Italia anno zero

Italia anno zero

Alla fine di questo Europeo, l’Italia si trova forse nel punto più basso della sua parabola cestistica, con molta storia alle spalle, ma senza alcun futuro. E la prossima volta potremmo non trovare più squadre così deboli da perdere da noi.

di Massimo Tosatto

“These words are shacken from the wrath bearing tree”
“Queste parole cadono dall’albero dell’ira”

T.S. Eliot, Gerontion

Questo articolo nasce da mille discussioni con Viola e Luca, con cui abbiamo parlato della necessità di un nuovo campionato di vertice, con Francesco e Stefano, con cui abbiamo discusso di allenamento delle giovanili, fisico e tecnico, con Valentino, con cui ci accapigliamo con chi continua a credere a quel che vede, con Alessandro, e con tutti quelli che amano il nostro basket ma ne sono sempre respinti, come se a vederne le falle fosse una colpa e non un merito.

Roberto Rossellini in “Germania anno zero”, fece il ritratto di una Germania appena uscita dal secondo conflitto mondiale. Una paese distrutto, ridotto in macerie, in cui bambini spauriti si aggirano tra le macerie senza una guida.

Lo stato dell’Italia del basket, oggi, è esattamente questo. E, se non fosse per proclami trionfalistici e poco credibili di Lega e Federazione, dovremmo dire che lo è almeno da un decennio.

Inutile parlare della partita con la Serbia. L’Italia ha fatto quello che poteva: ha tenuto il distacco sotto i venti punti, mentre la vera differenza è sostanzialmente più alta.

In questa competizione abbiamo battuto Israele, Ucraina, Georgia e Finlandia, mentre abbiamo perso da Germania, Lituania e Serbia. Siamo in una terra di nessuno, tra un basket di vertice ormai molto lontano, e un basket di piccoli paesi che riusciamo a battere a fatica.

Possiamo solo sperare che questa partita, al di là dell’entusiasmo per aver strappato un fortunoso quarto di finale, aiuti a risvegliare le coscienze di uno sport mai arrivato così in basso, globalmente. Ma possiamo anche, doverosamente, dubitarlo. Se tutti questi anni di costante caduta non sono ancora serviti, un quarto di finale può solo nutrire la nostra certezza di fare giusto e di avere il miglior personale di sempre.

Non fosse per i maledetti risultati!

Mettiamo in chiaro una cosa: solo la stravagante sconfitta della Francia con la Finlandia, espressione di una presunzione per una volta più grande della nostra, ha permesso all’Italia di arrivare ai quarti. Se avessimo incontrato i francesi agli ottavi, non avremmo avuto speranza.

I vertici del basket nazionale cercheranno di pulirsi la polvere dalla giacca. A loro non importa molto cosa dicono i dilettanti, i giornalisti, che non capiscono le limitazioni in cui si muovono questi leader del nostro sport.

Infatti i dilettanti, come gli spettatori, i giornalisti, gli appassionati, non possono che guardare con disperazione un movimento che precipita in stallo, come un aereo che ha perso la portanza dell’aria.

Solo un dato della partita: 44 rimbalzi a 19. Possiamo anche lamentare la superiore fisicità dei serbi, ma pensare che un paese di 7 milioni di abitanti abbia costantemente giocatori più grandi dei nostri, non basta.

63% da due dei serbi.

fiba.com
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Ma questi sono dettagli, non dicono nulla. Spaventa la tendenza del nostro basket a lungo periodo. Un attorcigliarsi fallimentare sui propri errori, senza avere la capacità di invertire la rotta.

Ci sono talmente tante cose che non vanno nel nostro basket, che davvero non si salva nessuno.

Il basket di vertice, gli allenatori, i manager, i presidenti, la federazione, le minors, i giocatori. Per favore nessuna giustificazione, non ce ne sono. Abbiamo dilapidato un capitale, per varie ragioni. Ci siamo chiusi in un ambiente tecnico ed economico asfittico, invidiosi e incapaci di creare un mondo cestistico in grado di aiutarsi a crescere.

