Mondiali Maxibasket, Diario da Salonicco di Marco Solfrini #9

Mondiali Maxibasket, Diario da Salonicco di Marco Solfrini #9

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Ed ecco arrivato il nostro turno per giocare la semifinale.

Rispetto alla Over 40 abbiamo un vantaggio: giocheremo alle 12,30 invece che alle 19,30, quindi, il tempo della sveglia, una colazione un po’ più abbondante, magari un massaggio e sarà già ora di mettere piede in campo.

Il Palasport dove giocheremo sarà quello storico dell’Aris, dove 30 anni di storia cestistica hanno impregnato di sé poltroncine, assicelle del parquet, canestri e spogliatoi; soprattutto gli spogliatoi, dove un odore di umanità sotto stress ci attende.

Esattamente sotto il campo di gioco c’è una pista indoor di atletica ed un campetto per il calcio-volley, il tartan del fondo è perfetto per lo stretching e per le ennesime lezioni di Salsa a Carera, il ragazzo è intelligente ma… non si applica abbastanza!

La quarta battuta del passo per lui, bergamasco mooolto pragmatico, essendo una pausa senza movimenti effettivi, non esiste; quindi tende ad ignorarla, scatenando le ire di Ceccarelli e Tortù.

A parziale discolpa del bimbo, si deve anche dire che anche questo ballo, come ogni altro ballo, senza la musica di accompagnamento non ha senso: se non hai il ritmo musicale nelle orecchie i movimenti non vengono fluidamente e, da che mondo è mondo, pensare ai passi da fare non è il modo giusto per godersi l’esperienza del ballo.

A proposito di godersi l’esperienza, chissà cosa avranno pensato di noi gli Americani che stavano facendo stretching sull’altro lato della zona di riscaldamento… come minimo si saranno detti che dovevamo essere pazzi o menefreghisti o estremamente rilassati, per poter indulgere a simili imprese nei minuti immediatamente precedenti una semifinale.

Saliamo al piano del campo e ci ritroviamo in un film di Hollywood: gli Americani guardano dritto davanti a sé, i lineamenti delle facce irrigiditi dalla tensione e dalla voglia di vincere, gli occhi fissi sull’obiettivo, incitandosi l’un con l’altro con voci dure e decise; noi li guardiamo, tentiamo la battuta sdrammatizzante e poi, davanti alla loro pervicacia nel recitare la parte dei “duri”… li mandiamo tranquillamente afff…..o ed entriamo in campo.

12,30: più che l’orario di una partita, sembra l’orario di un pranzo, ma chi sarà la portata e chi quello che se la mangia?

Noi c’abbiamo preso gusto ad aggredire il buffet fin dall’inizio, quindi ci buttiamo sugli antipasti e spazziamo via tutto, fino a concludere il primo quarto 16 a 6.

Ma questi non mollano e non ti lasciano mai la tranquillità, nemmeno 11 punti sopra, di poter gestire la partita; come sospettavamo, i due ex professionisti non spostano il vantaggio a favore loro, anche perché uno dei due, il colored, gioca con la mano destra vistosamente fasciata a causa di un dito fratturato e l’altro non è mai stato un fulmine di guerra da giovane, figuriamoci ora.

In compenso il loro reparto guardie si danna l’anima per tre, tanto di cappello alla loro preparazione fisica, corrono dal primo all’ultimo minuto, sia in attacco che in difesa: sembra di avere a che fare con un branco di cani pechinesi che tentano di morderti le caviglie, ma noi riusciamo, per parte nostra, a costringerli 3 volte nel primo quarto a lasciar cadere la palla per infrazione di 24 secondi ed il resto delle loro azioni d’attacco non si svolge mai tranquillamente.

La difesa è stata la matrice sulla quale abbiamo costruito le 4 partite che ci hanno portato fin qui, quindi continuiamo a crederci e infatti, dopo qualche sprazzo di stelle, ecco che li strisciamo e li facciamo accomodare alla finalina per il terzo posto con un bel 58 a 43.

Missione quasi compiuta! In finale ci siamo, rispetto a due anni fa siamo con la squadra praticamente al completo, che è cresciuta nel corso del torneo, invece di perdere i pezzi per strada; ci toccherà la Slovenia: una squadra di carri armati, grandi e grossi, ma un po’ lenti… bisognerà rispolverare le tattiche Vietcong, sbucare da sotto le foglie all’improvviso e dove non se l’aspettano, stasera tutti a ripetizione da Ceccarelli!

Nel pomeriggio ci ritroviamo tutti a bordo piscina con gli Over 40, che sono venuti in massa ad assistere alla partita, ricambiando la nostra presenza di ieri al loro fianco, a raccontarci quello che abbiamo fatto, visto da fuori.

Noi a crogiolarci nel piacere di non aver sprecato l’occasione, di aver dato il giusto coronamento all’impegno di un anno.

Ora, per noi come per i quarantenni, si tratterà di giocare una partita diversa, per quanto faccia parte di un torneo o di un campionato o di una serie playoff, l’ultima partita è sempre una storia a sé.

Qui, per una ragione o per l’altra, mediante botte di fortuna o il duro lavoro quotidiano o, quasi sempre, un mix delle due cose, si ritrovano le due squadre più forti del lotto di partenza.

Ma nessuna delle due parte avvantaggiata, esperienza, capacità tecnica, gioco di squadra, ma anche voglia di vincere, iconoclastia verso risultati scontati, sindrome da “Pierino la peste” giocano un ruolo in questi incontri.

Non è detto che la squadra tecnicamente migliore delle due abbia vita facile, se l’altra la mette sull’animosità e la voglia di sbucciarsi le ginocchia su ogni pallone.

Non si può giurare nemmeno sul fatto che tuffandosi su ogni pallone si porti a casa la partita, se gli avversari ti danno poche occasioni di farlo o te lo fanno credere e poi la nascondono.

Quello che, come sempre, conterà alla fine sarà l’aver provato a fare tutto, magari anche qualcosa in più, per vincere e poi, dopo il fischio finale, alzeremo gli occhi al tabellone e vedremo chi avrà il punteggio più alto.

Fermo restando che De Coubertain è stato un grande idealista, ma vincere è sempre meglio che perdere.

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