Tra il basket e la vita: cronaca di una semifinale

Tra il basket e la vita: cronaca di una semifinale

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Il mio amico Marko, quando parla di basket, ha quello sguardo che mettono su i serbi all’inizio di una partita, quando sono pronti a conquistare il mondo con la loro aria spavalda. Ma è solo un riflesso, perché nella realtà è una persona molto tranquilla, con gli occhi un po’ malinconici e un tiro da tre che fa davvero male. Il basket, comunque, gli scorre nelle vene e non ha esitato un attimo quando gli ho  detto del birrificio dove danno la partita. Maxischermo, birra, hamburger, patatine e cameriere carine, il meglio per due padri di famiglia in libera uscita. I lituani hanno barbe ottocentesche.
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Il pivot di riserva in particolare si è lasciato crescere un barbone da boscaiolo ben coltivato. Pietro il grande, lo storico modernizzatore della Russia, diede ordine di tagliare  le barbe come simbolo del passato. La barba trasmette l’idea del ritorno alle radici che, in una Lituania fortemente identitaria, stretta alla sua squadra come un’edera rampicante, significa affermare quell’anima schiacciata dall’egemonia sovietica e russa per mezzo secolo. Per i serbi è diverso. Loro hanno vissuto la dissoluzione jugoslava con un senso di smarrimento. Ma erano in qualche modo il centro del potere e faticano a capire i perché della guerra, delle repubbliche separate, quando insieme si sentivano forti. Dai croati ho sentito le stesse argomentazioni al contrario e non sono certo di poter distribuire io ragioni e meriti, almeno al di fuori di un campo da basket. Comunque… Ordiniamo due birre, io senza glutine, e hamburger, io senza pane. “Djordjevic ha il carisma per far fare ai giocatori quello che vuole – mi dice Marko – ma alla fine è Teodosic quello che conta. Kalinic non so perché non giochi, secondo me è molto forte. Ma gli allenatori sono cosí. Non conosco bene i lituani ma preferivo giocare con voi. Voi non avete un playmaker, uno che prende la palla e dice alla squadra cosa fare. Stasera sarà dura ma penso che possiamo farcela.” Marko parla un buon inglese  appena marcato dall’accento serbo. Si vede che soffre come un cane ma è molto distinto, non lascia trasparire quello che prova fino in fondo.
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Alla palla a due Teodosic prende e spara da tre ma, come gli capita ogni tanto, questo è il preludio a una sua sostanziale uscita mentale dalla partita. Kalnietis e Seibutis braccano gli esterni e Valanciunas fa il vigile sotto canestro rifilando contravvenzioni con le sue braccia che sembrano putrelle. Marko soffre, richiede Kalinic a mezza voce e fa una smorfia quando entra Raduljica. “Vedi, i nostri si sono innervositi. Adesso cominciano a giocare da soli. Fanno un po’ come l’Italia, ognuno pensa di poter salvare la squadra”. Io gli dico che secondo me non sono mentalmente pronti all’intensità della partita. I lituani giocano con uno spirito di squadra esemplare. È quello stesso grido che senti nei tifosi, quel misto di carnevale brasiliano e spirito nordico, con migliaia di babbi natale dalle barbe scure a cantare insieme. Anch’io giocherei bene per gente cosí, ma non lo dico a Marko. Nel secondo quarto i serbi si riprendono, si fanno sotto, ma il loro problema è l’attacco. Difficile capire quell’intensità. Segnare è un optional. Marko fa uno schiocco di disgusto a un passi di Raduljica e obietta pesantemente ai suoi movimenti offensivi. Valanciunas è meno cercato che con l’Italia, nelle due aree avvengono cose che non starebbero in un film di Bud Spencer o di Bruce Lee, ma i giocatori sembrano aver incorporato quel livello di durezza e, con tanti saluti al dott Naismith che sognava un gioco per tenere occupati dei gentiluomini, nessuno si lamenta. A metà partita la Serbia è a un punto, ordiniamo patatine con formaggio fuso e altre birre. Nessuno pensa di muoversi. Intorno passa gente non troppo interessata alla partita. Credo sia che col tempo ti concentri su quello che conta nella vita e il basket, questo basket, è qualcosa con cui Marko e io siamo cresciuti, a un migliaio di km di distanza e lui con 9 anni di meno, ma è per noi un latino, un esperanto che non abbiamo bisogno di spiegare. “È dura, questi sono forti, mi piace come giocano – dice Marko – noi siamo fuori dalla partita ma è molto ravvicinata comunque”. Io gli dico che queste partite cominciano nel terzo quarto, in fondo è vero, ma la Serbia sembra come bloccata, impastata, con la sabbia negli ingranaggi. La Lituania non stravince, ma è solida e compatta come l’onda verde dei suoi tifosi. Quando la Serbia cerca di risalire, non si scoraggia e fa qualcosa: un recupero, una difesa, che la riportano in alto. Kalnietis prova un paio di passaggi alla Magic e quel che gli dice Kazlauskas, il coach, è meglio non tradurlo.

