Grinta, difesa e gruppo: tutti i perchè del fenomeno Australia

Grinta, difesa e gruppo: tutti i perchè del fenomeno Australia

E’ senza alcun dubbio la squadra rivelazione di quest’Olimpiade, e la conferma è arrivata ieri notte contro il Dream Team, vincente ma non dominante: i Boomers dell’Australia sono carichi, in tiro, forse a questo punto tra i più forti pretendenti ad una medaglia.

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E’ senza alcun dubbio la squadra rivelazione di quest’Olimpiade, e la conferma è arrivata ieri notte contro il Team USA, tutt’altro che dominante: i Boomers dell’Australia sono carichi, in tiro, forse a questo punto tra i più forti pretendenti ad una medaglia, qualunque metallo si tratti. Eppure stiamo parlando di una nazionale il cui massimo risultato ai Giochi è stato un quarto posto, e nelle ultime tre edizioni non è mai andata oltre il settimo. Bisogna però pur dire che la selezione di quest’anno vede ben cinque giocatori NBA e un veterano di tutto rispetto qual è David Andersen. Andiamo, però, a vedere al dettaglio quali sono i punti di forza di questi canguri, pronti a saltare sempre più in alto.

Giocare di squadra sempre e comunque

Pur avendo dei giocatori di punta, come possono essere Patty Mills o Andres Bogut, quello dell’Australia è un gioco corale. Non ci sono grandi situazioni d’isolamento, tanto meno ci si intestardisce a far lavorare tanto i lunghi in post. La palla viene fatta girare con molta velocità, cercando poi di sfruttare le situazioni di pick&roll e, come si è visto ieri, la transizione rapida dopo ogni palla recuperata. Ogni giocatore è conscio del suo ruolo, lo svolge attentamente e senza strafare. Prendiamo ad esempio due giocatori come Joe Ingles e lo stesso David Andersen. Il primo è uno specialista da fuori l’arco, ed è teoricamente il terzo realizzatore della sua squadra. Eppure  dalle sue mani non è mai partito un tiro forzato, non ha mai cercato la conclusione egoista, cercando sempre di creare la miglior situazione per un attacco efficacie, senza pensare alle stats individuali. Capitan Andersen, allo stesso modo, si è dimostrato sempre pronto quando è stato chiamato in causa, ma senza mai cercare di conquistare la scena. Eppure stiamo parlando di un giocatore dalla grandissima esperienza internazionale, capace di mettere in difficoltà giocatori atleticamente più forti di lui nonostante i 36 anni sulle spalle. Ci troviamo quindi di fronte a una squadra unita, consapevole dei suoi limiti ma tutt’altro che timorosa, capace di aiutarsi in difesa come in tutte le situazioni d’attacco, fattore evidenziato dalla media assist più alta del torneo (25.3).

Il fattore Bogut

La prima scelta del 2005 e neo giocatore dei Dallas Mavericks è stato più volte criticato per non essersi dimostrato determinante, soprattutto negli ultimi anni a Golden State. La verità è che, se valorizzato, Bogut può essere un valore aggiunto, e quello che sta facendo a Rio lo dimostra. È la colonna portante della difesa, rim protector come pochi, e offensivamente sta portando punti importanti in tutti gli incontri. I suoi blocchi granitici portano spesso i tiratori ad avere maggior spazio per tiri puliti, e le sue doti da passatore non sono da meno. Aggiungiamo poi le sue capacità a rimbalzo e l’impatto fisico, insomma abbiamo un vero e proprio gioiello per i canguri.

La grande chimica tra Mills e Dellavedova

Prendiamo prima singolarmente di ognuno di loro. Mills è un formidabile tiratore, dotato di un’ottima visione di gioco, frutto degli anni trascorsi nella corte di Popovich agli Spurs. È la principale bocca da fuoco, senza dubbio il più incisivo tra i suoi. Le piccole lacune difensive sono dovute principalmente alla stazza non imponente, ma in ogni caso vengono colmate da una grande grinta ed intelligenza cestistica. Matthew Dellavedova invece è l’espressione stessa del giocatore che farebbe di tutto per la sua squadra. Non è un drago in quanto a talento, ma è un mastino difensivo come pochi, fonte di nervosismo per gli avversari, costretti a sopportare una marcatura asfissiante ed ai limiti del fallo. Ma sarebbe riduttivo parlare di Delly solo come difensore: nella maggior parte delle partite finora disputate ha raggiunto la doppia cifra sia nella casella assist sia nei punti. A lui è affidata la gestione del pallone ad inizio gioco e non c’è motivo per cui pentirsi di questa scelta. Prendiamo quindi questi due giocatori e mettiamoli in un contesto ottimale, con Patty svincolato dal ruolo di playmaker che può contare su un’ottima regia del compagno, capace di servirlo nella maniera migliore possibile. Il risultato è la coppia di esterni più affiatata ed efficiente della competizione.

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