La Repubblica Cestistica di Jugoslavia

La Repubblica Cestistica di Jugoslavia

Dopo la dissoluzione del 1991, la Jugoslavia ha continuato a esistere in una tradizione cestistica trapiantata nelle sue repubbliche. Qualcosa di radicato, che il tempo non cancella e porta sempre una squadra di quell’ex paese sul podio.

di Massimo Tosatto

Com’è possibile allora che in un paio di decenni la Jugoslavia possa essere diventata, in questo sport di raffinata abilità tecnica, che presupporrebbe alle spalle una scuola lunga e approfondita e strutture educative più che efficienti, nonchè capacità finanziarie che una Jugoslavia sempre sull’orlo della bancarotta e salvata solo dal carisma del suo Capo, e dalla sua strategica posizione geopolitica, non poteva possedere, una superpotenza mondiale che ancora oggi (…) continua a sfornare giocatori e tecnici da esportazione?”
Sergio Tavcar – La Jugoslavia il basket e un telecronista 

La guerra civile Jugoslava è finita da molti anni. Quella con la Slovenia, poi, scoppiò a malapena. I Serbi, quel giorno di giugno del 1991, fuggirono da Lubiana senza nemmeno provare a tenere in piedi quell’espressione geografica che rispondeva al nome di Jugoslavia.

Nella coeva, imbattibile, Jugo del basket, a Roma 1991, l’unico sloveno era Jure Zdovc, che non scese in campo nella scontatissima finale contro l’Italia. Jure fece in fretta i bagagli, lasciando sul posto un gruppo composto principalmente di croati e serbi, che sotterrò gli avversari nell’ultima partita della loro nazionale.

La Slovenia era la periferia a nord della Jugoslavia. Vicini al cuore dell’impero austro-ungarico, di cui ereditarono il senso dell’ordine e del buon governo, vennero inglobati dal Maresciallo Tito nella repubblica federale di Jugoslavia. Per chi non c’era è difficile descrivere il Maresciallo Tito. Un ex soldato asburgico, metà croato e metà sloveno, creò la struttura della Jugoslavia e ne incarnò per 40 anni il simbolo più evidente.

In tempi di guerra fredda mantenne il suo paese, un ponte tra oriente e occidente, in bilico tra Stati Uniti e URSS, affermando all’interno una struttura socialista, ma lasciando sempre intendere di essere indipendente. Per rispondere allo spirito fortemente indipendentista delle diverse componenti dello stato, concepì una struttura federale con 6 repubbliche formalmente riunite “volontariamente”, nella repubblica Jugoslava. E molto diverse tra loro, le diverse repubbliche, lo erano.

il maresciallo Tito da-thefamouspeople.com
il maresciallo Tito da-thefamouspeople.com

Se la Slovenia a nord si incuneava tra le montagne di Italia e Austria, ma non si sentiva né austriaca né italiana, come per certi versi avrebbe potuto essere, a causa della repressione fascista, a sud la Macedonia era un luogo franco, stretta tra Grecia e Albania, incastrata tra montagne aspre che producevano soldati ottomani famosi per la loro forza.

Il Montenegro faceva corpo a sé, anch’esso una repubblica tra le montagne a picco sul mare, patria della Regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III re d’Italia, responsabile di quel miglioramento del sangue Savoia, che salvò i discendenti del re dalle dimensioni sempre più contenute, dovuta a una dinastia tarata da troppi matrimoni consanguinei.

Al centro, Croazia e Serbia si spartivano idealmente la Bosnia e la schiacciavano in un abbraccio omicida, lo stesso che assediò Sarajevo per anni all’inizio dell’ultima decade del XX secolo. Croati e serbi non avrebbero potuto essere più diversi e più simili. Ortodossi e cattolici. Nell’orbita russa e nell’orbita tedesca. Sempre in competizione e orgogliosi, nazionalisti, fisicamente molto forti.

Tito capì che necessitava di un tema intorno a cui riunire le repubbliche. Uno di questi fu una specie di stato di guerra permanente, come quello di cui parlava Emir Kusturica in Underground, in cui alla popolazione si parlava di una guerra fredda sempre sull’orlo dell’esplosione e dello Stato come un ombrello sotto cui ripararsi. Ma oltre al bastone c’era bisogno della carota, e la carota fu lo sport, declinato in ogni possibile variante.

