responsabilità di “capo”, questa squadra rimane un gruppo di giovani uomini in cerca della sua storia, incerto sul suo fato, che vede dispiegarsi il tempo davanti a sé e capisce che le cose che ottiene le ottiene perché le vince, perché le vuole più degli altri. E incarnare il verbo volere sul campo da basket non è facile, per gente cresciuta tra gli agi occidentali. Non abbiamo la fame dei serbi, dei neri americani, dei neri francesi. Abbiamo dei ragazzi che devono imparare a cavarsela da soli senza le stelle straniere, che così spesso gli risolvono le partite. E scoprono, quasi senza crederci, che quella forza ce l’hanno, ed è più di quel che pensavano. Domenica a Lille ci attende una squadra tignosa che sembra fatta apposta per mettere in evidenza le nostre debolezze. Non ci sono prove d’appello, e non abbiamo ancora costruito nulla. La felicità per un paio di buone vittorie potrà stemperarsi solo alla fine di almeno altre X partite. La misura della felicità o della delusione sono appese a questi risultati, così come, ancora, la misura di questa generazione di giocatori, che pur avendo scansato l’onta di un cattivo girone di qualificazione, non hanno ancora conquistato nessuna gloria.

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