L’ennesima runa – la favola dell’Islanda

L’ennesima runa – la favola dell’Islanda

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ruv.is
Nell’Iliade, i troiani in assenza di Achille arrivano fin sotto le navi greche appiccandogli il fuoco. Ma è il punto massimo a cui possono arrivare, poi il fato interviene e devono ripiegare. Anche gli dei devono sottoporsi alla sua legge. Quando l’Islanda ha segnato quel tiro da tre all’ultimo secondo, tutto l’olimpo cestistico, che aveva fatto intrappare Mohammed, il play turco, e immerso le mani di Erden e Ilyasova nel burro, deve aver esultato anche se era cosciente che oltre questo non poteva andare, che il destino dei poveri islandesi era segnato. La partita Turchia–Islanda all’inizio degli Europei non aveva molto significato. Messi da parte da tutti, gli islandesi sembravano gli invitati arrivati al matrimonio sbagliato. Qualificatisi per qualche scherzo del destino, erano i migliori candidati al ruolo di squadra materasso. Tuttavia, le partite che hanno giocato ci hanno messo di fronte a una realtà molto diversi. Allenati benissimo da un canadese semisconosciuto, Pedersen, con un aiuto allenatore messo lì a fare casino come John Belushi in Animal House, Gudjonsson, un gruppo di ragazzotti andati a più riprese in America, college o high school, ha dato a tutti una lezione di come si affrontano le partite. Lo schema base era una serie di tagli velocissimi, che portavano i giocatori in diverse zone del campo senza che i difensori se ne accorgessero. Di taglia abbastanza simile, gli islandesi esibivano un solo lungo vero, peraltro tenuto accuratamente in panchina come un ibiscus che si affloscia, e giocavano un basket divertente, fatto di passaggi velocissimi, tiro da tre insistito e una difesa arcigna contro lunghi a cui arrivavano a malapena alla spalla. Sembrava un vecchio filmato in bianco e nero, con le figure che vanno più velocemente che in natura, come in un’accelerazione delle immagini continua.
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Pur senza vincere, non sono mai partiti sconfitti e ogni squadra ha dovuto lottare come non mai per avere ragione della loro grinta. Questo, forse, ha conquistato per loro la benevolenza degli dei del basket, che, non fosse stato per il fato, forse avrebbero fatto vincere loro almeno una partita. In genere si versano fiumi, non più d’inchiostro ma ormai di pixel, per glorificare gente così. È che ogni tanto piace vedere cosa siano ancora i veri uomini, quelli che vanno incontro a una sconfitta degnamente, quelli che lottano fino alla fine e sono in fondo come noi, in questo caso alti poco più di noi, in un mondo che sembra vivere di prossime evoluzione della specie: sette piedi che corrono come gente più piccola e tirano da centrocampo, fenomeni annoiati da troppa NBA, talenti inconsapevoli dei loro doni, che li sprecano allegramente. Sono usciti a testa alta e compiacendo il pubblico, a cui piacciono i perdenti combattivi, e gli islandesi, che avranno svuotato un paio di province per riempire uno spicchio di palazzetto di Berlino. Ora torneranno a casa per essere dimenticati, come succede sempre a figure come queste. Non c’è un “ma” consolatorio, solo la coscienza che a ogni manifestazione ci sono squadre come questa Islanda, e sono in fondo la ragione per cui lo sport non smette di sorprendere. Li teniamo a parte come favole del Mago di Oz, o spicchi di un paese delle meraviglie del basket da raccontare ai nostri figli, quando avranno perso la voglia di combattere o torneranno a casa dopo un’altra sconfitta.
kki.is
E la gioia infantile di Gudjonsson, uno Shrek seduto sulla panca sempre come se dovesse scattare, ci risarcisce di tanti che non sanno più gioire del basket, della vittoria o di una grande partita. Il losing effort non vince nulla, lo sappiamo, ma che qualcuno si alzi ancora dal letto per andare incontro alla sconfitta mettendoci il meglio che ha, senza chiedersi cosa stia scritto sul contratto o quali limiti gli abbia imposto la squadra, è forse la notizia che in questo sport professionistico abbaglia. Giocare senza tante menate, senza limiti nel cervello, con una gioia di stare insieme che è quella che possiamo provare noi in una squadra di CSI dopo vent’anni insieme. E quando tra vent’anni i nipoti tireranno fuori le foto di Nowitzki, non crederanno che il nonno o lo zio lo abbiano davvero trovato in campo, dovranno tenere da parte i filmati su qualsiasi formato, o diventeranno davvero un poema mitologico, di cui non si sa bene l’origine, e, come l’approdo sulla luna, qualcuno dirà sempre che le immagini le hanno fabbricate e che quel tiro da tre non è mai avvenuto: se già oggi non conviene credere a internet, pensate tra vent’anni! Da domani si torna a fare pompieri, pescatori ed insegnanti…

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