La Jugoslavia fu sempre una nazionale forte, in ogni sport: calcio, pallacanestro, pallamano, pallanuoto. I fisici prominenti, un’abitudine a stare all’aria aperta, i forti investimenti dello Stato, produssero un paese in cui lo sport pervadeva ogni spazio quotidiano. La nazionale di calcio, polarizzata nella Stella Rossa e il Partizan a Belgrado e nell’Hajduk e le squadre croate, arrivò sul podio di Mondiali ed Europei, mancando spesso il risultato importante perché i giocatori, in fondo, non riuscivano proprio a sentirsi “una” squadra.

Eclettici, inventivi, talentuosi, i calciatori jugoslavi erano però troppo divisi tra loro, ostaggi delle loro repubbliche, per riuscire a dare il colpo finale e conquistare l’alloro che, alla fine, gli sfuggì sempre.

Discorso diverso per il basket, che si affermò nella seconda parte degli anni ’60. Korac, il primo grande giocatore slavo, serbo, trascinò la nazionale al primo argento mondiale, ma non poté vedere il primo campionato Mondiale, nel ’71, perché morì in un incidente d’auto due anni prima a Sarajevo.

Radivoj korac e ivo daneu
Radivoj korac e ivo daneu

Il basket jugoslavo era uno sport costruito in laboratorio, attraverso estenuanti allenamenti. E l’allenatore è stato la figura chiave del basket slavo, come lo è anche oggi. Un allenatore che da una parte capisca il corpo umano, come deve rinforzarsi e crescere e dall’altra sappia tenere a bada, ed esaltare, lo spirito slavo, uno spirito fortemente individualista, con un ego sconfinato, ribelle alle convenzioni, battagliero e indomabile.

Il giocatore slavo non poteva essere il riflesso di un automa, come i sovietici. L’allenatore doveva lasciare spazio, anzi, basarsi, sul genio dei giocatori, trovando il modo di esaltarli ATTRAVERSO il loro ego, per estrarre da loro il meglio e renderli vincenti. Gli allenamenti durissimi mettevano in competizione i giocatori fidando su uno spirito che non accettava di arrivare secondo, di farsi superare da un altro.

Per questo il giocatore slavo non trema. È un giocatore cresciuto allenando il corpo e la mente, tenuto sotto pressione, in modo che la paura non riesca a fermarlo e che nei momenti di crisi si esalti, non si ritragga impaurito, schiacciato dal peso delle responsabilità. Sempre in competizione, ha un bisogno fisico di affermare la sua forza, di dimostrarsi il più forte.

Questo giù fino ai portatori d’acqua, ai panchinari, come Prepelic, che con la sua tripla impossibile a cinque minuti dalla fine di Slovenia Serbia ha portato i primi di nuovo in partita. Una tripla di un panchinaro, che ha mostrato cosa sia un giocatore costruito per stare sempre dentro nei momenti decisivi.

I giocatori slavi noi non li abbiamo mai capiti. Individualisti, ma capaci di giocare di squadra come noi non sapremo mai. Grandi attaccanti, ma feroci difensori. Talenti eclettici capaci di magie, ma con il volto perennemente immobilizzato in una smorfia di disprezzo, per chi non fosse come loro.

Per noi, un enigma. In Italia abbiamo sempre parlato, astrattamente, di “talento”. Mentre “loro” si allenavano follemente per uscire dalla povertà delle loro città, e giocavano con più rabbia contro gli italiani, per dimostrare che i soldi che guadagnavano oltre l’adriatico, nell’allora secondo campionato del mondo, non produceva giocatori migliori degli slavi, costretti al dilettantismo di stato.

Tra le diverse repubbliche sussistevano rapporti controversi. Le squadre principali, come l’Olimpia Lubiana, lo Zadar, il Partizan, rappresentavano etnie, orientamenti politici, e i loro giocatori principali facevano a gara a dimostrare la loro forza. Tra questi anche alcuni di evidente origine italiana, come Pino Giergia, dello Zadar, o Ivo Daneu, lo sloveno originario di Opicina, capitano della Jugo campione del mondo del ‘71.

