La solitudine dell’utilità

La solitudine dell’utilità

In un EuroBasket che fa conoscere al mondo Luka Doncic, consacra definitivamente un sottovalutato Goran Dragic e vede salutare Juan Carlos Navarro, l’utilità di Gasper Vidmar sembra non venire incensata a dovere.

di Marco Arcari

EuroBasket è ormai alle spalle, ma il giorno dopo l’esaltazione per l’evento, conclusosi con una Finale degna di una pallacanestro continentale di assoluto livello, è ancora grande. Tra il dover salutare debitamente Juan Carlos Navarro, vera icona delle Furie Rosse con 253 presenze (204 vittorie e 10 medaglie complessive), il voler parlare a 360° di una nuova gemma e l’esaltare il cammino di Goran Dragic in questa manifestazione, mi è sembrato passare molto sottotraccia, per lo meno mediaticamente, il rendimento di Gasper Vidmar.

E pensare che è stato proprio Vidmar a mettere una pietra tombale sulle speranze serbe, con la stoppata a 1’20” dalla fine su tentativo di layup da parte di Bogdanovic e con il rimbalzo difensivo a 53” dal termine dopo errore da oltre l’arco sempre della stella ex-Fenerbahce. Senza peraltro dimenticare il 2+1 in apertura di ripresa, nonostante il doppio tentativo di stoppata da parte di Marjanovic e Lucic. Chiaramente, in una Finale dove Dragic realizza qualcosa come 35 punti tirando col 54.5% dal campo e in cui Doncic gioca la prima partita “normale” di questo suo EuroBasket, oltre a infortunarsi alla caviglia, lo sguardo potrebbe anche non catturare le istantanee in cui è Vidmar ad essere assoluto protagonista. Fermarsi unicamente al suo rendimento in Finale, però, non gli renderebbe granché giustizia, proprio perché se questa Slovenia è arrivata a cingersi il collo col metallo più prezioso grazie al ruolo del supporting cast: Prepelic, Blazic e, appunto, Vidmar.

Se c’è una chiave di lettura di questo EuroBasket, che più di altre aiuti a capire certi risultati e piazzamenti, è proprio l’utilità. La Spagna arriva solamente terza perché i Gasol sono fenomenali ma non utili al gioco voluto da Scariolo – specie difensivamente – se schierati in uno stesso quintetto e perché l’infortunio di Abrines costringe a ridurre le rotazioni chiedendo a Navarro ciò che “El Rey” non può più dare da qualche anno a questa parte. L’Italia porta a casa ben più di quanto sperato – sebbene molti dicano che entrare nelle prime otto fosse il minimo sindacale – grazie all’utilità di un gioco che esalta chi davvero si è calato nel ruolo di leader della nostra Nazionale negli ultimi anni: schemi per le uscite dai blocchi di Belinelli, aiuti difensivi e tanta, tanta ricerca del tiro da tre punti; difficile pensare a qualcosa di diverso e più redditizio, considerando gli interpreti a disposizione. La Slovenia porta a casa un incredibile medaglia d’oro sfruttando al meglio l’utilità di un supporting cast che neanche nei più rosei pronostici sarebbe mai stato valutato per ciò che poi realmente ha messo sul parquet, non solo come statistiche.

In simile concetto di utilità, spicca inevitabilmente la figura di Gasper Vidmar, una carriera spesa tra Lubiana, Istanbul e Bandirma e un talento che forse non spicca rispetto a quello di molti altri compagni ma che, specialmente in un format come quello degli Europei, può dare una gran mano per raggiungere un obiettivo comune. E per quanto il concetto di ruolo sia ormai obsoleto – a detta di molti – va evidenziato come Vidmar non sia certamente il prototipo di “5” contemporaneo. Nonostante ciò, il numero 14 della spedizione slovena si è contraddistinto per una versatilità encomiabile, passando dall’essere playmaker aggiunto (come nelle sfide con Finlandia e Islanda) al diventare totem difensivo capace di contrastare avversari ben più grossi e agili (7 stoppate e 11 rimbalzi tra Quarti di Finale con la Lettonia e Finale contro la Serbia). E se ciò non è bastato per una menzione nel quintetto ideale della manifestazione, allora bisognerebbe anche pensare a come oggi l’utilità sia davvero isolata a favore delle statistiche.

Perché un Pau Gasol nel quintetto ideale della manifestazione è comprensibile solo attraverso i numeri: 17.4 punti, 7.8 rimbalzi e 1.5 stoppate di media, col 58.4% da due punti e il 35.3% da tre. Eppure i limiti difensivi del fenomeno iberico si sono manifestati a 360° in una competizione in cui Scariolo avrebbe dovuto osare di più, specie contro la Slovenia, e lasciare maggiormente sul parquet gli Hernangomez, anziché i Gasol. Peraltro, nelle uniche tre sfide davvero probanti – con tutto il rispetto per le altre avversarie, mai in grado di fare uno sgambetto a Navarro e compagni – Gasol ha sempre avuto plus/minus negativo: -2 con la Croazia, -3 con la Germania, -20 con la Slovenia. Statistica che dirà sempre meno in una pallacanestro come quella attuale, ma certamente qualche indicazione può ancora offrirla sul rendimento del singolo (e della squadra quando tale singolo è in quintetto). Con ciò non voglio dire che Gasol non meriti il riconoscimento, anche perché l’ultimo flamenco andava premiato, se non altro come sorta di riconoscimento alla carriera; tuttavia, la mancanza di risonanza per l’EuroBasket disputato da Vidmar un po’ sorprende.

Trattasi di solitudine dell’utilità, in un mondo in cui “apparire” è sempre e costantemente meglio che “essere”. Perché se Doncic e Dragic hanno strabiliato con le loro giocate, se Prepelic ha stupito con le sue triple, Vidmar è stato il collante utile e necessario a raggiungere un traguardo che nessuno, forse manco i protagonisti stessi, avrebbe mai immaginato. Perché un buon blocco, un timing perfetto nel roll, un saggio posizionamento a rimbalzo spesso e volentieri valgono come una tripla da distanza siderale o una penetrazione con esitazione. Qualcuno potrebbe obiettare che gli exploit capitano a chiunque, ma la ribattuta sarebbe semplice e diretta: disputare 9 gare con un rendimento sempre ottimale non è solamente frutto del caso, della fortuna, o di un periodo di forma particolarmente buono. Per quanto mediaticamente poco analizzata, l’utilità di Vidmar è stata una chiave importante quanto lo sono state le performance di Doncic o Dragic. Con buona pace di quanti potrebbero sostenere che senza gli ultimi due l’Europeo non lo si vince, mentre con l’assenza del primo potrebbe anche non cambiare nulla.

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