Oscar Schmidt: un giocatore indimenticabile

Oscar Schmidt: un giocatore indimenticabile

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Non è più suo. Un record gli è stato strappato, ma la sua leggenda continuerà a lungo. Oscar Schmidt si è visto strappare uno dei suoi tanti record personali da Luis Scola, ala argentina che lo scorso 12 settembre, nella partita vinta contro il Messico, ha superato il predetto Schmidt in testa alla classifica dei migliori marcatori di sempre nei Campionati americani FIBA. Oscar certamente non se l’è presa, ha cose più importanti a cui pensare, come un cuore che a volte fa le bizze e una battaglia vinta contro un tumore al cervello che lo ha costretto a due operazioni chirurgiche negli ultimi 5 anni (maggio 2011 e aprile 2013). Una salute cagionevole per uno che non ha sofferto particolari guai fisici durante l’arco della sua carriera sul parquet con le maglie di: Santos, Sirio, Caserta, Pavia, Valladolid, Corinthians, Bandeirantes, Barueri e Flamengo. Nato a Natal (curioso gioco di parole) il 16 febbraio 1958, Oscar Schmidt sceglie la via della palla a spicchi già da giovanissimo, quando capisce che la sua imponente struttura fisica non è adatta per praticare lo sport più popolare del Brasile: il calcio. Nel 1974 si lega al Palmeiras con il quale si fa conoscere al pubblico brasiliano e conquista un Campionato paulista e un Campionato brasiliano. Dopo 4 anni passati con i biancoverdi, decide improvvisamente di passare dalla parte opposta della città di San Paolo, aggiungendosi alla rosa del Sirio. Grazie alle sue immense qualità di realizzatore (e non solo) aggiunge alla propria bacheca un Campionato sudamericano per club e una Coppa del mondo per club, inoltre bissa i successi ottenuti con il Palmeiras. Nel frattempo la nazionale verdeoro lo porta ai Campionati sudamericani dove conquista l’oro nel 1977 in Cile e due argenti nel 1979 e nel 1981 in Uruguay. A tutto ciò si aggiungono un bronzo ai Giochi Panamericani del 1979 e un altra importantissima medaglia di bronzo ai Campionati del Mondo FIBA del 1978 disputatisi nelle Filippine (manifestazione chiusa con 17.3 punti di media da Schmidt). Quest’ultimo torneo porta Oscar definitivamente sotto gli occhi del mondo intero, ormai ha raggiunto la completa maturità cestistica, è pronto per lo sbarco nel Vecchio Continente. La Juvecaserta di coach Tanjevic è la squadra più lesta nell’accaparrarsi il talento della 24enne ala brasiliana che così disputa la prima stagione italiana in A2. Al termine della prima stagione, conclusa con una promozione dopo il secondo posto in A2 dell’anno precedente, Oscar è già diventato uno degli idoli del tifo casertano. L’annata successiva culminò con l’ottavo posto in campionato e con la finale di Coppa Italia (poi non conquistata). Gli scarsi successi a livello di club iniziano a farsi notare e la pressione sulle spalle di Oscar diventa sempre più opprimente, così, nel 1990 decide di lasciare Caserta (dove nel 1988 conquista una Coppa Italia) per accasarsi a Pavia, in A2. Con i lombardi conquista subito la promozione in A1, ma la compagine allenata da Tonino Zorzi non è attrezzata per rimanere nella massima serie italiane e così retrocede dopo una stagione soltanto. Tre anni più tardi lascia l’Italia per la Spagna e il Valladolid. Nel 1995 Oscar concretizza la sua saudade e torna nel suo amato Brasile, dove veste le casacche di Corinthians, Bandeirantes, Barueri e Flamengo, fino al 26 maggio 2003, quando decide che è ora di appendere le scarpette al chiodo alla “tenera” età di 45 anni.
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Oscar non sarà mai ricordato per i successi che ha ottenuto nelle squadre in cui ha militato, sarà ricordato piuttosto come uno dei più grandi giocatori che abbiano mai calcato un campo da basket. Ala forte fisicamente e con un tiro a dir poco micidiale. Capace di segnare da ogni posizione del campo in qualsiasi modo. Imbarazzante la sua superiorità tecnica e fisica rispetto alla maggior parte dei giocatori che si è trovato di fronte. Dotato di una classe ed eleganza che si potrebbero definire regali. Realizzatore implacabile. Tutte queste caratteristiche si accompagnano alla descrizione del solo Oscar Schmidt e di nessun’altro. Detiene il secondo posto nella classifica dei migliori realizzatori del campionato italiano di tutti i tempi ed è stato 7 volte miglior realizzatore stagionale in Italia (1984-87, 1989, 1990, 1992), una volta in Spagna (1994) e 8 volte di file in Brasile (dal 1996 al 2003, ossia dai 38 ai 45 anni). A livello di club non ha mai vinto molto parlando in termini di collettivo, ma con la propria nazionale si è tolto alcune soddisfazioni importanti, come l’oro vinto ai Giochi Panamericani nel 1987 negli Stati Uniti o le 4 nomine nel miglior quintetto dei Campionati del Mondo, oppure ancora i 3 titoli di capocannoniere dei Giochi Olimpici a Seoul (42 punti di media), Barcellona e Atlanta. E’ stato calcolato che Schmidt ha realizzato un totale di 49737 punti lungo l’arco della sua carriera (comprese le partite disputate in verdeoro), qualcosa di imbarazzante. Proprio per via del suo grande attaccamento alla maglia del Brasile, Oscar ha perso l’opportunità di mostrare il suo talento in NBA (visto che per giocarci avrebbe dovuto rinunciare alla Nazionale), ma anche questa scelta di continuare a vestire la casacca del proprio paese denota un carattere molto forte.

“The national team doesn’t have a price. It’s what you live for.” cit. Oscar Schmidt

Mentre giocava in Italia, un ragazzino di neanche dieci anni lo ergeva a suo idolo incontrastato. Quel ragazzino poi sarebbe diventato uno dei più grandi campioni della storia del basket mondiale: Kobe Bryant. Beh, ce ne vuole per essere l’idolo di un giocatore del genere.

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Detto ciò, concludiamo la nostra analisi su “Mão Santa” o “O rey do triple” citando direttamente il 24 gialloviola:

“Oscar Schmidt was the guy when I grew up [in Italy], he was 35-40 points every night. He was just automatic”
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