Generazione di fenomeni

Generazione di fenomeni

Il fallimento della Nazionale come specchio del fallimento di tutto il movimento.

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Sapeste che fatica quando si comincia a insegnare ai principianti il terzo tempo. La cosa più difficile per loro è “sentire il ritmo”. Il basket è gioco di ritmo e coordinazione. Il grande Ramsey dice che, quando è ben giocato, è come una forma altamente artistica di balletto…
Dido Guerrieri

Da oggi il basket italiano ha la sua generazione perduta. Un gruppo di giocatori che non sono mai riusciti a raggiungere gli obiettivi che sembravano alla portata, battuti sempre sul filo di lana da squadre più organizzate, anche se in apparenza con meno talento.
Ma gettare la croce addosso a questi giocatori sarebbe ingeneroso. I giocatori non sono che l’ultima ruota del carro di un sistema che non funziona e si rifugia dietro talenti estemporanei, per coprire le desolanti manchevolezze progettuali di un intero sistema.

La Croazia, anche nella prima partita, si era dimostrata più organizzata di noi, ma aveva ceduto alla fine sotto dei colpi improvvisati e la forza di Melli, al posto di un Bargnani ormai senza motivazioni a giocare ad alto livello. La Croazia però non è solo una squadra, è una scuola (e si vede), in cui i giocatori che approcciano la Nazionale hanno delle basi comuni, un comune modo di vedere il basket e delle gerarchie ben disegnate.
belinelli bargnani gallinari

I nostri sono un gruppo di giocatori definiti di talento, ma che faticano a livello NBA, in cui Belinelli è un journeyman anche se stimato, Gallo un ottimo giocatore ma non (ancora) un All-Star e Bargnani è stato respinto dopo anni in cui le sue lacune di personalità ne hanno minato le speranze di crescita.
Datome, a sua volta tagliato dalla NBA, ha fatto un ottimo anno a Istanbul, Melli ha brillato al Bamberg e Hackett si è giovato del suo anno in Grecia. Da questo emerge come il nostro campionato abbia perso completamente la capacità di esprimere giocatori di livello; effetto, questo, della crisi delle squadre e della mancanza di una qualsiasi organizzazione che punti alla crescita di giocatori, piuttosto che a una semplice vittoria di tornei locali.

Tutto ciò si lega ad altre crisi: le squadre sono legate a un modello che costringe ad acquisire tutte le squadre promosse, punendo chi fa investimenti nel lungo termine, invece di premiarle. Un modello che premia chi prende scorciatoie, che tre anni fa ospitava una Montegranaro che non pagava gli stipendi e una Pesaro con un palazzone ma che rischiava di retrocedere.
Il livello di una Nazionale esprime nel modo più profondo la capacità di un paese di progettare, scegliere, crescere. Come nel calcio, l’abitudine a premiare i comportamenti peggiori ha fatto in modo che non si crescessero più giocatori e soprattutto il livello alto venisse punito.

Non basta, quindi, lamentarsi di giocatori che da anni ormai tengono la Nazionale a questo livello, se qui sono è perché a questo appartengono. La Serbia, la Spagna, la Croazia stessa, sono organizzazioni in grado di guidare il loro campionato facendo scelte e senza, paradossalmente, atteggiamenti protezionistici e stupidi come la chiusura dei confini, che in genere non fa altro che abbassare ulteriormente le capacità dei giocatori.

Non si può semplicemente sperare che l’eroismo dei giocatori metta una pezza sul movimento. Non si può sperare che dei giocatori raccolti in campionati in cui crescono senza un progetto comune, messi in campo sopperiscano a tutto quello che non c’è alla base.
Non si può dire semplicemente che se dei giocatori son bravi allora giocheranno, bisogna che ci sia un progetto e una volontà delle squadre di far crescere i giocatori giovani e migliorarli.
Gli esempi, nella storia, non mancano.tanjevic

La grande Varese aveva radici in una squadra giovanile guidata dal grande Nico Messina, che aveva scoperto Meneghin, Ossola, e li aveva lanciati nel ’68 ad alto livello quando erano nemmeno ventenni. E quella squadra fece la fortuna anche della Nazionale che nell’80, con giocatori da un campionato di rivalità durissime (Varese, Milano, Bologna, Cantù), tirò fuori una squadra in grado di battere l’URSS nell’Olimpiade di casa. Anche lì gente come Marzorati, Recalcati e Bariviera, era stata lanciata in categoria Allievi a Cantù e allenata dai migliori del tempo, come Taurisano.

La Nazionale deve però tantissimo a Tanjevic, uomo che per ben due cicli crebbe i giocatori chiave. Nella seconda metà degli anni ’80 mise in campo Nando Gentile a 16 anni affidandogli le chiavi della squadra, e gli affiancò Esposito e Dell’Agnello: vinsero un argento contro un’imbattibile Jugoslavia a Roma nel ’91. Dopo Caserta, Boscia andò a Trieste, dove mise in piedi una squadra di soli giovani, rinunciando alle stelle di allora, come Cicco Fischetto.