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Nei time out i lituani formano un capannello, si stringono al coach in modo disciplinato, mentre i serbi hanno sempre bisogno di qualche secondo per ascoltare un Djordjevic che cerca di trasmettere in po’ di sè alla squadra. Ma sa anche lui che se guarda non c’è uno come Djordjevic. Puó appellarsi a Teodosic, ma nonostante i suoi 15 punti non sta spostando come al solito. Valanciunas gli rovescia la palla quando va a canestro in sottomano e quando un blocco piú duro del solito lo butta a terra Marko, impietosamente, lo apostrofa accusandolo di recitare. Si fa così con quel che si ama in modo profondo, come se stesse tradendo un patto segreto di combattere per tutta la squadra. Kuzminskas, al contrario, incarna l’anima lituana.
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È un giocatore che non si arrende mai, possiede un dono innato, inallenabile: non pensa. È uno che non scriverà mai un trattato filosofico, ma riesce a trasformare quello che vuole fare in movimento del corpo “prima” che altri lo pensino. Marko si amareggia quando lo vede, nell’ultimo quarto, prendere un pallone che Teodosic cerca invano di rimettere in campo. Kuzminskas in un decimo di secondo, frutto di quella che sarebbe una falsa partenza olimpica, è subito davanti al serbo, ruba e segna facile. Poco dopo si alza a ribadire un canestro in contropiede, anche qui con i serbi inermi.

L’epilogo lascia Marko con l’amaro in bocca perchè è una negazione del basket. Come Gentile, Bogdanovic prende la palla e va in contropiede alla cieca. “Avrebbe dovuto cercare Teodosic, perchè non hanno dato la palla a lui? La squadra si è disunita, non sono riusciti a giocare”. Eppure, alla fine, la differenza è di tre punti. L’attacco atomico della Serbia si è inceppato di fronte alla prima squadra che li ha aggrediti e ha giocato con intensità superiore. I 15 punti di Teodosic sono solo un evento, non il frutto di quello che gente come Marko e come me e come tutti quelli che hanno giocato imparano fin da piccoli. Ma ci sono partite come queste, e sono partite che non vinci, come la Francia con la Spagna. Vince, anche di un punto, la squadra vera, quella che è guidata meglio e che ha la mentalità vincente.

Usciamo dalla birreria mentre un nugolo di ventenni ci stanno entrando. Andiamo in una piazza in centro dove un birraio ha aperto un nuovo locale. Dopo mezz’ora di coda prendiamo qualcosa, in un posto che è come tutti i posti in cui si andava a vent’anni, anche questo: luoghi affollati che fingi di conoscere solo tu, come se la notorietà non portasse una marea di gente, che viene a schiacciarsi come quei bestioni che abbiamo appena guardato in un’area troppo piccola per farne qualcosa.

C’è amarezza, ma una volta avremmo sofferto di più. Oppure ci avremmo provato con qualcuna intorno, ma ora saremmo sinceramente ridicoli. Parliamo della famiglia, dei figli, e lo riporto all’hotel.

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A Lille, la faccia mal rasata di Teodosic si guarda in uno specchio rimpiangendo l’ennesimo obiettivo. L’amletico talento serbo ha i picchi e gli abissi dei grandi talenti slavi, una goccia di sangue che non si può rinnegare. Ma i lituani hanno avuto qualcosa in più, quel carattere, quella durezza, che fa deragliare qualunque avversario. Vanno diretti fino all’obiettivo.

I miei figli dormono, non ne sanno ancora nulla di questo, e della parte che queste cose vane possono avere in una vita. La poesia e l’epica di una partita, l’impatto sull’anima, la speranza finita in un’azione. Non sono ancora arrivati qui, dove nemmeno gli raccomando di arrivare: al crocevia tra il basket e la vita, dove quello che succede in campo si riflette su di noi, anche se svanisce con l’ultima sirena, inghiottendo i migliori propositi e premiando, ogni tanto, le più perfide tattiche.

Ma non questa sera.

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