Scarioleide – Le 1000 vite di Sergio Scariolo

Scarioleide – Le 1000 vite di Sergio Scariolo

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Sergio Scariolo è il vincitore morale di questi campionati europei. Di solito si attribuisce la patente di vincitore morale a qualcuno che perde, ma la moralità di questa vittoria consiste nel modo in cui l’ha raggiunta, rimettendo insieme i cocci di una grande squadra, partendo dai suoi fondamentali umani e tecnici.

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Fin dall’inizio della sua carriera di capo allenatore, Scariolo non è mai stato un personaggio facile da inquadrare, almeno nei rigidi schemi del basket italiano. Troppo elegante, troppo impomatato, troppo sicuro di sé, troppo fuori da una scuola che, quando arriva a capo di Pesaro nell’89, è nel pieno di un rinnovamento che vede progressivamente l’uscita degli allenatori storici. E Scariolo mostra subito carattere: vince il titolo con Pesaro nel ’90, guadagnandosi la fiducia di un nucleo storico, poi allena la Fortitudo e inizia subito dopo un esilio, dorato, nei migliori campionati europei, da cui tornerà solo per un infelice biennio all’Olimpia Milano. Scariolo è una specie di dioscuro di Ettore Messina, allenatore che esordì nell’89 come lui, di cui condivide il gusto per l’eleganza e quel modo di fare vagamente alla Pat Riley, che nell’appassionato italiano mina alla radice la stima che si può avere per lui: in fondo troppo aziendale, troppo perfetto, troppo moderno per noi. Infatti, mentre nel ventennio successivo alla sua uscita il basket italiano, dopo un buon periodo iniziale, cade in depressione, la sua carriera decolla passando dal Baskonia al Real e al Khimki di Mosca. La nazionale spagnola, nel 2009, disperata per successi che non arrivano a discapito di una generazione di fenomeni, decide di affidarsi a lui, con la sfida che ne consacra l’intera carriera.
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La capacità di Scariolo di lavorare con veri talenti non deve essere sottovalutata. Se dal 2012 al 2015 la Spagna ottiene solo delusioni, e nel ’15 ritorna a vincere il titolo europeo, oltre a Pau Gasol ci deve essere qualcos’altro. Questo “altro” sembra essere la capacità di questo coach di allenare silenziosamente degli uomini, non dei bambini viziati, di costruire un basket semplice ma con grande visione di gioco e di lasciare che le cose accadano con ordine, senza forzarle. Non è un caso se nei time-out la squadra spagnola si siede e lo ascolta. Non è banale se succede. Si vede in quel momento come questo gruppo, che per la maggior parte si conosce dall’adolescenza, ha dominato da entrambi i lati dell’oceano e raduna personalità perlomeno spiccate, ami ancora giocare insieme ed essere condotto fino alla vittoria e trovi in Scariolo quel carattere, la competenza e la calma che riescono a farlo rendere al massimo. La vittoria dell’Europeo è anche il riscatto di un allenatore che non abbiamo mai veramente capito, una lezione a un basket, il nostro, che si è esiliato da solo dai movimenti del grande basket europeo e non ha saputo creare l’atmosfera, professionale soprattutto, per attrarre allenatori che sono nel gruppo, non molto affollato, dei maestri. Nessuno dica che con quel Gasol avrebbe vinto chiunque. Con Pau o con Marc, senza un allenatore che sappia fare il suo mestiere, non si raggiunge il livello di tranquillità zen con cui la Spagna ha spazzato via la Lituania in finale.
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Scariolo non si è lasciato impressionare da un paio di sconfitte, concentrando i suoi uomini sull’obiettivo finale, raggiunto passo dopo passo con una visione strategica molto chiara. Gli spagnoli apprezzano la sua calma, la sua competenza e l’esperienza. Un capo che non ha bisogno di gesti eclatanti, rilassato fino al momento decisivo, capace di una leadership silenziosa e non ingombrante. Tutti ingredienti che forse non lo rendono adatto al nostro basket, ma lo rendono capace di portare la Nazionale spagnola alla fine delle più importanti manifestazioni. Un viaggiatore disincantato, anche, di questa epoca sportiva, che forse dovremmo ascoltare di più o da cui dovremmo imparare come si fa a tornare, e restare, sulla vetta.

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