Le lunghe peripezie di un gruppo di argonauti: viaggio di sola andata

Le lunghe peripezie di un gruppo di argonauti: viaggio di sola andata

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“Le prossime tre partite degli europei definiranno il posto che questa generazioni di giocatori italiani occuperà nella storia della nostra pallacanestro” (Autocitazione) Gli azzurri hanno superato la prima tappa. Altre volte ci hanno illuso con il gioco di una partita, o una sola azione brillante in prestazioni in altro modo insufficienti. Questa volta hanno brillato contro una squadra importante, con grandi giocatori, vincendo in un modo netto che sembra avviarci con sicurezza al futuro. Tuttavia, dobbiamo ricordarci che non è ancora stato fatto nulla. Le esperienze passate ci hanno vaccinato contro gli entusiasmi eccessivi, sappiamo quanto fragile sia la fase di decollo di un aereo, quanto poco basti per far deragliare le personalità talentuose ma spesso delicate dei nostri giocatori. È che il percorso sarà compiuto solo alla fine. Non devono spaventarci le sconfitte. Abbiamo fatto un argento olimpico nell’80 perdendo 4 partite, ma vincendo nel girone di semifinale (formula un po’ strana…) con URSS e Spagna che ci permisero di giocarci la finalissima con la Jugoslavia. Deve spaventarci il modo in cui si scende in campo, l’involuzione sempre in agguato nel gioco, la possibilità di veder sfumare il buono per un’indecisione, per una paura che sembrava vinta. Non deve spaventarci, e non ci spaventa, il peso della responsabilità, il peso della palla, il peso, specifico e non, dell’avversario. C’è una scommessa forte in tutto questo: quella di Pianigiani, della sua generazione di allenatori e dei suoi giocatori, nei confronti di un mondo che li ha sempre sentiti come alieni, di saper vincere a modo loro, che è il modo del basket di oggi e non la tradizione del passato. il talento, quando è vero, richiede solo di essere accolto, cresciuto, capito, e anche bastonato, se il caso. Il carattere dei nostri, cresciuti in un mondo diverso dal passato, è diverso da quello dei nostri giocatori storici. Quando parlano senti sempre l’esigenza di restare in ombra, di fare senza esibire, di essere compresi al di là di quel che viene detto. Questo non è uno spogliatoio dove volano asciugamani e non ci sono sessioni di allenamento con rabbie portate dietro dal campionato. Questa è una squadra di ragazzi tranquilli, a cui le cure di ieri servono solo fino a un certo punto. Pianigiani ha dovuto capire questi caratteri che, diluiti nella squadra di club, in un lungo anno di partite, possono integrarsi con calma; concentrati nella nazionale possono creare problemi di incomunicabilità, di incomprensioni, che hanno già fatto deragliare la gestione Recalcati. Stando alla partita di ieri, il merito di Pianigiani è di aver insistito sulla sua strada del dialogo e della costruzione di un rapporto con i giocatori. Passato attraverso mille critiche, il coach ha saputo mandare in campo dei ragazzi di cui deve aver trovato le corde nascoste, titillando il talento per farlo emergere quando doveva.

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In fondo, per molti di loro, questo è il viaggio iniziatico. Come gli argonauti alla ricerca del vello d’oro, questo gruppo affronta una rotta che non si conosce bene, in cui ogni stadio presenta pericoli diversi. E come gli Argonauti, non sono i grandi eroi del passato, no, sono i nuovi, sono quelli che si inoltrano su una via inesplorata portandosi dietro le nostre speranze e le nostre paure. Stasera, la nuova minaccia sarà la Germania di Nowitzki e Schroeder. È la partita dello scalino da non scendere, della rotta da non invertire. La affrontiamo con uno spirito coraggioso, sapendo che il talento sfruttato al meglio è la nostra risorsa più produttiva. Ogni partita è sempre più importante, e per un basket italiano che da anni attende la nuova generazione guida, questa squadra assomiglia maledettamente a qualcosa che indica la strada.

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