Ma che cosa si può realmente fare? Di reale, di concreto. O che cosa si dovrebbe fare?

Proviamo a elencare alcune azioni che potrebbero aiutare a cambiare la situazione, con la coscienza che non c’è nulla di facile, di veloce, di rapido. Tutto richiede tempo e le ricette facili, ingannevoli, non portano a nulla.

  1. Copiare: non abbiamo i migliori allenatori del mondo. Se li avessimo, creeremmo i migliori giocatori del mondo. Quindi, non possiamo fare altro che copiare. Dovremmo ricordare come il basket italiano si sia giovato a ogni svolta dell’esperienza di allenatori esterni. Elliot Van Zandt, il sergente afroamericano dell’esercito statunitense, prese per mano un movimento arretrato portandoci a una rivincita sulla Francia al velodromo nel 1946. Nello Paratore, italiano di Alessandria d’Egitto, campione d’Europa con la nazionale egiziana nel 1949, guidò la Nazionale al quarto posto di Roma del 1960. Senza Aza Nikolic e Bosha Tanjevic non avremmo vinto i titoli dell’83 e del ’99, perché crearono i Meneghin, i Bisson, i Fucka, i Gentile, i De Pol. Quindi guardare quali sono i programmi di maggior successo nel mondo e prendere quegli allenatori per capire cosa fanno. Semplice.
  2. Allenare fisicamente: pesi, pesi, pesi. Non se ne può più di sentire che gli altri sono fenomeni fisici. Non lo sono, si allenano fisicamente. I Marjianovic e i Porzingis sono uno a nazione, ma intorno a loro i rimbalzi li prendono giocatori dinamici e muscolosi di due metri. E bisogna cominciare presto: con la coordinazione, i pesi in palestra, gli allenamenti per imparare come si salta, come si corre, come si cammina. Abbiamo giocatori e ragazzi scoordinati, non possiamo tirare fuori cestisti decenti da un gruppo di giovani che non sanno camminare né correre.
  3. Qualità: occorre perseguire la qualità più alta ad ogni livello. Il personale, i metodi di insegnamento, gli obiettivi, la scelta dei giocatori. Solo massimizzando la qualità a ogni livello e a ogni stadio potremo tornare ai livelli più alti.
  4. Allenare i fondamentali: mettiamo in chiaro una cosa: non sappiamo allenare i ragazzi. Dobbiamo abolire le Nazionali Under, non servono a nulla, e soprattutto non affidarle ad allenatori di serie A. Non siamo a quei Mondiali ed Europei per vincere con cinque mediocri in campo, ma per creare un campione ad annata. Le nostre Nazionali giovanili vanno bene perché leggono il gioco come le squadre di adulti, facendo cose che alle altre nazioni ancora non insegnano. Noi non sappiamo allenare i ragazzi, quindi dobbiamo chiedere (vedi punto 1) agli allenatori di successo degli altri paesi cosa fanno e replicare.
  5. Onestà, trasparenza, chiarezza: non si può gestire un movimento di vertice con squadre che non hanno un orizzonte oltre i 9 mesi. Bisogna essere chiari con la Serie A, darle un destino, un futuro. In questo momento non abbiamo squadre in grado di trascinare, di pianificare, di avere un settore giovanile in cui investire. Bisogna scegliere i progetti, smettere di promuovere tutti, non proteggere i programmi non abbastanza solidi con la regola che chi retrocede è ripescata, in caso di fallimento di una squadra di A. Si viene ripescati se c’è palazzetto, proprietà, mercato. Per questo serve onestà nei confronti delle squadre, trasparenza dei bilanci e delle situazioni, chiarezza davanti a sé per sapere dove si vuole arrivare.
  6. Strutture: per chi guarda il basket sono il dolore da più di 40 anni. Non abbiamo campi, anche se ora ne abbiamo di più di una volta, e un sacco di questi in estate sono rinchiusi malinconicamente dietro i cancelli delle scuole.
  7. Fare scelte difficili: non va bene tutto. Non tutte le squadre possono stare in Serie A. Occorre copiare dai campionati di successo come si migliora il basket. Fare scelte. E se perdiamo una squadra, scegliere chi la sostituisce sulla base del mercato da occupare, del palazzetto, e non su automatismi che non tengono conto della solidità del progetto.
  8. Programmare: bisogna avere un piano a lungo termine, sapere che obiettivi abbiamo. Questo è il segreto delle leghe di successo: ACB, NBA, EuroLega, Lega tedesca. Programmare significa fissare standard obbligatori per le squadre, definire dove si vuole arrivare, e decidere che se una squadra non li rispetta, gli standard, entro i tempi definiti, viene espulsa dal campionato.
  9. Obbligare ad avere un settore giovanile: le squadre di A, in Germania, sono obbligate ad avere un settore giovanile con allenatori pagati. Obbligare le squadre ad averlo e ad investire sui giovani. Non basta la Bosman a giustificare la mancanza di giocatori. E non basta obbligare ad avere giocatori italiani nel roster, se sono scarsi non servono. Al tempo stesso, l’iniezione di giocatori di colore non ha migliorato il nostro basket, segno che il problema è come li alleniamo. Biligha è Biligha da noi, in Germania è Schroeder.
  10. Essere umili: bisogna essere umili. NON SIAMO LA SQUADRA PIU’ TALENTUOSA, NON ABBIAMO GLI ALLENATORI MIGLIORI. Dobbiamo essere umili, non arroganti. Ricostruire il movimento richiede anni di fatica, di lavoro, in cui non c’è un immediato ritorno. Sarà difficile. Prima di avere giocatori che cambino le cose in Nazionale, dovremo aspettare i quattordicenni di oggi. E dovremo lavorarci bene, come si lavora in una vetreria di Murano o in un laboratorio di orafi di Valenza.
Fiba.com
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Le macerie sono lì, come dopo un terremoto. Possono raccontarci quello che vogliono, ma lo stato del nostro basket è catatonico. Gli appassionati ora hanno gli occhi sulla Federazione e sulla Lega, chiedendosi se qualcosa succederà. Le speranze sono poche, perché nessuno in questi anni ha mai fatto le cose giuste, accontentandosi di piccoli risultati di breve termine.

