[ESCLUSIVA] – Denis Marconato: “Ettore chiede tantissimo, ma questo gruppo mi ricorda quello di Atene”

Gli eroi di Atene 2004 ci dicono la loro sulla Nazionale del presente e del passato: le parole di Denis Marconato.

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Continuiamo questa serie di interviste ai protagonisti dell’impresa dell’argento olimpico di Atene 2004, sperando che sia di buon augurio per la Nazionale che da lunedì inizierà a dar battaglia a Torino: l’Olimpiade manca ormai da troppo tempo – proprio 12 anni – e i ragazzi ce la metteranno tutta per riportare l’Italia nel panorama cestistico mondiale.

Oggi è il turno anche di Denis Marconato, centro titolare di quella Nazionale che vinse l’argento olimpico.

DomandaQuesta Nazionale viene definita da alcuni la più forte di sempre, ma tu cosa ne pensi? Tu che sei una voce affidabile, visto che qualcosina con la maglia azzurra l’hai vinta…

Risposta-Questa Nazionale è forte, anche se è sempre difficile fare paragoni con le altre. Il talento c’è in abbondanza, il gruppo sembra affiatato e dalle partite che ho visto sembra che l’impronta di Messina cominci a farsi vedere. Quando noi abbiamo vinto qualcosa avevamo meno talento, meno “stelle”.

 

DCon Messina hai lavorato per un bel po’ di tempo e hai pure vinto tanto. Ora lui è tornato in azzurro, portando sicuramente tante doti positive, ma qual è quella che potrebbe far fare il salto di qualità a questa spedizione di Torino (e speriamo anche Rio)?

R-Ettore chiede tantissimo ai giocatori a livello mentale, anche in una settimana ti chiede di fare dei miglioramenti. Secondo me sarà questo il “plus” che può dare a questa Nazionale, perché se riuscirà a farla crescere di giorno in giorno, allenamento dopo allenamento, secondo me questa Nazionale potrà andare avanti.

 

DAd Atene eri probabilmente al massimo delle tue forze e più volte sei stato determinante: ora centri del tuo spessore è difficile trovarne in Italia. Secondo te perché ne crescono sempre meno?

R-Un po’ è l’evoluzione del basket, che è più dinamico e cerca meno il gioco in post basso, d’altro lato il movimento italiano si “accontenta” di un 4 che sa anche giocare da 5 abbassando il livello dei pivot. Se si guarda la Spagna e in Europa, tutti hanno i centroni in squadra.

 

DL’oro vinto nel ’99 ti è servito per non “tremare” davanti a dei giganti come USA e Lituania?

R-Sicuramente, perché all’Europe del ’99 abbiamo giocato anche contro Sabonis, che mi ha fatto sentire piccolo da tanto era immenso e forte. Quell’Europeo ci ha insegnato molto come Nazionale, poi vincerlo prendi mota più fiducia.

 

DIl tuo rammarico più grande con la maglia della Nazionale?

R-Per me Sidney. Io venivo da un infortunio alla caviglia recuperando in tempi record, abbiamo trovato l’Australia ai quarti e sapevamo che era una partita importante, forse l’emozione ci ha giocato un brutto scherzo e non dico che non fossimo pronti, però qualcosa ci ha bloccato fino alla fine ed è andata com’è andata…

 

D-E invece il ricordo più bello, o comunque i più belli, della tua lunga vita in Nazionale?

R-Atene 2004, partendo dall’anno prima in cui abbiamo vinto il bronzo a Stoccolma quando nessuno ci dava due lire per la qualificazione alle Olimpiadi; mi ricordo che al primo turno abbiamo preso 36-40 punti dalla Francia nel girone e poi ce la siamo ritrovata per il 3°/4° posto. Da lì in poi, arrivare un gradino sopra agli Stati Uniti all’Olimpiade è stata la cosa più bella.

 

D-Io rimarrei ad Atene, ma se vuoi tu prendi la Nazionale che meglio si associa a quella attuale: quale aspetto rivedi tale e quale nelle due spedizioni? E cosa invece manca?

R-Quello che vedo in comune è che giocano insieme tantissimo, li vedo molto bene come gruppo: si passano la palla, si cercano molto, magari negli anni scorsi non succedeva. Quello che gli manca è un po’ il tempo per amalgamare bene, ma secondo me sono sulla buona strada… Toccandosi.

 

D-Ti faccio una domanda poi su Treviso: quanto è stata determinante la presenza di un settore giovanile così sviluppato sotto casa? Com’è stato vedere il fallimento di quel progetto e cosa ti aspetti dalla nuova società?

R-Il settore giovanile di Treviso è stato fondamentale, io ho sempre ringraziato la famiglia Benetton per la Ghirada e tutto il resto; magari se fossi andato in un altro settore giovanile avrei già smesso da anni, o comunque non avrei alle spalle la carriera che ho oggi. La Ghirada era una struttura dove davvero si migliorava, forse solo al Campus di Varese c’era un progetto simile.
Il fallimento l’ho vissuto male, perché sembra quasi che quello che hai vinto con loro sia sparito; poi i Benetton avevano i loro ottimi motivi per lasciare, avvisando anche un anno e mezzo prima, bisogna solo ringraziarli per questi 30 anni di sponsor e di vittorie che hanno fatto. La nuova Treviso Basket è nata dalle ceneri ma ha ritirato fuori tantissima passione a Treviso, ho seguito un po’ i playoff, hanno un bel gruppo e sono ancora giovani, ma spero che un giorno tornino in Europa come un tempo.

ilplayground.it

 

D-Tornando ad Atene, chi era il vero leader? E chi vedi in questo ruolo nella squadra di adesso?

R-Forse il capitano, Galanda, era quello che si ascoltava di più. Poi il Poz ha fatto gruppo, ed è stato lui il primo a inserirsi, è stato un grande. Ma tutti quanti erano sullo stesso piano: Soragna, io Basile, Pozzecco, Chiacig, Mian… Lui forse era il filosofo del gruppo e lo ascoltavamo di più quando parlava, ma non c’erano invidie tra di noi, anche Garri che veniva preso più di mira dagli scherzi del Poz, comunque era ben ambientato.

 

D-Sei uno dei cestisti italiani più vincenti di sempre: cosa ti porta ancora oggi a calcare i parquet di alto livello?

R-Io ho sempre detto che finché trovo lo spirito giusto, mi diverto e posso insegnare qualcosa divertendomi e finché il fisico lo permette, vorrei continuare un altro anno.
Faccio fatica, sì è vero, perché a volte corrono 10 volte più di te, ma in certe situazioni si può insegnare sempre qualche cosa.

DDacci il tuo pronostico sul preolimpico…

R-Il gruppo è ottimo, li vedo bene. Poi sognare non è vietato, ma se dovessero andare a Rio è quasi una lotteria: la Spagna ad Atene aveva vinto tutte le gare, e ha poi perso ai quarti beccandosi gli Stati Uniti…

 

(a cura di Ario Rossi e Marco Morandi)

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