Trieste retrocedette due volte, tra le perplessità degli addetti ai lavori, ma Stefanel non fece mai mancare il suo appoggio a Boscia (cosa oggi impensabile) e la squadra che tornò in serie A vedeva Pilutti, De Pol, Cantarello, Davide Bianchi, Fucka, pescato da qualche parte al confine con la Slovenia e, dopo un anno di A, un ragazzetto che, tra le proteste, prese il posto della stella Larry Middleton. Il giovanotto era un diciottenne serbo sconosciuto ai più, di nome Dejan Bodiroga.
La squadra azzurra del ’99, oltre a De Pol e Fucka, schierava Abbio, un prodotto del professor Guerrieri a Torino, e un giovane Basile, che per anni si era preso le grida di Dado Lombardi a Reggio Emilia, quando Dado vedeva in lui sprazzi del giocatore straordinario che lui stesso era stato, tra l’altro a Roma ’60. Per non parlare di Gaetano Gebbia che a Reggio Calabria allenava un argentino promettente, che si giovò dei suoi consigli: Manu Ginobili.

Sapevamo creare giocatori, quindi, anche in un ambiente pieno di stranieri. Dare la colpa agli allenatori e ai giocatori stranieri è quindi, ancora una volta, non considerare chi ha davvero colpe, vale a dire la testa del movimento, che non lavora più con gli allenatori sulla crescita dei giocatori (processo lungo e noioso che dà ritorni solo in un minimo di tre anni), ma preferisce cambiare continuamente stranieri e prendere gente che non ha più bisogno di essere formata.

Nico Messina aveva Borghi come presidente e, da uomo qual era, dopo aver vinto il campionato decise di lasciare il posto a Asa Nikolic per fare il direttore tecnico. Tanjevic aveva prima Maggiò e poi Stefanel, Guerrieri una squadra che ascoltava le sue suggestioni e in un decennio, lavorando con Federico Danna sul settore giovanile, tirò fuori Della Valle, Pessina, Morandotti, Abbio.  Lombardi a Reggio Emilia era un mago.

Un giovane giocatore promettente, approdato in una squadra di serie A di alto livello pochi anni fa, ricordava come gli allenamenti vedessero solo tattica e giocatori già formati, americani o di altre parti non importa, che venivano fatti tirare continuamente. A prima vista verrebbe da dare la colpa agli stranieri, o all’allenatore, ma la realtà è che questo è solo il riflesso di un movimento che non fa più nulla per migliorare i giocatori e fargli conoscere il gioco.

meneghin petrucci

Petrucci ha ragione a dire che questa è la squadra più talentuosa di sempre. Perché è solo questo, talento, e non lavoro per far crescere i giocatori in un ambiente che abbia l’obiettivo di farli grandi. Sei qui? Se vuoi tirare tira, ma nessuno migliora se non gli si insegna. Meneghin divenne tale perché un insegnante di educazione fisica, Nico Messina, gli inculcò i fondamentali e a prendersi cura del suo corpo. Dino giocò fino a più di 40 anni con una grande capacità di tirare a ludico i suoi muscoli. Guerrieri era anche lui un insegnante di educazione fisica. Federico Danna a Torino, che negli anni ’80 crebbe diversi ottimi giocatori, era pure lui un importante allenatore che poi fu anche nelle squadre maggiori.

Forse anche questo emerge, nel confronto con la Croazia. I Croati corrono tutti in modo simile, hanno un fisico formato, con dei fondamentali fisici unici. Quando li vedi in campo hai l’impressione di armonia, laddove gli italiani hanno sempre cinque tipi di corsa diversi e i lunghi sono goffi e dinoccolati.

Quindi, non prendiamocela con Gentile, o Belinelli, o Bargnani. Le loro colpe sono solo di essere nati in un periodo in cui non si lavora più sul talento dei giocatori e il declino organizzativo del campionato va di pari passo con l’incapacità di creare squadre grandi e importanti in grado di tenere testa alle grandi europee.

In fondo un basket, un Paese, che si raccontano la storia del talento, del rinascimento, della storia del secondo torneo dopo l’NBA, ma che per l’ansia di preservare una forza politica prendendo i voti delle federazioni più periferiche ha solo cercato di accontentare tutti e si illude che le misure degli altri campionati in crescita, Spagna e Germania in primis, come capienza minima e requisiti patrimoniali, sono solo espressione di una commercializzazione del gioco, e non di una visione del futuro che a noi manca e che, drammaticamente, si ripercuoterà sulla Nazionale dei prossimi anni.

 

errata corrige: in una versione precedente, l’allenatore della Viola con Manu Ginobili è stato indicato come Tonino Zorzi, mentre era Gaetano Gebbia. Ce ne scusiamo innanzi tutto con l’interessato.

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