Le parole di Petrucci danno qualche speranza, ma che ci siano voluti 13 anni… Anche se gli anni sono molti di più.
L’europeo del 99 e la medaglia del 2004 alle Olimpiadi sono figlie degli anni ’90, di allenatori che hanno formato giocatori spesso contro ogni intuizione e pagando le loro scelte con retrocessioni e esoneri. Sono figlie di tempi e di uomini coraggiosi, Tanjevic, Guerrieri, Lombardi, che spesso agivano in controtendenza, in ossequio solo al loro fiuto cestistico.

Lega e Federazione DEVONO lavorare insieme, mettere da parte gli ego ipertrofici e rendersi conto della reciproca utilità. Ma devono smettere di ascoltare le sirene di mille interessi di bottega, che non hanno a cuore lo sviluppo del nostro basket. I buoni giocatori nascono da buone pratiche, da un ambiente sano, in cui si lotta e si capisce che i risultati arrivano solo nel lungo termine, dopo molta fatica.

E i buoni giocatori nascono anche da se stessi. Tutti vediamo cosa serve per essere un buon o un grande giocatore, possibile che solo i diretti interessati non vedano che gli mancano muscoli, tiro, movimenti? Devono aspettare cosa? Di fallire dopo anni di panchine a ogni livello dietro un americano che guadagna come un meccanico di un’officina? Dov’è il loro cuore? La loro voglia di migliorare, di cambiare, di avere un impatto? Possibile che li cresciamo con una considerazione così bassa di sé, da non riuscire a cambiare il loro destino?

Tutti sanno cosa serve.
Ma fare costa, molto, in termini di potere politico, sportivo, e di consenso. Per tradizione, amiamo perpetuare i nostri errori, pensando che domani ci penserà qualcuno a risolverli.
Ma così ci condanniamo a una lenta eutanasia sportiva.

E la prossima volta potremmo non trovare più un Israele, un’Ucraina, una Georgia o una Finlandia disposte a farsi battere perfino da noi.

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