La dissoluzione della Jugoslavia, non dissolse la “repubblica cestistica”. Il che è strano, se pensiamo alla storia di dolore e di morte trascorsa nel frattempo. È che in 50 anni, le etnie si erano irrimediabilmente mescolate. Non per niente Bodiroga e Drazen Petrovic erano cugini di primo grado. Non per niente i giocatori delle varie repubbliche hanno origini miste, che sono state evocate anche dai serbi in questi giorni, quasi a mettere un’ipoteca sulla possibile vittoria slovena, come a dire che anche avendo perso, comunque una parte della vittoria gli appartiene.

fiba.com
fiba.com

Ma sono discorsi delicati, vere polveriere su cui aleggiano cose molto più grandi di un campo da basket. In sé, erano il sintomo della paura. La Serbia, in questi confronti, si sente obbligata a vincere, per riaffermare la sua preminenza sugli altri stati. La Slovenia, anche se libera dai condizionamenti che provano i croati, impegnati in una guerra ben più lunga e sanguinaria, sente meno queste cose, ma le sente, è innegabile.

Dal 1991 sono passati 26 anni, ma anche una guerra che ha messo uno contro l’altro gente che sino a poco prima era imparentata. E in questa guerra lo stupro è stato usato come arma per imbastardire, per umiliare, per sancire una superiorità. Per questo qualsiasi discorso sulla purezza etnica deve essere maneggiato con estrema cura, perché dentro ci sono significati a cui si può anche non pensare, ma che sono sottintesi per chi ha subito un male che non si cancella.

Deve essere strano per questi ragazzi parlare la stessa lingua, capirsi, ed essere avversari. Deve essere anche strano specchiarsi in modelli cestistici che non hanno lo stesso talento, ma possiedono una radice comune. Ed è strano per noi che li abbiamo visti, pensare che per loro la Jugoslavia è solo un nome sentito dai vecchi, come l’impero Austriaco ormai dissolto da un secolo.

Doncic, infatti, è sloveno. Per lui tornare a casa è una gioia infantile. Torna a giocare a basket con chi parla la sua lingua, con chi lo conosce fin da bambino. Ma Doncic cestisticamente è un prodotto ibrido, moderno, di una delle migliori scuole europee: la Spagna. Tuttavia sente l’appartenenza slovena dentro di lui.

Mentre Bogdanovic è serbo. Gioca per la sua serbità, non per la slavità o la jugo-slavità.

In un modo contorto e sotterraneo, però, le due radici si mescolano, si intrecciano e giocare le partite tra loro significa rispecchiarsi in un’immagine che sotto sotto ti conosce e rende più difficile muoversi.

Un tempo, molto tempo fa, i giocatori delle due nazionali avrebbero lottato in una palestra in uno sperduto paese della alpi dinariche, per un posto nella nazionale slava, sotto l’occhio attento di un Novosel o un Cosic. Oggi sono cittadini di stati diversi, ma con un substrato comune che non possono negarsi. Qualcosa che nemmeno una guerra sanguinosa, la più sanguinosa in Europa nella seconda parte del Novecento, è riuscito completamente a recidere.

Al ritorno a Belgrado la nazionale serba è stata accolta da un popolo festante, non umiliato dalla sconfitta. Questa è in fondo la notizia migliore, qualcosa che non poteva succedere una ventina di anni fa. I giocatori si sono salutati lealmente in mezzo al campo, segno che qualcosa si è ricostruito nel tempo, con la pazienza e ritornando a incontrarsi nei campi della Lega Adriatica.

La quale, Lega Adriatica, è di nuovo il vecchio campionato jugoslavo, come se alle forze che separano nettamente le vecchie repubbliche se ne contrapponessero altre, di segno opposto, che le tengono insieme.

Perché qualcosa di inevitabilmente slavo sussiste tra questi popoli, che potranno non sopportarsi, e penseranno, ciascuno, di essere migliore dell’altro, ma che al tempo stesso non hanno altro posto in cui andare, stretti come sono tra montagne, mari e altri popoli, da cui si sentono più distanti di quanto uno sloveno si senta da un serbo.

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